«Perché la notte è così bella? Senza dubbio perché nel cuore della notte il mondo si dimezza». Così inizia Gli Amanti della Notte, romanzo di Mieko Kawakami pubblicato in Italia da E/O, di cui la regista Yukiko Sode cura il suo adattamento filmico – All the Lovers in the Night (Subete Mayonaka no Koibitotachi), presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes 79 -, mantenendone la tensione originale, il fascino per immagini sensibili e piene di suggestione, la storia toccante di un incontro che mette in luce due solitudini.
All the Lovers in the Night, la solitudine come forma di quotidianità

In una Tokyo solitaria e triste dove ormai persino la felicità è appannaggio di spiritualità New Age, Irie Fuyuko (Yukino Kishii) fa la correttrice di bozze freelance, non ha amici, non ha hobby, vive senza ricordare. Quando si osserva riflessa in una vetrina di un negozio vede soltanto «l’immagine di una donna misera che si sovrappone a quella di vari pezzi di città». La sua è una routine di lavoro continuativo, fatta di bozze di manoscritti che le arrivano direttamente a casa per posta, errori e segni fuori posto che lasciano al di fuori qualsiasi coinvolgimento sentimentale ed emotivo.
«Ero sempre stata sola, da tanti anni e non pensavo che fosse possibile esserlo ancora di più». Solo la notte di ogni suo compleanno, la vigilia di Natale, Fuyuko si concede l’entusiasmo di una passeggiata all’aperto, a cui progressivamente, in tutti gli altri giorni, sempre a casa, di nascosto, si unisce il sake alcolico, che trangugia in quantità progressive, per intrattenere minimi rapporti umani e sospendere nell’ebbrezza, almeno per un momento, la sua ansia sociale.
Un giorno in un centro culturale Fuyuko conosce per caso il signor Mitsutsuka (Asano Tadanobu), un professore di fisica del liceo con la gentilezza scolpita sul volto. I due si iniziano a frequentare nell’imbarazzo della loro contingenza, la timidezza del non sapere come continuare ogni successiva conversazione. Ma soprattutto nei diversi incontri che seguono, Fuyuko e Mitsutsuka iniziano a parlare della loro luce, dell’immaterialità di qualcosa che li unisce, in una fisica sentimentale e astratta della solitudine, ora condivisa e condivisibile, che anche in All the Lovers in the Night rende visibile ogni bagliore unicamente quando si riflette su qualcosa.
All the Lovers in the Night e il fascino della luce

Se già il romanzo di Kawakami cercava di dare forma con le parole a questa impalpabilità inafferrabile, ora in sequenze teoriche e verbosissime, ora aperte all’onirismo più puro, nel suo equivalente filmico, firmato da Yukiko Sode, All the Lovers in the Night funziona invece tutto di immagini, con un approccio fedele al testo e allo stesso tempo, come nel miglior cinema di Hamaguchi, rappresentando lo scarto struggente di più linguaggi che cercano di conciliarsi. «Ciò che conta è l’immagine di ciò che si sente» dice il proprietario di un negozio di alcolici parlando di un’etichetta di sake, che per Fuyuko, aggrappata alle imprecisioni di parole vuote persino nei volantini delle pizzerie, è soltanto un pittogramma confuso.
Così All the Lovers in the Night usa magistralmente la pellicola 16mm, impressa dalla fotografia di Yasuyuki Sasaki, per valorizzarne il valore percettivo, i tagli di luce che, come nelle Cattedrali di Rouen di Monet, deformano i profili e moltiplicano i contorni, ora nel fulgore vivido riverso sull’asfalto caldo di mezzogiorno, ora nei fasci tenui della mezzanotte, che arrivano artificiali da ogni direzione, e ora nello scintillio iridiscente della pioggia, nel rosso minaccioso di un semaforo sullo sfondo di fulmini e lampi.

Ma a essere messo in luce in All the Lovers in the Night è soprattutto il vissuto di Fuyuko, i suoi traumi accumulati, resi invisibili dal dolore, ma ancora residenti, mai del tutto spenti, che il rapporto platonico e idealizzato con Mitsutsuka può lasciar esprimere e rielaborare. Questo discorso vale ulteriormente in un Giappone, come quello qui rappresentato, che, ben lontano dall’immagine da cartolina con sakura in fiore, è invece la somma di solitudini assordanti, anime estranee come nel film omonimo di Andrew Heigh, soprattutto di donne che subiscono la pressione a essere soltanto mogli e madri di famiglia, perse in relazioni al massimo superficiali.
In un salto metaforico ancora più chiaro ed efficace nel passaggio da romanzo a film, All the Lovers in the Night racconta proprio del passaggio fisico e materico che può trasformare tutti questi vissuti, di realtà e di passato, in qualcosa di visibile e quindi finalmente vivibile. Quell’arte che da un gesto meccanico e impersonale, come il metodo di correzione di Fuyuko che, come dice lei stessa, lascia sempre qualche errore, trova invece immagini mostrabili e fallibili, parole sentite e non subite, esistenze che non sono più una «citazione» di altri: persone sì sole, ma che sanno brillare della loro luce.
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