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Asako I & II

Asako I & II, dubbio e incertezza emotiva nel film di Hamaguchi

Dal regista di "Drive My Car", una storia di incontri per riflettere sulle fragilità dell'essere umano

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8 minuti di lettura

Un incontro improbabile e quasi surreale, disegnato e colorato dal caso e dal destino, un amore fulminante sancito da un timido bacio che contiene già tutto quello che succederà tra la timida Asako e l’estroverso Baku. I primi folgoranti minuti di Asako I & II (in originale Sia che tu dorma o sia sveglia) sono la limpida e chiara testimonianza dell’originalità stilistica e narrativa di Ryusuke Hamaguchi.

Il regista e sceneggiatore giapponese, già dal suo grezzo e lunghissimo esordio Happy Hour, fino all’immenso capolavoro Drive My Car ha condensato perfettamente l’inconsueta e sfuggente sfera emotiva insieme al contesto tangibile e reale del Giappone contemporaneo. Asako I & II, infatti, si pone proprio a metà tra un primo film lungo cinque ore e recitato da attori non professionisti e un film che è già una pietra miliare del cinema orientale.

Asako I & II getta le fondamenta di un cinema da Festival

Asako

Il film è un progetto uscito nel 2018 che, tramite la selezione al Festival di Cannes, ha permesso a Ryusuke Hamaguchi di farsi conoscere dall’occidente, che lo accoglierà e lo premierà in ogni suo festival importante. Sebbene Asako I & II sia un progetto struggente e ancora acerbo, pianta magnificamente tutti i semi stilistici e tematici che in Drive my car fioriranno in maniera matura, raggiungendo i confini della perfezione.

Per conoscere da dove nasce la poetica cinematografica di uno dei registi più influenti del nuovo millennio è quindi impossibile non immergersi in una storia (finalmente disponibile in Italia grazie a MUBI) che indaga e scava sottili sfumature dell’amore e della fragilità emotiva di una ragazza che dovrà affrontare dubbi e fantasmi che non smettono di perseguitarla.

Una storia di incontri e di volti

Asako

Se Drive my car si apre con la perdita, Asako I & II si costruisce e prende forma attraverso gli incontri. Incontri talmente folgoranti che riescono a sgretolare le proprie convinzioni e costringono a cambiare bruscamente la direzione della propria vita. Questo succede alla schiva Asako quando incontra l’espansività di Baku, quando viene investita da ciò che non è e trova in quello una felicità inaspettata. Un amore fulmineo bistrattato da chi lo guarda dall’esterno, un rapporto atipico che è costruito più sugli sguardi che sulle parole. Entrambi conoscono poco dell’altro, ma qualcosa li attrae e li spinge a rafforzare quel legame. 

Mentre però Asako è sempre più innamorata, Baku è sempre più strano e misterioso. Sparisce intere notti per poi ripresentarsi il mattino dopo e promettere ogni volta alla preoccupata Asako che tornerà sempre da lei, anche se sei mesi dopo uscirà per prendere delle scarpe e non tornerà più a casa. Una ferita talmente profonda che Asako riesce a ricucire lasciando la sua Osaka e trasferendosi nell’immensa Tokyo e lavorando in una piccola caffetteria, ma a riaprirla senza preavviso due anni dopo sarà l’incontro con Ryohei, un giovane uomo d’affari che ha lo stesso volto di Baku. 

Un altro incontro che fa nascere un sentimento diverso e più lieve del precedente, che brucia lentamente e che deve scontrarsi con le paure e i timori di Asako, incapace di capire se quello che prova è qualcosa di reale o un tentativo di aggrapparsi a quello che è stato e che ha perso. Un amore che riesce a consolidarsi, ma che dopo anni dovrà scontrarsi di nuovo con gli spigoli che non sono stati smussati e continuano a ferire Asako, che sarà obbligata a confrontarsi con un fantasma che tornerà a rimescolare tutte le carte.

Il confine tra amore e gratitudine

Ryusuke Hamaguchi, al contrario di tutti gli altri suoi progetti, inserisce qui un elemento surreale, una dinamica che trascende la realtà per avere uno strumento in più per analizzarla e descriverla ancora meglio. L’inserimento di due ragazzi con lo stesso volto permette di sviscerare la fragilità emotiva e il dubbio esistenziale grazie al percorso che si trova ad affrontare lo sfaccettato personaggio di Asako.

È lei a essere spaccata a metà, è lei che oscilla tra la perdita e il ritrovamento, costretta dalle circostanze a innamorarsi dello stesso volto e a dover esplorare però il sottile confine tra amore e gratitudine: una continua lotta verso la ricerca della propria identità e sul capire chi si vuole essere. Asako deve affrontare un percorso emotivo attraverso le sue crepe per vincere l’abbandono che ha subito, per scoprire se ama Ryohei per il suo animo gentile e paziente o solo perché ha lo stesso volto di Baku, il personaggio più enigmatico della storia.

Baku svolge un ruolo da fantasma che non lascia stare la protagonista e che tornerà a mettere in discussione tutto quello che Asako ha costruito dopo la sua dipartita. Baku è lo strumento di analisi e Asako, finché non lo affronta, resta in un limbo che non le permette di lasciarsi andare, bloccata tra il confine del sogno e della realtà, un ostacolo che la immobilizza e la rende incapace di capire i veri sentimenti che ardono dentro di lei.

L’incontro surreale tra il doppio e il sogno

Asako I & II, come Drive My Car, affronta un viaggio emotivo ma, invece di inscenarlo tramite un’esperienza on the road, lo sviluppa tramite l’incontro straniante e surreale con l’altro, scelta narrativa e visiva che si avvicina più alla terza storia raccontata ne Il gioco del destino e della fantasia(2021) Tuttavia, per come è girato in maniera magistrale e per i semi che pianta (il tema del teatro, l’opera di Cechov) risulta essere il passo necessario che è servito al regista giapponese per poi realizzare Drive My Car. 

Asako I & II è dunque un’opera giovanile e avvincente, che gioca con il tema del doppio e del sogno per raccontare dolcemente tramite immagini magnifiche e parole misteriose cosa ognuno di noi si porta dentro: fragilità e dubbi che ci rendono veramente umani.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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