L'occhio che uccide

«L’occhio che uccide», il cinema guarda il cinema

Immaginiamo un uomo che, per dieci anni, insieme ad un amico di nome Emeric, stravolge e riscrive la storia del cinema con un nuovo stile, poetico e visionario. Sempre quest’uomo, terminato il sodalizio, alla veneranda età di 55 anni, in piena ripresa economica post-guerra, invece che iniziare a godersi le celebrazioni e la gloria, pensa che non sia abbastanza. Che non tutto sia stato detto. O visto. Questa tenue, distinta, brava persona che possiamo chiamare Michael, chiama uno sceneggiatore che poco tempo prima aveva fatto da crittografo per gli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, un buon fotografo, un attore austriaco mezzo sconosciuto e allestisce un nuovo film. La vicenda storica si infittisce ed ingarbuglia; perché L’occhio che uccide è lo stravolgimento di tutta la propria filmografia precedente, un unicum mai visto nella storia del cinema; talmente Altro, talmente scabroso da essere bocciato, denigrato da tutti, pubblico e critica. Se pensiamo che nello stesso anno uscì Psycho, film altrettanto malato ma subito acclamato ed elogiato! La storia successiva è nota: la carriera cinematografica del buon Michael (Powell), tenue e distinta persona, finisce qui. Il film cade nell’oblio. Eppure negli anni ’70, registi di non poco conto come Martin Scorsese e Francis Ford Coppola iniziarono un lavoro di recupero e riabilitazione, non esitando a definirlo un “capolavoro”, ponendo le basi per considerarlo, come oggi, pietra miliare.

L'occhio che uccide

«L’occhio che uccide»: la trama

Mark Lewis (Carl Boehm), operatore cinematografico, per arrotondare lavora in un giornale di foto hot, che lui stesso realizza in una stanza disordinata e triste di un appartamento alla buona nel suburbio urbano, in attesa di una futura e migliore occupazione nel mondo del cinema. Mark però porta i segni profondi dei traumi vissuti quand’era in tenera età: il padre infatti, biologo che studiava il sistema nervoso e il suo sviluppo, lo utilizzò come cavia per i suoi esperimenti, interessato alle reazioni alla paura nell’infanzia. Il piccolo Mark, continuamente esposto ad input che inducevano reazioni fisiologiche di spavento, filmato giorno e notte, ha sviluppato un forte ed insano voyeurismo, un continuo e malato desiderio di spiare gli altri, filmandoli il più possibile con la propria macchina da presa, da cui non si separa mai. Il vortice negativo si spinge sempre più in là, trasformando il “guardone” in un omicida di ragazze, che filma, per poter cogliere l’espressione finale di terrore prima di morire. Di questa follia soltanto due persone sembrano non essere vittime: la sua inquilina Helen (Anna Massey), innamorata di lui, e la di lei madre, cieca ma sospettosa di Mark.

L'occhio che uccide

Faust, o l’attimo bello della morte

«Tutto quello che riprendo per me è perduto» dice Mark Lewis alla ragazza di cui è innamorato. La ricerca del protagonista di inquadrare l’espressione finale mista di terrore, angoscia, paura poco prima di morire; voler fissare per sempre sulla macchina da presa l’istante decisivo, l’atto finale della vita di una persona, rende il film un nuovo canto di Faust. Pronto a stringere patti con il diavolo, pronto ad uccidere povere donne per poter fermare-filmare quell’attimo e dire «sei bello». I tentativi devono inevitabilmente ripetersi, inseguirsi, moltiplicarsi perché ogni ripresa cerca l’impossibile: chiudere il cerchio delle infinite possibilità in un solo sguardo, in un solo punto, in un solo istante. Tentativo che incappa in contraddizione interna, in impossibilità continua perché ciò che si vuole fissare nel presente, già si perde nel passato.

L'occhio che uccide

«Peeping Tom», o i guardoni siamo noi

Ripartiamo dal titolo (Peeping Tom, in lingua originale): secondo una leggenda medievale Lady Godiva, contessa del regno di Mercia, girò nuda per le strade di Coventry per ottenere la soppressione di una nuova tassa imposta dal marito. Un giovane ragazzo, di nome Tom, guardò così tanto la ragazza che rimase cieco. Il tema de L’occhio che uccide è già chiaro: il voyeurismo, guardare la vita degli altri.

Già il padre del protagonista (che è interpretato dal regista stesso) filma ogni reazione del bambino, che poi da grande per abitudine indotta replica lo stesso procedimento, soltanto cercando una paura sempre più grande da registrare. Su questa linea il personaggio della madre di Helen diventa chiave interpretativa fondamentale: cieca da un’operazione andata male, lei per prima capisce le abiezioni e le oscure cavità che abitano Mark. Lei ci insegna la differenza tra il semplice sguardo e la visione; mentre nel film tutto si guarda, di sfuggita, superficialmente, dalla pornografia ripresa nella sua dimensione abietta di fine anni ’50, al cinema stesso, mera catena di montaggio di immagini di poco valore. Proprio il cinematografo diventa nodo centrale della vicenda. Le riprese non sono mai definite, pochi chiari primi piani (quanto questo è diverso da Psycho!), gli attori spesso di spalle, rendono la visione de L’occhio che uccide a volte impervia, imprecisa, così che lo spettatore stesso deve affaticarsi per guardare, come “spiando” il film.

Che cos’è il cinema, se non un continuo sguardo sulla vita degli altri? Riflessione sul cinema, dove lo stesso regista mette in gioco tutta la propria persona, costringe ad interrogare anche lo spettatore. Il film è di chi lo guarda; chi lo guarda è un guardone. E forse questo scandalizzò all’epoca: questa interrogazione etica sul diritto di guardare gli altri, cercando di scoprire i limiti di ciò che il cinema possa mostrare, e che cosa lo spettatore possa guardare. Meta-cinema allo stato brado, autocoscienza cinematografica che più scabrosa non si potrebbe, da un regista che più mite e sereno non si sarebbe trovato, rimane l’attualità di questo capolavoro che a distanza di anni interroga con la stessa forza e la stessa domanda: «Fino a dove posso fare cinema?».

Stefano Sogne