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Il bacio della donna ragno: omosessualità, cinema e sovversione

6 minuti di lettura

Il cinema come ossessione, specchio, filtro e travisamento dell’io. Manuel Puig – talentuoso scrittore argentino di cui quest’anno ricorre il trentennale della morte – fa della settima arte un disperato inno alla vita, l’evasione splendida e struggente da una realtà misera, osservata al fine di coglierne il prezzo in termini di rinunce e scarti, di fallimenti e negazioni.

Il tradimento di Rita Haywort, esordio folgorante ripubblicato dai tipi di Sur (2020), rivela questa passione dal carattere complesso, sincera traduzione della propria esperienza (Puig fu aiutoregista) ma anche tecnica ‘distanziante’ volta a far ordine nel disagio, sorta di schermo protettivo riflettente il caos.

Realtà e rappresentazione

Il tradimento, come nota Alberto Anile, è forse “il tradimento della finzione nei confronti della realtà, fatta di promesse non mantenute, di ingiustizie sociali, di tragedie che si consumano senza l’applauso del pubblico” [1]. La scrittura di Puig – e con essa il suo mondo – si muove tra le zone innominabili del ricordo e della follia, facendo delle immagini il filo di una narrazione agile, non poco dolorosa nella sua ansia disvelante.

C’è, in tutta l’opera dello scrittore, un tentativo di sublimazione dei datti fattuali, registrati in forma alterata mediante un processo che colla insieme ‘segni’ e ‘sogni’, nella convinzione – quasi surrealista – che questi ultimi svolgano una funzione d’invisibile fermento.

Potere salvifico delle immagini

il bacio della donna ragno

Il bacio della donna ragno è forse l’esempio più rappresentativo di tale cifra. In un confronto con l’omonima pellicola di Hector Babenco (1985), Maurizio Porro ne individua il “messaggio sensuale” nella “finzione organizzata del cinema“, capace di “dar vita a un sistema di riferimenti e di valori che stanno alla pari con la vita stessa” [2].

Le rimemorazioni filmiche del protagonista Molina rendono impossibile uno sguardo oggettivo; la realtà è un caleidoscopio d’immagini, significativamente generate dai sogni erotici di quest’individuo, un omosessuale chiuso in cella assieme a un militante politico. Nell’angusto, sudicio carcere argentino, la loro esistenza è consumata e già scritta. L’ombra delle torture, delle accuse infamanti, sollecitano la costruzione di uno spazio altro, non sottoposto all’abiezione della storia. Per questo Molina ‘inventa’, e nel ri-vivere i fotogrammi assegna al cinema un potere salvifico di redenzione e riappropriazione.

Corrispondenza di anime

Per evadere con la mente, l’uomo trasporta il compagno in un mondo segreto, “una no man’s land dove […] è lecito fuggire” [3] grazie a storie di donne bellissime, inquiete e disadattate nello struggimento d’amore. Si tratta, com’è evidente, di una proiezione ‘schermata’ dei sentimenti di Molina, costretto in un corpo estraneo che è prigione nella prigione.

La vicinanza di Valentin, indomito guerrigliero, permette a Puig d’istituire una corrispondenza tra anime sole, tramata da una sensualità che tracima dalla pagina – agognata, poi repressa e infine sfogata senza alcuna volgarità che ne infici la potenza. L’autore è bravissimo a tratteggiare l’atmosfera; nessun dettaglio anatomico è svelato, lo sguardo è più scandaglio che strumento di potere. Di Valentin e Molina non conosciamo la carne, eppure i loro spiriti si fondono pienamente, con viva e ardente passione.

Eros e sovversione

Nel film di Babenco, Raul Julia e William Hunt si fanno testimoni di siffatto rapporto, vivendo col corpo ciò le parole si limitano a evocare. Il risultato è una ‘traduzione’ che si fa compimento, immagine che parla all’immagine in un microcosmo privato, nel quale il rapporto omoerotico assume i toni di un’elegia dei sentimenti, ostentatamente filtrata dagli alter-ego filmici. La donna ragno del titolo, in tal senso, è l’identificazione proibita dell’infelice Molina, “l’eterno femminino” [4] di un individuo in tormento, pacificato con sé solo al momento della visione allegorica, quando la meravigliosa creatura versa una sola, indelebile lacrima.

La scena, significativamente ambientata su un’isola, è l’acme di un percorso di liberazione che vede nel sesso una chiave di conoscenza, strumento di sovversione, scandalo contro il controllo e l’arroganza del potere. Dopo il bacio della donna ragno, Molina sacrifica libertà e vita in nome di un amore che gli ha insegnato a scegliere, a fare della dignità un imperativo esistenzale. Nessun’opera appare così densa di reminiscenze moderne, costruita su un cinema che ‘parla’ e squaderna incessantemente i grandi filoni della sua storia. Il bacio della donna ragno è claustrofobia ed eros, denuncia e racconto privato: imperdibile.

Note

[1] A. Anile, Sognando Gilda, in “Robinson”, 183, 6 giugno 2020.
[2] M. Porro, Il bacio della donna ragno, in Sex! I 50 film più erotici della storia del cinema, supplemento a “Ciak”, 10, ottobre 2003, p. 78.
[3] Ivi, p. 80.
[4] Ibidem.


Ginevra Amadio

Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

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