Non possiamo parlarvi di «Fight Club»

«Where is my mind?» cantavano i Pixies alle spalle di Edward Norton e Helena Bonham Carter che, inerti, fissano il mondo davanti ai vetri della loro finestra, crollare. Stretti tra gli esili spazi delle proprie dita, la coppia si tiene saldamente per mano, attendendo la fine di una società che odia immensamente. O, sarebbe meglio affermare, che Norton odia, non meno profondamente. Il nome del protagonista di Fight Club interpretato dall’attore ricade nell’anonimato: egli è uno, ma anche nessuno e allo stesso tempo centomila, pirandellamente parlando. Egli è tutti e ognuno di noi all’interno di una scomoda società che ci appartiene e a cui inevitabilmente apparteniamo: «le cose che possiedi alla fine ti possiedono», afferma con sguardo sfacciato Tyler Durden alias un ribelle Brad Pitt, niente di meno che alter ego di Edward Norton, che conclude con una boccata di sigaretta in una mano e una sorsata di drink nell’altra.

Vuoi saperne di più? Abbiamo già parlato di Fight Club con un approfondimento su Marla Singer!

Fight Club fa parte di quella categoria di film anni ’90 che hanno indelebilmente segnato il nostro secolo e che la generazione di coloro che oramai sfiorano immancabilmente i temuti 30 anni non può non aver visto almeno una volta, fosse anche stato in una sera distratta sul divano durante il più concitato degli zapping. Il capolavoro cinematografico, per alcuni, scempio scioccante al limite della decenza per altri, porta la firma di David Fincher che nel 1999 lo diede alla luce dopo l’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, insieme allo sceneggiatore Jim Uhls e la produzione di Art Linson e Arnon Milchan, aggiudicandosi il decimo posto nella Lista dei 500 film migliori della storia secondo Empire nel 2008.

Il protagonista e al contempo narratore dell’intero film racconta le vicende della propria vita dall’alto del suo triste appartamento urbano all’interno del quale vive un rapporto alquanto problematico con la propria insonnia, compagna di ogni singola notte che tenta di combattere a colpi di depliant dell’IKEA, nel tentativo fallimentare di raggiungere l’agognato sonno rigenerante e, magari, riparatorio in un alloggio più accogliente, capace di far sorgere la più verde delle invidie anche al più temuto dei venditori immobiliari. La casa di Norton è lo specchio perfetto e trasparente del mostro dalle mille offerte e dalle mille false comodità: il consumismo che, per le due ore e mezze di proiezione, va caldamente a braccetto con l’alienazione, altro tema topico di una pellicola che si rivela succulenta in fatto di argomentazioni nichiliste. E il nichilismo, per quanto esso sia la negazione di ogni cosa e proietti su di essa una luce fredda e distaccata, si ravvisa in ogni elemento presente all’interno della narrazione.

Fight Club

Tra le pagine di Palahniuk e i frame di Fincher, Norton assume le vesti dell’impiegato, alienato appunto, di una casa automobilistica il cui compito consiste nell’effettuare verifiche sulle proprietà tecniche e relativi difetti alla radice di eventuali incidenti che possono rivelarsi mortali, decretando il ritiro del modello fallato dal mercato. Due sono gli incontri salienti e quanto mai edificanti nonché sconvolgenti per intensità e conclusione che il protagonista fa durante la desolante conduzione della propria esistenza: quello con Marla Singer, interpretata da una sagace e quantomeno bipolare Helena Bonham Carter, e quello con Tyler Durden, un inconsueto sé nelle vesti di un Brad Pitt nella sua versione più follemente anarchica.

Folle è la sceneggiatura, l’intero scenario su cui si dispiega la storia. Il primo incontro che potremmo definire “romantico” avviene nella sala di riunione di persone affette da cancro di varie tipologie, categoria a cui il protagonista fortunatamente non appartiene ma che la dice lunga sulla sua salute mentale. Come la maggior parte delle persone infelici, Norton prova soddisfazione e un magro piacere nell’avvicinarsi a persone che sono realmente vicine alla morte più di quanto non lo sia realmente lui nella sua condizione psicologica e sociale.

Fight Club

Tra i seni spropositamente prosperosi di un compagno che gli riserva un altrettanto poderoso abbraccio, egli cade tra le braccia meno abbienti ma ben più problematiche di Marla, che lo stringe nella morsa delle proprie insicurezze e paure, addentrandosi in una relazione (se così può definirsi) a tratti tossica e impenetrabile dal punto di vista sentimentale, come il ghiaccio della caverna di uno dei deliri onirici del protagonista. Il secondo incontro invece avviene in aereo, durante un volo di lavoro. Seduti uno a fianco all’altro, Tyler mette a conoscenza il protagonista del proprio prodotto di vendita: semplice sapone che verrà utilizzato in seguito da Durden per creare discutibili composti chimici dalle infelici e dolorose conseguenze. Dopo essersi visto saltare in aria il proprio amato appartamento, Norton si appella al biglietto da visita lasciatogli dal suo nuovo compagno: da qui inizia la liason fulcro del film che darà vita al famoso Fight Club ovvero una pseudo organizzazione criminale che utilizza le pulsioni distruttive per prendere letteralmente a pugni in faccia la società che li ha così lungamente ingabbiati.

Fight Club

Il Fight Club, di cui non si deve mai parlare, è la sublimazione di tutti gli aspetti più reconditi dell’uomo moderno e contemporaneo così come Tyler è la sublimazione di Edward Norton: egli rappresenta la parte negativa, cattiva, irascibile e aggressiva di se stesso che decide di venire allo scoperto per negare tutti quegli aspetti della vita quotidiana che in realtà il protagonista odia ma che non ha lontanamente il coraggio di combattere.

Una routine inficiata dal consumismo di massa che si insinua nella maniera più sottile e ingannevole, affondando i denti in una parsimoniosa e costante ricerca della felicità a cui ognuno ambisce. È questo che il Protagonista combatte, sovvertendo il processo di civiltà, negando il progresso e confutando l’automiglioramento, a costo di perderci fisicamente la faccia (egli si prende a pugni da solo di fronte al proprio capo ufficio dopo l’ennesima ripresa da parte di quest’ultimo a conseguenza del suo atteggiamento e abbigliamento sempre più sporco e smesso ) pur di conferire a Norton la possibilità di svegliarsi da questo annichilimento assopito. Destarsene non è affatto facile. Egli lo impara a proprie spese, attraverso un percorso personale e sociale che culminano nell’eliminazione del suo alter ego: l’omicidio-suicidio tramite lo sparo in una guancia conferisce al protagonista la lucidità per comprendere le reali dinamiche di ciò che realmente è accaduto.

Ogni illusione crolla così come crolla il modello di vita a cui egli si era spasmodicamente venduto e donato in favore dei beni materiali, per una vita più agiata ma un’esistenza scomodamente povera. I palazzi, il mondo, crollano, tremano sotto i piedi della nuova consapevolezza acquisita mentre Norton stringe la mano della Carter, unica fonte di una qualche sensazione veritiera: durante la narrazione assistiamo a numerosi fraintendimenti all’interno della coppia in quanto il protagonista, non ancora consapevole della presenza del proprio affascinante alter ego, si mostra spesso dimentico dei rapporti consumati con la compagna, attribuendoli al proprio nuovo amico, Pitt appunto, che altro non è che sé stesso, motivo per cui ogni incontro all’interno della relazione scaturisce in un litigio a tratti incomprensibile per entrambe le parti.

Ma, alla fine, il sipario cade come le illusioni giù dagli occhi: la società in cui viviamo è solo il velo consumistico che ci offusca la vista e ci rende ciechi di fronte ai reali valori della vita. «La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare caz*** che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la TV che ci ha convinto che un giorno saremo divenuti miliardari, divi del cinema, rockstar… ma non è così, e lentamente lo stiamo imparando». È ora di svegliarsi: Where is your mind?

Di Noemi Adabbo


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