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Shiva Baby

Shiva Baby, il film che unisce Woody Allen all’horror puro

Una piccola perla di 77 minuti

9 minuti di lettura

Il lungometraggio d’esordio scritto e diretto da Emma Seligman è un film autentico, genuino. La regia della cineasta canadese incolla sullo schermo frammenti di una giovinezza realmente vissuta, e riesce a farlo con una lucidità e una forza disarmanti. La trama di Shiva Baby si può concentrare in poche parole: una studentessa universitaria partecipa ad un rito funebre ebraico (una shiva), dove incontra un gran numero di parenti impiccioni, un’ex ragazza e… il suo attuale sugar daddy. Se le premesse vi sembrano impregnate di humour alla Woody Allen, non vi sbagliate: il film unisce una vena ironica quasi grottesca ad un’atmosfera tanto soffocante da essere puro horror. La casa dove si tiene la shiva è un luogo opprimente, un labirinto di stanze, porte e scale che imprigionano la giovane protagonista Danielle, vittima delle incertezze tipiche della sua età e della sua generazione.

Shiva Baby ha riscosso le attenzioni della critica e del pubblico, guadagnandosi uno stuolo di fan tra i millennial e i post-millennial. La distribuzione italiana è a cura di MUBI, uno dei servizi di streaming più amato dalla comunità cinefila proprio perché in grado di dare spazio a piccoli gioielli come questo.

La protagonista di Shiva Baby è l’emblema di una generazione

Shiva Baby Danielle

Danielle (Rachel Sennott) è la pecora nera della famiglia. E con famiglia intendiamo un gregge di parenti e amici che si riuniscono in occasione della shiva, commemorazione funebre ebraica che si prolunga tradizionalmente per sette giorni. Si mangia, si beve e, nonostante gli abiti scuri, si discute di tutt’altro che del morto in questione. Infatti, il pettegolezzo divora gli animi degli invitati e la sua preda più succulenta è proprio la povera Danielle, colpevole di non adeguarsi alle aspettative sociali. Qualsiasi persona under 30 può rivedersi in lei. Ecco che la shiva a cui prende parte diventa il nostro pranzo di Natale in famiglia, con i parenti che ci riempiono di domande per le quali non abbiamo risposte (quando ti laurei? E il lavoro? Hai deciso?). In un mondo in cui l’angoscia per il futuro già attanaglia ogni adolescente, l’interrogatorio dei familiari (appartenenti ad un’epoca che, badiamo bene, ha dato loro posti fissi e stabilità) è insostenibile.

Così, Danielle: è troppo magra e deve mangiare, ha una madre da compatire, perché la figlia non ha scelto un percorso di studi preciso e non punta ad un lavoro redditizio, deve trovarsi un fidanzato, a maggior ragione perché è già caduta nella trappola della sperimentazione sessuale, fuori dall’eteronormatività. La sua bisessualità è trattata alla stregua di una pazzia adolescenziale, le sue insicurezze sono ignorate quando non ridicolizzate, i suoi interessi non contano, conta solo il fatto che sia performante e aderisca alle norme imposte dalla società. Non stupisce che, dopo un’estenuante giornata trascorsa sotto gli sguardi giudicanti dei parenti, Danielle, impotente e asfissiata, esploda in un pianto disperato.

L’unica figura in cui può trovare conforto, in fondo, è anche la sola, tra i presenti, ad appartenere alla sua generazione. Maya (Molly Gordon), la sua ex ragazza, non la perde mai di vista, finché le rivela di provare ancora qualcosa per lei, così le due si riconciliano. Il sorriso finale di Danielle è il segno di una serenità ritrovata grazie al supporto e all’amore di qualcuno molto diverso da lei ma che la sosterrà senza opprimerla.

Shiva Baby e l’idea di inserire uno sugar daddy

Shiva Baby è tratto dall’omonimo cortometraggio del 2018 di Emma Seligman e si nutre delle esperienze personali della sua creatrice (oltre che della sua bravura). Nel personaggio di Danielle prendono vita tutte quelle incertezze che a suo tempo travolsero Seligman e le colleghe di università. È lei stessa a raccontarlo in un’intervista rilasciata a MUBI (inizia subito dopo la fine dei titoli di coda del film). Spiega come l’idea di inserire uno sugar daddy sia ispirata alle vicende di alcune amiche, che tramite questa attività riuscivano a mettere da parte qualche risparmio.

Certo, Danielle non è una studentessa piena di debiti da pagare, ma come tutti cerca l’indipendenza (anche economica) dalle pressioni genitoriali e in questo tipo di lavoro pensa di trovare ciò che fare la baby-sitter non le può offrire: il potere su qualcuno che è più vecchio di lei, ma che dipende da lei. L’illusione di potere va in frantumi quando Danielle incontra, per caso, il suo sugar daddy alla shiva, con tanto di moglie e figlia piccola. La donna (Dianna Agron) è una self-made woman di successo (oltre che la versione live action di una Barbie), che irrita molto Danielle, mentre la bambina piange continuamente, producendo suoni acuti, incessanti, che sovrastano i pensieri della giovane (letteralmente, grazie ad un sapiente montaggio sonoro) e la soffocano ancora di più. D’altronde, chi porta un bebè ad una shiva? Ma la vera bambina – come scrive Lisa Mullen per Sight and Soundè la stessa Danielle, una donna che si avvicina all’età adulta ma che cede all’infantilizzazione diventando una sugar baby (forse pensando che questo la renda più potente degli adulti che la circondano e la criticano) e che si fa minuscola di fronte al sarcasmo spietato dei parenti, che la prendono in giro senza ritegno.

Perché tutti dovrebbero vedere Shiva Baby

Shiva Baby è un crescendo di tensione e ansia. La colonna sonora di Ariel Max è la chiave per un climax ascendente che porta la protagonista del film sull’orlo di un crollo nervoso. “Non ci sono molti suoni con cui poter giocare durante una shiva perché ogni cosa è coperta dal borbottio in sottofondo, quindi era importante creare un caos diverso dal semplice vociare, utilizzando il tintinnio della tazzina da caffè, il vetro rotto e cose del genere” rivela la compositrice. I suoni tipici della musica klezmer tradizionale vengono sfruttati per ottenere un effetto claustrofobico, lo stesso che ci indicano la scenografia (un unico ambiente, per di più labirintico) e la regia (Seligman non lascia respirare i suoi personaggi, i cui primi piani molto ravvicinati occupano l’intero schermo). Shiva Baby è, senza ombra di dubbio, una piccola perla di soli 77 minuti, che gode di una regia eccellente, una sceneggiatura fresca, un comparto musicale brillante. Nota di merito per l’attrice protagonista, che si cala nel ruolo con naturalezza e disinvoltura, come fosse la sua stessa vita. In definitiva, in Shiva Baby ogni componente cinematografica dà un contributo significativo per raggiungere gli obiettivi artistici desiderati, che è esattamente ciò che si dovrebbe fare per realizzare un buon film.


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Agata Iacopozzi

Classe 1998, capitata qui un po' per caso. Sono toscana ma studio al DAMS di Bologna. Ovviamente appassionata di cinema e futura disoccupata. Sono la prova che si può amare Godard indossando t-shirt di Star Wars.

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