«Il cielo sopra Berlino», quando il bambino era un angelo

In concomitanza con le celebrazioni per il trentennale della caduta del Muro di Berlino, la casa di distribuzione cinematografica Viggo ha restaurato e portato nelle sale Il cielo sopra Berlino film di Wim Wenders del 1987, premio per la miglior regia a Cannes. Un film che parla di Berlino e di angeli (ispirato dalla lettura delle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke) di vite normali e di quel Muro, punto di riferimento positivo o negativo, lungo ed interminabile e alto, cifra del limite, del non-poter-andare-oltre. Il cielo, dove passano aerei, stormi d’uccelli e Angeli, diventa allora l’ideale di libertà, di unione, della possibilità di andare. Opera densa di analisi filosofica, di poesia, rischiando di cadere nell’accademismo (rischio che diventerà fattuale nei film successivi del regista), un film iconico e metafisico, costituito da più strati di riflessione, così come la città, ricostruita sopra le macerie.

Il cielo sopra Berlino

La trama

Due angeli sono i protagonisti della storia, Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander). Passano il loro tempo a raccontarsi ciò che hanno visto nella storia dell’umanità, discutono di spiritualità ma anelano alla carnalità umana. Ascoltano i pensieri dei cittadini di Berlino, osservano i loro gesti, le loro azioni; li confortano quando sono tristi, con un semplice abbraccio dal sapore d’eternità. Invisibili alla folla, solo i bambini li possono vedere. Damiel si interesserà a Marion (Solveig Dommartin), l’acrobata- trapezista di un piccolo circo nella periferia della città, anima sola e pensosa. L’interesse diventerà innamoramento e, grazie anche al confronto con un angelo che ha scelto di diventare umano, Peter Falk (che interpreta se stesso),  interrogazione sul proprio ruolo, peso di una scelta unica e immodificabile.

Il cielo sopra Berlino

«Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?»

Il cielo sopra Berlino è scandito dalla meravigliosa poesia-filastrocca Elogio dell’infanzia, scritta dal premio Nobel Peter Handke, amico del regista e sceneggiatore (in parte) del film. Le diverse strofe accompagnano alcune scene determinanti, e pongono una serie di domande filosoficamente insondabili ma estremamente semplici.

Quando comincia il tempo? Nel film si osservano due diverse forme di temporalità: la storia e l’eternità. Compito semplice distinguerle, poiché il tempo fuori dal tempo, il tempo che non comincia e non finisce, è bianco e nero, noumenico, abitato dagli angeli, ma anche dai bambini, cittadini di un paradiso dove tutto ha un’anima, dove non c’è auto-coscienza ma un limpido stupore dell’immensità.

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L’altra forma è la Storia: fenomenica, a colori, dove la gente trema di fronte all’immagine del nulla, di fronte alle piazze distrutte dalla guerra, dove però anche lavora, balla, suona, si dimena. E soprattutto racconta. Homer (Curt Bois), il poeta anziano, che sente ancora il bisogno, nonostante i suoi limiti fisici, di leggere e di cantare le gesta dei suoi cittadini, per riscattare il tempo;  perché senza cantori, la società perde la proprie storie, la propria infanzia.

Dove finisce lo spazio? Finisce contro quel muro, che quando ci si perde diventa stella polare, limite fisico ma non mentale, perché la fantasia non si può bloccare, corre e salta oltre, oppure si ferma e trasforma (famoso il murale di Keith Haring realizzato nel 1986, e nel film si ammirano quelli di Thierry Noir).

L’insostenibile leggerezza degli angeli

È innegabile: tutti i bambini desiderano volare. Forse è proprio per questo che durante le scene sono gli unici a poter vedere gli angeli, leggere entità sopra la città. La leggerezza degli angeli è parte di una dicotomia nel film, che si contrappone alla pesantezza dell’umano. Differenza che si coglie facilmente dalla caduta: un ragazzo sul tetto d’un palazzo si lascia cadere, suicidandosi; l’angelo Cassiel, dalla Statua della Vittoria, scivola dolcemente, sopra le case e le strade. Eppure qualcosa non torna ai due protagonisti: osservare, raccontare sembra non bastare; sentono un disperato bisogno di scelta, necessità, carne, sofferenza, dolore, colore.

Il cielo sopra Berlino

Il cielo sopra Berlino è, in fondo, il diario di una crisi; la lenta presa di consapevolezza che senza decisione, senza angoscia, non esiste felicità, libertà; che anche la solitudine più dura può portare alla completezza, così come dalla città distrutta può sorgere una nuova comunità. Così la leggerezza invisibile diventa insostenibile, soffocante, lacerante. Marion invece è metafora dell’umano: vola in aria, senza rete, leggera ma allo stesso tempo pesante, con il rischio di cadere, ma con il desiderio di restare in alto; ricorda a chi la guarda, spettatori adulti, bambini e angeli, che vivere è restare in equilibrio sul dorso del nulla; senza questo continuo tentativo umano di altezza e caduta, si diventa spettatori del reale, mai protagonisti. Quale forza spinge allora l’angelo Damiel alla rinuncia definitiva? L’amore. Anzi, qualcosa di più originario dell’amore: «Lo stupore di un uomo e una donna ha fatto di me un uomo».

Il cielo sopra Berlino

Ancora una volta, tornano i bambini: lo sguardo sorpreso, stupito, di chi sa meravigliarsi del mondo, di chi sa meravigliarsi dell’amore, rende veramente umani. Amore è sorreggersi, come in uno spettacolo di circo; amore è apertura all’Altro, e qui diviene ancora più evidente la vera risposta del film: contro la chiusura del muro, solo la meraviglia dell’incontro con l’Altro può aprire una crepa, creare una storia.

Stefano Sogne

Amo le storie. Che siano una partita di calcio, un romanzo, un film o la biografia di qualcuno. Mi piace seguire il lento dispiegarsi di una trama, che sia imprevedibile; le memorie di una vita, o di un giorno. Preferisco il passato al presente, il bianco e nero al colore, ma non disdegno il Technicolor. Bulimico di generi cinematografici, purché pongano domande e dubbi nello spettatore.
Stefano Sogne