Jordan Firstman in una scena del suo film Club Kid a Cannes 79

Cannes 79 – Club Kid, un comfort movie che celebra la gentilezza queer

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8 minuti di lettura

Di fronte a un mondo sempre più incerto dal punto di vista politico e sociale, in cui le battaglie per i diritti sembrano essersi ormai arenate, il cinema può fornire una via di fuga, creare immagini alternative, sostituirsi al catastrofismo della realtà e riunirci davanti allo stesso schermo pieno di speranza anche quando ci commuove. Su questa scia si sviluppa Club Kid, l’esordio alla regia di Jordan Firstman, presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes 79: un film destinato a diventare un classico del cinema queer (tra gli addetti ai lavori è già un piccolo cult: tutti lo vogliono vedere e ambiscono a comprarlo1), un feel-good movie fatto dalla comunità per la comunità.

Club Kid, feste, droghe e una guida pratica per diventare adulti

Peter (Jordan Firstman stesso) è un organizzatore di party esclusivi della scena underground gay newyorkese. Qualche VIP d’onore, più spesso feste sregolate in cui sentirsi liber* e di cui dimenticarsi, lasciando correre effusioni, alcol e droghe di ogni tipo, abbreviate soltanto con le lettere dell’alfabeto, fermandosi un attimo prima che mischiare tutto diventi fatale. Ma nello stesso giorno, ormai in piena crisi dei trent’anni, in cui viene licenziato dalla frustrata e inacidita Sophie (una sorprendente Cara Delevingne) perché sempre in hangover e strafatto anche negli incontri di lavoro, Peter scopre di avere un figlio, Arlo (Reggie Absalom), la cui madre è da poco morta suicida.

Di quell’incontro imprevisto parla Club Kid, con un processo invertito di crescita, l’obbligo forzato a responsabilizzarsi all’improvviso: se il piccolo Arlo ha concluso l’infanzia troppo in fretta, acquisendo consapevolezza e traumi in un’unica volta, Peter vive ancora alla giornata, è il bambino di ruolo, più che anagrafico, del titolo (che richiama l’omonimo movimento giovanile di vita notturna newyorkese post-anni ’80), un eterno Peter Pan – gentile, buono, ma incapace di affrontare la sua esistenza e il suo futuro.

Club Kid lavora così su una divertente e toccante guida accelerata alla condivisione di quotidianità (feste, musica e diverimento) dentro gli spazi e i tempi di un giovane uomo gay inserito pienamente nel suo contesto, che deve imparare ad amare incondizionatamente un estraneo per tornare ad amare se stesso.

Club Kid, una questione di comunità

Jordan Firstman – comico e sceneggiatore di Long Island, ora losangelino, diventato popolare sui social soprattutto durante la pandemia e per il più recente ruolo nella serie I Love LA di Rachel Sennott – usa il suo inconfondibile stile di provocatore anche in Club Kid, esordio nel lungometraggio dopo diversi cortometraggi: un’estetica da videoclip indie, un tono ironico, sagace, scomodo, a tratti sboccato e volgare, tutto di slang gay e battute, sempre iconoclasta nel decostruire in chiave queer tutti i miti e le leggende pop (tra tutte le magliette «I Love Björk e Bareback»). Ma quest’operazione serve soprattutto per riunirsi empaticamente attorno alla stessa comunità LGBTQ+, mostrando e vivendo una libertà di valori che alleggerisca i tabù moraleggianti della nostra epoca.

Come ne Lo Sguardo Misterioso del Fenicottero, anche in Club Kid quella rappresentata è infatti una comunità ribollente, fuori dai limiti di sangue, dei contratti di affido, dei visti e dei certificati di nascita, fluida e fiera di essere definita soltanto da se stessa. Così è anche il terapeuta Oscar (Diego Calva) che per un amore d’istinto rompe la sua deontologia, così l’aspirante filosofo queer Nicky (Eldar Isgandarov), stravagante e irresistibile coinquilino di Peter, che libero in senso assoluto indossa «un completo che mi rende etero» per sposare la simpatica vicina. E così pure sono le dolls con cui il piccolo Arlo (che conosce lo slang) inizia a imparare a fare il dj, suonando alle stesse feste del padre.

Basta in fondo la prima scena di Club Kid per anticipare questo discorso: un Uber sovraffollato, amic* affiatat* che urlano e si incitano a vicenda, la macchina da presa si perde virtuosa attorno a loro, circola come se non ci fosse un unico centro di sguardo su cui fermarsi, ma un tutt’uno, un unico insieme che è il personaggio centrale da inquadrare, e che spesso Firstman mantiene anche successivamente nelle meravigliose sequenze di festa, con luci stroboscopiche, tagli strettissimi sui volti, quasi a toccarli, in un consenso intimo che è l’implicito del mostrato queer.

Club Kid, un cult annunciato

Se dovessimo trovargli un difetto è proprio che talvolta Club Kid rimane intrappolato in quei riferimenti che sono anche poi parte della sua storia produttiva: i racconti di vita underground di Sean Baker sublimati in favola (i produttori del film sono gli stessi di Anora), l’ironia quotidiana, caotica ed esplicita di Sebastián Silva (indimenticabile il ruolo simil-autobiografico di Firstman in Rotting in the Sun) e in generale una certa tendenza drammaturgica a piegare le storie al mito delle seconde possibilità, il riscatto dell’eroe che deve crescere struggendoci in modo spesso prevedibile.

Ma al di là di questi aspetti, trascurabili nel quadro d’insieme, Club Kid funziona per essere un film smaccatamente pop, che cita ma rimane personale, fedele a se stesso e alla sua sensibilissima e autentica visione di mondo. Come L’Ultima Missione: Project Hail Mary partiva dalla tradizione sci-fi più impegnata per alleggerirla e divertirla con l’affetto da grande pubblico, Club Kid cerca di riportare allo stesso modo la speranza al suo intero mondo queer, un invito a coltivare una gentilezza ricreativa nella vita di tutti i giorni, contenti della comunità di cui si fa parte, fieri della propria famiglia, da continuare ad amare anche da tutte quelle distanze che il cinema ha da sempre il superpotere di annullare.


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  1. Nel tempo della pubblicazione di questa recensione, i diritti di distribuzione globale di Club Kid sono stati infine acquisiti da A24 per 17 milioni di dollari, ndr. ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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