TFF 23, Marianne e il gioco di riflessi del cinema

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Marianne di Michael Rozek è il lungo monologo di un’attrice e del suo personaggio. Isabelle Huppert (che abbiamo ritrovato ultimamente come protagonista di Les promesses) domina lo schermo, incontrastata.

Il film di Rozek è un gioco di superfici, di riflessi e di sguardi: quello di Huppert, della macchina da presa che indugia per tutto il film sul suo viso, ma soprattutto il nostro sguardo, quello del pubblico, che si ritrova a porsi domande sul proprio statuto di spettatore.

Marianne e l’illusione del cinema

Marianne

Marianne è una sfida al pubblico: Rozek, con questo film di 90 minuti dove non c’è nulla oltre alla macchina fissa su Huppert che recita il suo monologo, non vuole mettere a proprio agio nessuno. Lo sguardo di Isabelle Huppert travalica fin da subito i confini, infrange delle regole non scritte ma fondamentali per garantire il funzionamento del cinema di finzione e il comfort dello spettatore. Ma qui di finzione c’è poco, e allo stesso tempo c’è moltissimo: con un’impostazione da teatro e gesti misurati Huppert disseziona i meccanismi filmici e scombina gli elementi che formano quella che viene chiamata la narrazione.

Con in mano una sceneggiatura fatta di pagine bianche, Huppert si presenta con il nome di Marianne Lewandoski. Ce lo dice con una risata malcelata: quest’intrusione già svela la bugia, che viene subito dopo dichiarata. Marianne non è il suo vero nome. Ma Marianne, in una certa misura, esiste: è un personaggio con determinati connotati, costruito ad hoc per piacere a un certo pubblico.

Huppert sconfessa il personaggio, ne denuncia il carattere fittizio: nella sceneggiatura, definita un’arte disonesta, specializzata nel costruire cose che sembrano naturali ma non sono naturali, Marianne è una donna di più di 40 anni, che viene affiancata alla nipote, una giovane di vent’anni. “Marianne borbotta tra sè. È quello che fanno le persone di più di 40 anni no? Eppure io non borbotto tra me e me.” Ecco che si crea la frattura tra attrice e personaggio: ma in questa denuncia dei tratti meno genuini del personaggio, Huppert rivendica anche il suo diritto all’autenticità.

Marianne e i confini tra realtà e rappresentazione

Ed è proprio l’inseguimento del reale il fulcro di Marianne: ma riusciamo davvero a distinguere la realtà dalla narrazione? Marianne non ha intenzione di renderci facile quest’esercizio di pensiero: cos’è davvero reale in quello che ci sta dicendo e mostrando Huppert? Dove inizia e finisce il suo personaggio? In che modo la mera presenza della macchina da presa agisce già sulla realtà che vuole preservare, distorcendola? Marianne è personaggio, attrice o entrambe le cose?

Sono più di un personaggio e più di un attrice” afferma Huppert, sempre rivolta a noi che la guardiamo. Infatti Marianne è un riflesso: sulla sua superficie lo spettatore si riflette e trova ciò di cui ha bisogno, ciò che gli manca, le domande che evita di porsi e quelle che lo tormentano.

Huppert, nel pungolare il pubblico tenendolo sempre all’erta attraverso continue domande e stimoli di pensiero, cita anche Tarkovskij e Bergman. Huppert cita le parole di quest’ultimo a proposito del regista sovietico: “Per me Tarkovskji è il più grande dei registi. Quello che ha inventato un nuovo linguaggio, fedele alla natura del film, che cattura la vita come in un riflesso.

Questo omaggio al regista de Lo specchio riassume ciò che dovrebbe essere il cinema secondo Marianne: qualcosa che cattura la realtà e la incapsula nel suo tempo. “Quando un film inizia, l’orologio inizia a ticchettare”. Il tempo del cinema scorre e si esaurisce, come e più di quello della realtà. Per questo motivo, secondo Rozek, bisogna mostrare tutto, mettere tutto quel che si può nell’inquadratura, catturare più riflessi di realtà possibili.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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