copertina Akio Fujimoto in uno scatto in notturna a Venezia 82, realizzato da Stephanie Cornfield
Akio Fujimoto in uno scatto di Venezia 82. Credit: Stephanie Cornfield

Venezia 82 – Harà Watan (Lost Land), storia di un genocidio in corso

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6 minuti di lettura

Regista e produttori in sala, accanto a loro sedie vuote.

Gli attori non possono venire a Venezia perché apolidi. In concorso nella sezione Orizzonti all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia: Harà Watan (Lost Land), di Akio Fujimoto, un film che necessita urgentemente di una distribuzione in sala e su piattaforma.

Harà Watan (Lost Land) di Akio Fujimoto, foto del regista fatta da Stephanie Cornfield
Akio Fujimoto a Venezia 82, immortalato da Stephanie Cornfield.
Credit: Stephanie Cornfield

Tra documentario e finzione, sul genocidio Rohingya

Harà Watan tratta la storia dei Rohingya, un popolo della Birmania originario del Rakhine (uno Stato al confine con il Bangladesh). Un popolo apolide perseguitato e discriminato da più di sessant’anni, e che dal 2012 si vede vittima di un vero e proprio genocidio.

Harà Watan (Lost Land), di Akio Fujimoto
Akio Fujimoto in uno scatto in notturna a Venezia 82, realizzato da Stephanie Cornfield.
Credit: Stephanie Cornfield

Akio Fujimoto dirige un film che per gran parte della sua durata ha l’aspetto di un documentario, prediligendo la macchina a mano e le luci naturali, senza virtuosismi tecnici, in modo tale da focalizzarsi maggiormente sulla realtà delle cose e le terribili vicende che tratta (di cui gli interpreti – non professionisti – ne sono protagonisti anche nella vita reale).

Una bambina Rohingya, un popolo della Birmania che sta subendo un genocidio, sta portando un bambino sulle spalle. è una scena del film harà watan di Akio Fujimoto, a venezia 82 nella sezione orizzonti. Il film racconta della vita dei bambini, seguendo attori non professionisti in stile documentaristico. Nella scena la bambina e il bambino sono nel verde, camminano e hanno un volto triste.

In quei rari momenti in cui Fujimoto mette mano alla “finzione”, lo fa accarezzando il realismo magico, utilizzando il cinema come strumento per rafforzare la realtà vista fino a quel momento, senza comprometterla, valorizzandone il potenziale e espandendone il target. Come detto nel Q&A post visione, l’autore vuole che Harà Watan sia un film per tutti, anche per bambini; rendendola un ibrido l’opera non si priva di una fetta di pubblico a cui questa storia deve arrivare.

Harà Watan, i bambini vogliono giocare

Fujimoto sceglie due bambini come protagonisti, ultimi responsabili e prime vittime di un genocidio. Nella prima scena di Harà Watan giocano a nascondino, a casa loro. Nel corso della storia sono costretti ad abbandonare l’abitazione, ma continuano a giocare ovunque si trovino. Senza dimora, per loro è tutto normale, da quando sono nati non hanno conosciuto un mondo diverso da questo.

In Harà Watan di Akio Fujimoto, i protagonisti sono due bambini  Rohingya, un popolo della Birmania che sta subendo un genocio. I due sono intenti a riposare e giocare assieme in questa scena, in cui sono seduti e sdraiati dentro un carretto di legno, in mezzo a rovine e tronchi di albero.

Harà Watan è un film crudo, ma girato e scritto con delicatezza. Fujimoto non cerca la lacrima facile, fa parlare la realtà: il cinema diventa solo un mezzo per diffondere una storia ancora troppo poco conosciuta; il suo film solo un filtro tra il red carpet veneziano e i terreni sporchi di sangue Rohingya.

La nostra intervista con Akio Fujimoto e i produttori Kazutaka Watanabe e Sujauddin Karimuddin

La storia dei Rohingya è ancora poco conosciuta, specialmente in Europa, dove ogni conflitto, esodo o addirittura genocidio che avviene fuori dall’Occidente viene definito “controverso”. Quali sono le difficoltà di produrre e distribuire un film politico?

“Quando abbiamo deciso di fare questo film non pensavamo di fare un film politico. Volevamo portare l’attenzione su quel che accade da troppi anni al popolo Rohingya, perché continua a succedere ancora oggi. C’è una cosa che dico sempre quando ne ho l’occasione, ovvero che i Rohingya vogliono solo una cosa: tornare a casa. Vogliono tornare nella loro terra e sentirsi al sicuro, com’è normale che sia. È molto difficile produrre e distribuire un film di questo tipo perché non ha mercato, bisogna convincere i distributori a rischiare, anche senza le star, anche senza la certezza di un buon incasso.”

Ho apprezzato il fatto che il film passi dal realismo semi-documentaristico ad una sorta di realismo magico. Mi ha ricordato i lavori di alcuni grandi registi italiani contemporanei come Alice Rohrwacher, Matteo Garrone e Pietro Marcello (che tra l’altro è in concorso quest’anno qui a Venezia). Ci sono dei registi che ti hanno ispirato per la realizzazione di Harà Watan?

“Tra questi ho apprezzato tanto Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher. Ma il regista che mi ha influenzato maggiormente è Silvano Agosti. C’è tanto del suo surrealismo nelle mie opere.”

Le scene surreali sono un modo per far evadere i protagonisti da una triste realtà?

“No, io credo che la realtà e la finzione coesistano. Anche nei documentari può esserci della finzione, così come nei film di finzione c’è la realtà. Sono sempre una accanto all’altra, e il pubblico sta in mezzo.”


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Classe 1997, appassionato di cinema di ogni genere e provenienza, autoriale, popolare e di ogni periodo storico. Sono del parere che nel cinema esista l'oggettività così come la soggettività, per cui scelgo sempre un approccio pacifico verso chi ha pareri diversi dai miei, e anzi, sono più interessato ad ascoltare un parere differente che uno affine al mio.

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