Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Brian di Nazareth, il Vangelo secondo i Monty Python

/
11 minuti di lettura

Nel 2000 il magazine di cinema e spettacolo britannico Total Film indisse un sondaggio tra i suoi lettori per individuare quale fosse il film più divertente della storia del cinema. Al termine del sondaggio, il risultato fu sorprendente: a vincere il titolo non furono titoli estremamente caldeggiati come A qualcuno piace caldo (1959; la pellicola di Wilder si classificò ottava) o L’aereo più pazzo del mondo (1980; secondo classificato), ma fu Brian di Nazareth1 (1979), commedia del gruppo comico inglese Monty Python diretta da Terry Jones.

Film altamente controverso dalla storia distributiva difficile, il terzo lungometraggio del gruppo britannico viene ancor’oggi considerato come uno dei titoli più esilaranti della storia: un distillato dello humour caustico e sofisticato che ha sempre caratterizzato il cinema dei Monty Python, capace di ridere non solo di un intero genere cinematografico ma anche di un’insieme altamente potente di istituzioni e credenze religiose.

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

In questo articolo andremo dunque a ripercorrere la pellicola più controversa dei Monty Python, la sua storia con la censura e i motivi che rendono Brian di Nazareth il film più divertente della storia.

Una storia di soldi mancanti e di censure globali

Nel 1979, i Monty Python erano già il gruppo di comici più famoso del mondo. Composto da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin, il gruppo aveva già all’attivo non solo uno show televisivo di enorme successo in Regno Unito (Monty Python’s Flying Circus, andato in onda sulla BBC dal 1969 al 1974) ma anche due film di eguale popolarità. Il primo è E ora qualcosa di completamente diverso (Ian MacNaughton, 1971), pellicola a episodi in cui si rigirano per la sala cinematografica alcuni degli sketch più famosi del gruppo, come quello sulla battuta più divertente del mondo.

Il secondo, Monty Python e il Sacro Graal (Terry Gilliam e Terry Jones, 1975), è il primo film del gruppo costruito su una trama unitaria e lineare, incentrata sulla parodia del Ciclo Bretone e sul mito della ricerca del Sacro Graal; dal budget assai ridotto, il film fu un successo enorme e ancor’oggi è considerato un film di culto – nella già citata lista di Total Film quest’opera si classificò quinta. Reduci di questo importante successo, i cinque comici iniziarono a sviluppare un nuovo lavoro: un film ambientato nella Giudea di Gesù Cristo.

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Brian di Nazareth non nasce sotto una buona stella: inizialmente doveva essere prodotto dalla EMI, ma dopo aver letto la sceneggiatura i manager della compagnia decisero di fare un passo indietro. Sarà grazie ad un inaspettato finanziatore, George Harrison dei Beatles, che il film si farà: girato sull’ex-set di Gesù di Nazareth (Franco Zeffirelli, 1977), il film viene realizzato con l’irrisorio budget di 4 milioni di sterline – una produzione low cost, ma pur sempre più ricca rispetto a quella del precedente film, realizzato con 300.000 sterline circa.

Una volta distribuito nelle sale britanniche a partire dall’8 novembre 1979, Brian di Nazareth divenne presto un successo in termini economici: in solo due mesi riuscì a diventare il quarto incasso dell’intera annata in Regno Unito. Contrapposto a questo, tuttavia, ci fu una forte risposta da parte dei gruppi religiosi britannici e non solo, che accusarono il film di blasfemia. In alcuni dei casi più estremi, il film fu addirittura censurato e non mostrato: questo successe in alcune parti del Regno Unito come l’Irlanda, in Norvegia (famoso divenne il claim del film in Svezia: “Questo film è talmente divertente che in Norvegia l’hanno censurato”) e persino in Italia, dove il film arriverà solo nel 1992 grazie alla Titanus.

Ma è davvero così blasfemo (e divertente) Brian di Nazareth?

Brian di Nazareth, dissacrare le istituzioni

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Giudea, anno Zero. Di fianco alla stalla dov’è nato il bambin Gesù, vede la luce Brain Cohen (Chapman), un mediocre giudeo figlio di una donna di facili costumi assai petulante (Jones). La sua vita procede in povertà e relativa pace fino a quando, all’età di trentatrè anni, scopre di essere figlio di un centurione romano – da qui, il suo “nasone” per cui viene costantemente deriso da tutti gli altri ebrei.

Rifiutando le proprie origini legate agli allora colonizzatori della Palestina, Brian si unisce al Fronte Popolare di Giudea, squinternato gruppo anti-imperialista: tra un’azione di protesta (scritta in un latino assai sgrammaticato) e una sentenza da un Ponzio Pilato (Palin) dal grottesco rotacismo, il povero Brian si troverà incastrato in una serie di equivoci che lo porteranno ad essere scambiato dalle masse per il Messia, l’Eletto da Dio.

Sin dalla prima sequenza di Brian di Nazareth diventa chiaro che il bersaglio della satira dei Monty Python non è la figura di Gesù – il film anzi si presenta come molto fedele nel rappresentare l’iconografia cristologica, quando appare su schermo sotto forma di Natività e del discorso delle Beatitudini. Brian non è l’anti-Cristo (mi si passi il termine), ma è solo un sempliciotto giudeo, figlio del suo tempo – in tutti i sensi, dati i suoi genitori – che cerca di sbancare il lunario in una società ben più brutale di quella di oggi.

Ciò che diviene il bersaglio dell’ironia pungente, raffinata, colta e surreale dei Monty Python in Brian di Nazareth è, in fondo, la società nel suo complesso di dinamiche di potere sulle masse. Dai romani colonizzatori della Giudea che non si accorgono delle cospirazioni dei locali – i legionari finiscono o per aiutarli (“Romani ite domum“, che richiama il celebre motto “Yankee go home”) o semplicemente per non accorgersene (le continue spedizioni nella casa che ospita le loro riunioni) – ai gruppi di resistenza anti-colonialista – il “Fronte Popolare di Giudea” (parodia del PFLP), gruppo rivoluzionario che lavora solo in funzione della polemica, spesso sterile, e senza azioni concrete se non contro i loro avversari, il Fronte Popolare Giudeo -, non viene risparmiato nessuno.

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Il gruppo comico inglese in Brian di Nazareth ironizza senza sconti su tutti, usando la parodia di un mondo antico, lontano e barbaro come l’evidente specchio deformato delle posizioni politiche e delle pose culturali del loro tempo – un’amara critica al potere colonialista e a quello che oggi chiameremmo “attivismo performativo” travestita da peplum2. La critica più aspra e amara, però, i Monty Python la riservano per le masse di fedeli: l’ascesa di Brian in qualità di Messia è affidata a una massa di Giudei che, colpiti dalle misteriose (e senza senso) farneticazioni del ragazzo intento a sfuggire all’ordine costituito, adora il ragazzo solo sulla base di premesse fumose ed evidenti coincidenze.

La satira dei Monty Python, dunque, più che concentrarsi sulla ridicolizzazione della religione è legata alla facile capacità delle masse di farsi abbindolare da (più o meno) sedicenti Messia e salvatori. Brian di Nazareth non ridicolizza dunque l’idolo, ma chi lo percepisce come tale – soprattutto quando, come nel caso di Brian, esso non vuole neanche essere visto in questo modo. Una schiera di fedeli, quella del povero protagonista, che pare non ragionare, obnubilata da una mente alveare (ogni riferimento a Pluribus è puramente casuale) e sempliciotta, che necessita di qualcuno da seguire ciecamente, senza utilizzare il proprio senso critico – perfino quando è il loro stesso leader a spronarli a ragionare!

Al netto di una certa rozzezza tecnica – in linea col budget assai ridotto dell’operazione – Brian di Nazareth resta il film più critico e caustico dei Monty Python, che senza perdere in ironia e in momenti diventati iconici (tra gli altri si possono citare come riferimento il personaggio di Marco Pisellonio o il finale sulla croce con il numero musicale Always Look on the Bright Side of Life) ride – senza mai toccare o mettere in discussione la figura di Cristo – del potere, della controcultura e delle masse religiose senza cervello.

Un film controverso – ora come allora -, ma innegabilmente, dannatamente divertente.


Seguici su InstagramFacebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club

  1. BBC News, Life of Brian tops comedy poll (29 settembre 2000; http://news.bbc.co.uk/2/hi/entertainment/948331.stm) ↩︎
  2. Per approfondire la storia e le forme del genere del peplum: Francesco Di Chiara, Peplum.
    Il cinema italiano alle prese col mondo antico
    , Edizioni Donzelli, 2015 ↩︎

Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.