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Ariaferma pone un grosso interrogativo su come funziona il carcere

L'Ariaferma è quella gelida, stagnante, quella che si respira dentro un carcere dal quale entri ed esci per poi tornarci ancora

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11 minuti di lettura

Arriva finalmente in sala Ariaferma, l’ultima fatica di Leonardo Di Costanzo, presentata Fuori Concorso a Venezia78. Accolta con favore della critica, la pellicola vanta un cast ridotto ma brillante, in cui spiccano due colossi del cinema italiano, Toni Servillo e Silvio Orlando. Nel suo terzo lungometraggio finzionale, Di Costanzo si cimenta nell’esplorazione del mondo del carcere.

Ne mette in scena le ritualità, ne ricostruisce con cura le atmosfere, gli ambienti. Il risultato è una riflessione disincantata sui rapporti detenuto-sorvegliante, dove il colpevole e l’innocente si muovono sullo stesso piano.

Ariaferma è un prodotto originale che, seppur nell’imperfezione, evita di vivere unicamente delle ottime interpretazioni dei suoi attori protagonisti e offre spunti meritevoli d’attenzione.

Ariaferma, fare un film sull’assurdità del carcere

ariaferma silvio orlando carcere

Leonardo Di Costanzo nasce documentarista, ma prosegue la sua carriera come autore di fiction (prima con L’intervallo, nel 2012, poi con L’intrusa, nel 2017). Sceglie di raccontare problematiche sociali, portando a galla pezzetti di realtà che la maggioranza degli spettatori ignora o non immagina neanche.

Costruisce una filmografia sui dimenticati dalla società, mettendo da parte lo sguardo giudicante e la retorica paternalista. In Ariaferma, gli individui abbandonati sono i detenuti del carcere di Mortana, una struttura ottocentesca, giunta ormai agli ultimi giorni di attività. Tutti i prigionieri sono stati trasferiti, ne restano soltanto una dozzina, sorvegliati da pochi agenti della polizia penitenziaria.

Il carcere di Mortana nella realtà non esiste: è un luogo immaginario, costruito dopo aver visitato molte carceri. Quasi ovunque abbiamo trovato grande disponibilità a parlare, a raccontarsi; è capitato che gli incontri coinvolgessero insieme agenti, direzione e qualche detenuto. Allora era facile che si creasse uno strano clima di convivialità, facevano quasi a gara nel raccontare storie. Si rideva anche.

Poi, quando il convivio finiva, tutti rientravano nei loro ruoli e gli uomini in divisa, chiavi in mano, riaccompagnavano nelle celle gli altri, i detenuti. Di fronte a questo drastico ritorno alla realtà, noi esterni avvertivamo spaesamento. E proprio questo senso di spaesamento ha guidato la realizzazione del film: Ariaferma non racconta le condizioni delle carceri italiane. È forse un film sull’assurdità del carcere.

Leonardo di Costanzo sul processo che ha portato alla realizzazione di Ariaferma

Il cinema di finzione, qui arricchito da una forte impostazione teatrale, ha dato al regista la possibilità di avvalersi di una dilatazione temporale estranea alle logiche del documentario. Ariaferma è un gioco di attese, prima di pronunciare una parola si assiste ad un silenzio quasi innaturale.

L’aria è davvero ferma, addirittura immobile: la vita dei carcerati è acqua stagnante, si ripete uguale ogni giorno e non esiste via d’uscita. Quella dei loro carcerieri non è da meno, poiché anche loro sono bloccati a Mortana, completamente allo sbando e senza notizie sul da farsi. Così diversi, fin da subito detenuti e guardie condividono il sentimento di abbandono.

Quando sono i luoghi a parlare: il carcere è obsoleto?

Ariaferma silvio orlando toni servillo in cucina

La location del film è l’ex carcere San Sebastiano di Sassari, che si è trasformato, per l’occasione, nel fittizio carcere di Mortana, collocato non si sa dove nella penisola italiana. Le prime immagini della struttura penitenziaria sono di esterni: la regia rende palese che ci troviamo in un luogo sperduto.

Il carcere di Mortana è il simbolo di ogni carcere: cosa importa al cittadino medio dove siano i criminali, finché sono dietro le sbarre? Nessuno sa cosa succede all’interno di una prigione e, in fondo, a nessuno interessa. Il carcere, scriveva Angela Davis in Aboliamo le prigioni?, è per noi “un luogo astratto”, che ha una precisa funzione ideologica: “ci solleva dalla responsabilità di affrontare seriamente i problemi della nostra società” (per lei, il razzismo, la mancanza di istruzione, la povertà dilagante e, in ultimo, il capitalismo).

Per quanto ridicolo, l’immagine mentale che abbiamo delle prigioni è un derivato dei prodotti audiovisivi che consumiamo nel quotidiano, sostiene Davis, e questo ci induce a legittimarle come valide.

Di Costanzo, che pure lavora con un prodotto audiovisivo e per di più finzionale, riesce man mano a porci di fronte al carattere obsoleto delle carceri, mostrando un frammento di ciò che sono in realtà. Dopo aver delineato gli esterni del penitenziario, infatti, la macchina da presa si sposta al suo interno: l’atmosfera è sospesa, l’ambiente è claustrofobico.

Sono spazi immensi ma decadenti e labirintici. C’è un momento di Ariaferma in cui inquadrature fisse si succedono uno dopo l’altro, lasciandoci il tempo di assimilare i dettagli della scenografia: corridoi deserti, celle sporche, stanze comuni immerse nel vuoto grigiore già evidente dalla color correction scelta per la pellicola.

Ecco che il significato del titolo, Ariaferma, non è più un mistero. L’Ariaferma è quella gelida, stagnante, quella che si respira dentro un carcere dal quale entri ed esci per poi tornarci ancora, come fa il giovane Fantaccini (Pietro Giuliano), che è passato da una casa famiglia all’altra e conosce solo la vita da detenuto o da piccolo criminale.

È qui che si insinua la critica, neanche troppo velata, al carcere, che non offre niente, non dà nuove prospettive e non è rieducativo. Nel caso illustrato da Ariaferma, non ci si pongono problemi a violare i diritti dei carcerati: vista la situazione d’emergenza, non sono concesse le visite dei familiari, la cucina non è in funzione, tutte le attività ricreative sono sospese (e qualche guardia delle inclinazioni fasciste non poteva sperare di meglio, perché, ricordiamolo, stiamo parlando di criminali che non si meritano niente).

Toni Servillo e Silvio Orlando come a teatro per concentrarsi sull’interiorità

L’idea di base per Ariaferma è nata dalla visione di uno spettacolo allestito in carcere. Curiosa coincidenza che un altro buon prison movie all’italiana sia Cesare deve morire (Paolo e Vittorio Taviani, 2012), docu-film sulla messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare nel carcere di Rebibbia.

I fratelli Taviani, in quel caso, distinsero la rappresentazione teatrale dalla quotidianità tramite il colore: il bianco e nero per la realtà, i colori per la finzione, per rimarcare, forse, il ruolo vitale che l’arte riveste nelle nostre vite (e in certe più che in altre). Di Costanzo non ha bisogno di simili soluzioni tecniche, ma attinge a piene mani dal mondo del teatro: lavora con due attori che provengono dal palcoscenico, allestisce le sue scenografie come fosse in teatro.

Toni Servillo, nei panni dell’ispettore Gaetano Gargiulo, e Silvio Orlando, il detenuto Don Carmine Lagioia, interpretano magistralmente i rispettivi personaggi, senza scadere nell’eccesso, giocando di sguardi e microespressioni, preferendo una recitazione asciutta e minimalista. L’obiettivo del regista era, indubbiamente, concentrarsi sui rapporti umani, in particolare quelli tra le singole guardie, tra i singoli detenuti e tra guardie e detenuti.

Nonostante le differenze, i due gruppi sono uguali, come dimostra la scena madre del film, in cui, a causa di un blackout, guardie e carcerati finiscono a mangiare insieme intorno ad un unico tavolo illuminato. Santi e peccatori, tutti presenti all’Ultima Cena. Per quei pochi minuti, l’assurdità del carcere svanisce e lascia spazio all’umanità.

Perché dovreste vedere Ariaferma

L’assurdità del carcere, le condizioni tremende in cui i detenuti sono costretti a stare e l’impossibilità di rifarsi una vita una volta scontata la pena sono questioni con una storia di lunga data. È significativo, però, che Ariaferma sia arrivato in sala adesso, dopo la pandemia.

Questo non perché, come potrebbero dire alcuni, il film rispecchi l’esperienza di reclusione del lockdown, ma perché la situazione delle carceri sovraffollate è una faccenda peggiorata con il Covid-19. Ora più che mai vale la pena di interrogarsi, come molti abolizionisti del carcere fanno da decenni, sull’utilità delle strutture carcerarie, sulla loro organizzazione, sul pregiudizio verso chi ha commesso un crimine.

Ariaferma offre uno spaccato su ciò che soltanto chi ha lavorato o vissuto in carcere conosce, ci dà la possibilità di avere un assaggio di quella realtà. La sua pecca è non riuscire ad andare fino in fondo, non approfondire alcuni personaggi che avrebbero meritato un’analisi più precisa, ma Ariaferma rimane un’opera molto valida e una pellicola meritevole.


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Agata Iacopozzi

Classe 1998, capitata qui un po' per caso. Sono toscana ma studio al DAMS di Bologna. Ovviamente appassionata di cinema e futura disoccupata. Sono la prova che si può amare Godard indossando t-shirt di Star Wars.

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