Regista e produttori in sala, accanto a loro sedie vuote.
Gli attori non possono venire a Venezia perché apolidi. In concorso nella sezione Orizzonti all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia: Harà Watan (Lost Land), di Akio Fujimoto, un film che necessita urgentemente di una distribuzione in sala e su piattaforma.

Credit: Stephanie Cornfield
Tra documentario e finzione, sul genocidio Rohingya
Harà Watan tratta la storia dei Rohingya, un popolo della Birmania originario del Rakhine (uno Stato al confine con il Bangladesh). Un popolo apolide perseguitato e discriminato da più di sessant’anni, e che dal 2012 si vede vittima di un vero e proprio genocidio.

Credit: Stephanie Cornfield
Akio Fujimoto dirige un film che per gran parte della sua durata ha l’aspetto di un documentario, prediligendo la macchina a mano e le luci naturali, senza virtuosismi tecnici, in modo tale da focalizzarsi maggiormente sulla realtà delle cose e le terribili vicende che tratta (di cui gli interpreti – non professionisti – ne sono protagonisti anche nella vita reale).

In quei rari momenti in cui Fujimoto mette mano alla “finzione”, lo fa accarezzando il realismo magico, utilizzando il cinema come strumento per rafforzare la realtà vista fino a quel momento, senza comprometterla, valorizzandone il potenziale e espandendone il target. Come detto nel Q&A post visione, l’autore vuole che Harà Watan sia un film per tutti, anche per bambini; rendendola un ibrido l’opera non si priva di una fetta di pubblico a cui questa storia deve arrivare.
Harà Watan, i bambini vogliono giocare
Fujimoto sceglie due bambini come protagonisti, ultimi responsabili e prime vittime di un genocidio. Nella prima scena di Harà Watan giocano a nascondino, a casa loro. Nel corso della storia sono costretti ad abbandonare l’abitazione, ma continuano a giocare ovunque si trovino. Senza dimora, per loro è tutto normale, da quando sono nati non hanno conosciuto un mondo diverso da questo.

Harà Watan è un film crudo, ma girato e scritto con delicatezza. Fujimoto non cerca la lacrima facile, fa parlare la realtà: il cinema diventa solo un mezzo per diffondere una storia ancora troppo poco conosciuta; il suo film solo un filtro tra il red carpet veneziano e i terreni sporchi di sangue Rohingya.
La nostra intervista con Akio Fujimoto e i produttori Kazutaka Watanabe e Sujauddin Karimuddin
La storia dei Rohingya è ancora poco conosciuta, specialmente in Europa, dove ogni conflitto, esodo o addirittura genocidio che avviene fuori dall’Occidente viene definito “controverso”. Quali sono le difficoltà di produrre e distribuire un film politico?
“Quando abbiamo deciso di fare questo film non pensavamo di fare un film politico. Volevamo portare l’attenzione su quel che accade da troppi anni al popolo Rohingya, perché continua a succedere ancora oggi. C’è una cosa che dico sempre quando ne ho l’occasione, ovvero che i Rohingya vogliono solo una cosa: tornare a casa. Vogliono tornare nella loro terra e sentirsi al sicuro, com’è normale che sia. È molto difficile produrre e distribuire un film di questo tipo perché non ha mercato, bisogna convincere i distributori a rischiare, anche senza le star, anche senza la certezza di un buon incasso.”
Ho apprezzato il fatto che il film passi dal realismo semi-documentaristico ad una sorta di realismo magico. Mi ha ricordato i lavori di alcuni grandi registi italiani contemporanei come Alice Rohrwacher, Matteo Garrone e Pietro Marcello (che tra l’altro è in concorso quest’anno qui a Venezia). Ci sono dei registi che ti hanno ispirato per la realizzazione di Harà Watan?
“Tra questi ho apprezzato tanto Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher. Ma il regista che mi ha influenzato maggiormente è Silvano Agosti. C’è tanto del suo surrealismo nelle mie opere.”
Le scene surreali sono un modo per far evadere i protagonisti da una triste realtà?
“No, io credo che la realtà e la finzione coesistano. Anche nei documentari può esserci della finzione, così come nei film di finzione c’è la realtà. Sono sempre una accanto all’altra, e il pubblico sta in mezzo.”
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