«Light of My Life», l’amore padre-figlia nella post-apocalisse

È adesso nelle sale Light of My Life, scritto e diretto dal premio Oscar Casey Affleck, che ne è anche protagonista. Il film è stato presentato in occasione dell’ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino, e, in Italia, nella categoria “Panorama internazionale” di Alice nella Città – sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma.

«Light of My Life», la trama

La storia è ambientata in un mondo post-apocalittico, alle prese con le drammatiche conseguenze del diffondersi di un virus letale, che ha sterminato quasi completamente la popolazione femminile. Protagonisti sono Caleb (Casey Affleck) e sua figlia Rag (Anna Pniowsky), di undici anni, miracolosamente salvatasi dal contagio. Su una terra che deve essere ripopolata, prende piede una caccia spietata alla ricerca di ogni donna rimasta. Il film racconta la faticosa quotidianità della coppia padre-figlia, alle prese con ricerche di cibo, accampamenti improvvisati e continui spostamenti per tenere la ragazza al sicuro.

Leggi anche:
«A rainy day in New York», incanto e ironia nell’ultimo film di Woody Allen

Light of my life

Un rapporto salvifico in un mondo senza amore

Light of My Life non è certo il primo film a mostrare una realtà sconvolta da eventi globali catastrofici. Ad essere inedita è, però, un’inaspettata delicatezza del racconto. La brutalità che caratterizza l’ambiente in cui si muovono i due protagonisti non invade prepotentemente la narrazione e ad essere centrale è l’autentico ed esclusivo rapporto padre-figlia. Caleb e Rag sono due personaggi profondamente umani all’interno di un mondo che ha dimenticato cosa sia l’umanità; portatori di valori che eventi drammatici e brutali hanno cancellato dalla memoria di molti. In una realtà in cui la parola “normalità” non può avere significato, padre e figlia condividono momenti di confortante quotidianità, avvolti in caldi sacchi a pelo, rintanati in una tenda che si fa ventre materno.

Il nome di Caleb viene pronunciato una sola volta nel film e non ha alcuna rilevanza ai fini della storia. Il suo unico ruolo, infatti, è quello di padre. Non si sa nulla del suo passato, se non che ha perso la moglie (Elisabeth Moss) a causa del virus. Il ricordo di lei torna spesso a tormentare i suoi pensieri, sotto forma di rapidi, strazianti flashback. A permettergli di aggrapparsi alla realtà, non lasciandosi sopraffare dal dolore, è un unico scopo: proteggere sua figlia. Il rapporto salvifico tra i due è dunque biunivoco e fare a meno l’uno dell’altra pare, ad entrambi, impensabile.  

«Light of My Life», l’azione lascia spazio alle parole

Caleb e Rag non hanno un vero e proprio scopo, se non quello di sopravvivere, spostandosi costantemente in cerca di un luogo sicuro. Ne deriva una narrazione dilatata, a tratti trascinata, in cui la macchina da presa segue i movimenti dei personaggi passo dopo passo, documentandone anche i più piccoli dettagli.
A rallentare ulteriormente il ritmo del film è l’abbondanza di dialoghi, parentesi di normalità e preziose finestre aperte sul cuore dei protagonisti. Così vediamo Rag che, intelligente e curiosa, non smette di fare domande e trasforma tutto ciò che le accade in uno stimolo per crescere e imparare; e Caleb che racconta storie della buonanotte e affronta, impacciato e imbarazzato, una lezione sulla pubertà.

Uno sguardo intimistico

La vicinanza tra padre e figlia non è solo emotiva, ma anche fisica. I due spesso si abbracciano, si tengono per mano, o sono coricati uno a fianco all’altra. In quest’ultimo caso, la macchina da presa è posta sopra i volti degli attori, così che lo spettatore, guardandoli dall’alto, si sente immediatamente coinvolto in quel momento di intimità.
A rendere privata e confidenziale l’atmosfera è poi l’utilizzo dell’illuminazione: i protagonisti sono perennemente immersi in una suggestiva semioscurità e le uniche fonti di luce sono il debolissimo sole invernale o il fioco fascio luminoso proveniente da una torcia elettrica.

Light of my life

Un’avventura da grande schermo

Light of My Life sfrutta l’ambientazione post-apocalittica per bilanciare con una dose di tensione e violenza quella che, in fondo, è la storia di «un’avventura d’amore» tra un padre e una figlia. Da guardare al cinema soprattutto per apprezzarne la fotografia, ma anche per perdersi negli occhi penetranti di due interpreti capaci di emozionare portando sullo schermo il viaggio – prima di tutto interiore – affrontato dai loro personaggi.

Cristina Sivieri

Classe 1996. Laureata in Lettere moderne, ama stare in compagnia degli altri e di se stessa. Adora il mare e le passeggiate senza meta. Si nutre principalmente di tisane, lunghe chiacchierate e pomeriggi al cinema.
Cristina Sivieri