Barbara Ronchi protagonista Elisa Leonardo Di Costanzo

Venezia 82 – Elisa, Di Costanzo racconta l’umanità del male

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Elisa, presentato da Leonardo Di Costanzo in concorso a Venezia, racconta la vicenda di una donna che ha ucciso la sorella, bruciandone il cadavere. E che, dopo pochi giorni, ha tentato di strangolare la madre e darle fuoco.
Elisa è un nome di fantasia, ma la storia è liberamente ispirata a un fatto di cronaca vero, avvenuto nel 2009 nel comasco, che i criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali hanno affrontato nel libro “Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro” (pubblicato nel 2022 da Raffaello Cortina Editore).

Di Costanzo riprende la sua riflessione sul carcere

Roschdy Zem in Elisa di Leonardo Di Costanzo. L'attore è seduto alla scrivania e veste un abito scuro, porta gli occhiali. Nel film interpreta il criminologo che si occupa del caso di Elisa.

Elisa si apre e si chiude proprio con il punto di vista del criminologo (Roschdy Zem) che ricerca l’incontro con chi ha ucciso.
Partiamo da una foto che rappresenta la facilità con cui le norme sociali possono indurre a guardare con indulgenza e compiacenza alla violenza più feroce. E arriviamo a una lettera che, almeno in parte, proverà a dire perché è importante incontrare il carnefice, conoscerlo attraverso la parola per riconoscere quella potenzialità del male che alberga dentro ognuno e ognuna. Riconoscerlo per domarlo.

Anche in Elisa Leonardo Di Costanzo sceglie di ambientare l’intera narrazione all’interno di un carcere.
Con Ariaferma ci aveva condotti all’interno dell’ex carcere San Sebastiano di Sassari, reso un moderno panopticon dove il rapporto di controllo tra sorveglianti e sorvegliati viene stravolto dalla contingenza, costringendo entrambi a ridefinire nuove relazioni e nuovi equilibri.
Elisa, al contrario, è ambientato in un immaginario centro di detenzione di Moncaldo, in Svizzera, dove le detenute vivono in casette di legno e circolano liberamente, per attività e incontri, in un ampio bosco recintato.

Nella realtà, quando è stato scritto il libro che ha ispirato il film di Di Costanzo, la protagonista di quelle pagine era reclusa nel carcere di San Vittore di Milano. Possiamo allora immaginare che si tratti di una scelta programmatica, come a rimarcare un dibattito necessario sul senso del carcere, anche e soprattutto di fronte ai casi più dolorosi o che vorremmo poter definire disumani.

Elisa è il racconto di una transizione interiore

In Elisa di Leonardo di Costanzo, barbara Ronchi intepreta la protagonista. Qui un primo piano dell'attrice nel ruolo.

Attraverso Elisa si disvela così un percorso in direzione contraria rispetto a quello che avevamo conosciuto in Ariaferma (in entrambi i casi la sceneggiatura è firmata con Valia Santella e Bruno Oliviero). Non si tratta più di riconoscere un rapporto relazionale in una struttura improntata alla deumanizzazione e al controllo, quanto piuttosto di partire da una condizione che, all’apparenza, racconta una riuscita esperienza di “riabilitazione”, accompagnata però dalla rimozione autoassolutoria delle proprie azioni (Elisa dice di non ricordare niente dell’omicidio), per arrivare a riconoscere se stessi nella capacità di uccidere.

Elisa è un film su questa transizione e Di Costanzo sceglie di seguire un ritmo che indugia in un approccio riflessivo, senza cedere alla suspense, nemmeno intorno ai flashback che ricostruiscono i giorni intorno all’omicidio.

La narrazione si prende il suo tempo per maturare, così come Elisa attraversa i colloqui e i ricordi per trasformare la sua rappresentazione di sé. Vittima della ferocia della media borghesia di provincia, di cui la sua famiglia “perbene” riproduce le dinamiche più violente. E carnefice, responsabile di crimini che non sono più altri a raccontarle, ma di cui recupera memoria e consapevolezza. Si affida per farlo a un’eccezionale Barbara Ronchi (già protagonista lo scorso anno a Venezia con Diva Futura e Familia) che restituisce con intensità ed equilibrio la complessità del suo personaggio.

Come si diventa capaci di uccidere?

“Sì, sono stata capace” dice a un certo punto Elisa alla guardia che la accompagna e la interroga sulla distonia tra l’immagine che vede di lei in quel momento e quella restituita dalla cronaca dei giornali.
È un punto di svolta del film: riconoscere il suo movente, per che cosa è stata “capace” di uccidere.

Non solo per odio o per rancore, ma per paura. Anche qui Barbara Ronchi restituisce perfettamente l’inquietudine di questo passaggio: è la paura, la paura di veder crollare un castello di bugie costruito per allontanare da sé la responsabilità del fallimento dell’azienda di famiglia, a rendere pensabile, come ipotesi reale e razionale, un omicidio.

Perché quel fallimento economico coincide, nella percezione di sé, con l’essere “una fallita”.
E di fronte al rischio di veder emergere questa verità, di far cadere le maschere ed essere “vista” in questo suo fallimento, che diventa per lei realtà esistenziale, tutto ciò che può evitarlo diventa necessario. In una spirale di bugie che oltrepassa il punto di non ritorno e sprofonda nel vuoto di consapevolezza della gravità e irrimediabilità delle proprie azioni.

La sorella che prova a convincere Elisa di poter sistemare le cose raccontando tutto al padre, la madre che le urla “ma io ti conosco”, alludendo a una sua responsabilità nella sparizione della sorella, sono non casualmente scintille che alimentano la violenza. Elisa, dunque, uccide per paura, perché voleva farlo, forse anche per una rabbia profonda e repressa, e perché quando torna a casa e appoggia la testa sul cuscino, dopo aver carbonizzato il corpo della sorella, sente di essere “in pace”.

Le parole dei carnefici e la voce perduta delle vittime

Valeria Golino in Elisa di Leonardo Di Costanzo; l'attrice interpreta Laura, la madre di Elisa, e dà voce alle vittime.

Tutto il film prova a raccontarci, saggiamente con più domande che risposte, perché è importante parlare con Elisa, dialogare con le sue parole, capire quanto siano umane le sue azioni. E intorno a lei si muovono personaggi che, da punti di vista diversi, cercano di comporre un complesso e precario equilibrio intorno al rapporto con il male.

Il padre (Diego Ribon) è una figura tragica, padre della vittima e del carnefice, che sceglie di non abbandonare la figlia superstite e, pure, cerca di opporre una istintiva resistenza ai suoi colloqui con il criminologo arrivato in carcere, come a voler proteggere l’apparente normalità di quel nuovo rapporto, costruito sulla rimozione e possibile solo nella realtà separata e a suo modo sicura dell’istituto di pena.

Nel difficile lavoro di tessitura che Di Costanzo compie con Elisa, merita una menzione particolare anche Valeria Golino (chiamata a interpretare la madre, Laura) che, nelle sue brevi e dense apparizioni, ha il compito di dare voce al dolore delle vittime. E, ancora di più, a quello di chi sopravvive alle vittime.
È un punto di vista che si può non condividere nel suo portato generale – come le risponde il criminologo nel finale del film, trovare la stessa nostra umanità nei carnefici diventa anche un modo per elaborare il proprio dolore – e tuttavia è indispensabile che ci sia, che possa essere ascoltato.

Perché, certo, la parola del carnefice è importante. Se non è posticcia o funzionale alla domanda crescente di serie true crime. E se non la si ascolta con il pregiudizio di doverci trovare una radicale diversità da noi, una risposta rassicurante ad ogni domanda sui moventi dei crimini più feroci. Ma l’ultimo incontro di Elisa ci ricorda anche che se ascoltiamo le parole dei carnefici è sempre perché le vittime non possono più parlare.


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Classe 1992, toscano, giornalista pubblicista. Studi di economia a Bologna, lavoro nel mondo del terzo settore. Appassionato di storie, di come nascono e di quello che diventano, di cosa raccontano e di come possono essere rappresentate, montate e interpretate.

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