In un futuro prossimo dove la crisi climatica è giunta a un punto di non ritorno, la popolazione mondiale è costretta a vivere al riparo dalla luce del sole, svolgendo ogni attività di notte, andando quindi a dormire all’alba.
Presentato alla 78ª edizione del Festival di Locarno nella sezione Cineasti del Presente (Pardo alla miglior interpretazione a Levan Gelbakhiani), Don’t Let the Sun è l’esordio fiction della documentarista svizzera Jacqueline Zünd, attualmente nelle sale italiane distribuito da Trent Film.
Miraggio sociale

Quello di Don’t Let the Sun è un mondo sconquassato dall’asfissiante cambio di abitudini, costretto a guardare la luce del giorno solo attraverso le tapparelle, dal buio della propria casa illuminata soffusamente da mezzi artificiali. All’alba suonano le sirene, con una voce perentoria che avvisa la popolazione di tornare nelle proprie abitazioni. Echi di quarantena.
Mentre la Terra è arida, i rapporti sociali diventano glaciali. Le persone sembrano svuotate di ogni emozione, impaurite da ogni sentimento, disilluse in una società sempre più artificiale e artefatta. Morti viventi logorati da uno stile di vita vampiresco.
L’alienazione viene vista attraverso gli occhi della bambina protagonista (Nika, interpretata da Maria Pia Pepe). La madre Cleo (Agnese Claisse) crede abbia bisogno di una figura paterna, allora assume Jonah (Levan Gelbakhiani), un ragazzo il cui lavoro è quello di interpretare un ruolo a seconda di quello che il cliente necessita – in questo caso, quello paterno.
Jonah è quindi un attore, ma più che interpretare un soggetto, sembra interpretare un’illusione; il suo modus operandi non esula dai comportamenti umani asettici del resto della società, poiché anch’egli è parte di questa, nonché soggetto a un prosciugamento emotivo e sentimentale.
Un miraggio in un mondo ormai deserto.
Un futuro in cui il contatto fisico e i sentimenti sono ripressi

La mercificazione dei rapporti umani in Don’t Let the Sun è solo l’ultima estrema conseguenza di una società in cui il contatto fisico non esiste più. Allora vi sono immagini stranianti, di persone semisvestite che si lasciano andare in qualcosa che sembra illegale in un contesto sociale dove l’affetto fisico è inconsueto. Abbracci violenti che sembrano coreografati, una sorta di danza senza musica, un rave dove dare sfogo a bisogni fisici e sentimenti dimenticati.
Queste scene in particolare sembrano figlie delle coreografie tra danza e lotta dei militari in Beau Travail, di Claire Denis. Un rituale di corpi che si stringono e che si lasciano andare, ritratto di individui che cercano libertà nel movimento, attraverso sagome che si divincolano dal machismo militare per raggiungere spiritualmente desideri repressi. In Don’t Let the Sun, invece, ad essere represso è ogni contatto umano, senza una particolare valenza sociale, quanto emotiva nella necessità di liberarsi da quel sentore di alienazione, che però esplode ancor di più in questi gesti innaturali, come di esseri umani che non riescono più ad agire in modo normale.
Don’t Let the Sun, troppo tempo perso nel silenzio

Jacqueline Zünd ha idee visive e capacità tecniche chiare, ma Don’t Let the Sun sembra destinato a diventare uno di quei film in grado di perdersi nelle sue particolarità. La regista crea un distacco emotivo talmente ampio da rendere indistinguibile la freddezza del racconto dall’assenza di empatia della narrazione. La sceneggiatura risulta a tratti jarmuschiana negli aspetti teorici che diventano tratto stilistico, senza però l’estro dell’autore newyorkese nei dialoghi che devono essere in grado di riempire il vuoto lasciato dagli impassibili personaggi.
Zünd si rifugia nei silenzi, nello stile, nei cliché da film d’essai, nelle inquadrature aesthetic e nell’asciugare ogni elemento della narrazione – tanto da renderla secca, ruvida, meccanica. La città illuminata di bianco dalla luce estrema. Le notti popolate da sagome senz’anima. Don’t Let the Sun è un’opera intrigante in grado di autosabotarsi nella desolazione del suo mondo, nei silenzi prolungati, esasperati, e nei pochi (e ripetuti) avvenimenti; tutte caratteristiche che rendono questo film un cortometraggio dilatato.
È dunque questo il futuro che ci aspetta? Saremo in grado di salvarci o saremo anime in pena che vagano nel riflesso della propria autocommiserazione?
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