«Seven», la creatività del male secondo David Fincher

L’idea di fondo di Seven è che tutti noi, in quanto uomini, siamo malvagi e perversi e che il male di cui gli uomini sono autori è una forza mondana potentissima. Questa posizione antropologica rispetto al carattere maligno della natura umana e del male nel mondo trova il suo fondamento nell’antropologia cristiana, secondo la quale l’uomo è irrimediabilmente condannato a compiere il male a partire dal peccato di Adamo. 

Nella visione cristiana l’uomo è per natura tendente al male e necessita di essere liberato da questa malvagità. Ancora nell’ambito della questione della teodicea, in cui diversi pensatori hanno tentato di trovare una ragione per l’esistenza del male nel mondo, nel 1792 Immanuel Kant pubblica La religione entro i limiti della sola ragione, opera che si articola intorno alla nozione di «male radicale». Secondo Kant l’uomo si determina vivendo nell’alternativa tra essere buono o malvagio. La risposta di Kant a questo dilemma sta nella libera scelta dell’uomo se seguire le sue inclinazioni naturali oppure la legge morale della sua ragion pura. A seconda di come si subordinano queste due massime morali, la persona sarà buona o cattiva.

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Seven

La creatività del male

John Doe (Kevin Spacey), antagonista in Seven, però mostra di fare un ampio uso e anzi un uso creativo della ragione nei suoi delitti. Il suo è un esercizio teleologico della violenza in cui la ragione è l’architetto e il simbolo il significato. Ciò impedisce di collocare le sue gesta omicide nella follia morale, nel regno dell’irrazionale, dal momento che l’assassino si mostra lucido e fin troppo consapevole degli esiti del suo agire. Profondamente disgustato dai peccati che l’uomo per natura compie, John Doe decide di redimere l’uomo con il ricordo delle sue gesta punitive, quindi organizza degli omicidi volti a essere un monito per la razza umana. Il suo personaggio è talmente persuaso di essere guidato da dio che rinuncia anche alla sua persona, ricomprendendo nella serie di omicidi anche la sua stessa morte, a testimonianza della sua umiltà nel considerarsi un peccatore accanto agli altri. Il tipo di omicidio che perpetra John Doe potrebbe essere definito “teologico” in quanto segue la logica della punizione ai 7 peccati capitali, da qui il titolo del film: Seven.

A cercare di fermare questi omicidi sono incaricati un anziano detective prossimo alla pensione e un suo giovane e impulsivo collega. Essi si ritrovano però ad essere parte del disegno dell’assassino, che in quanto risoluto ed erudito, lascia ai due detective il compito di decifrare gli indizi che volontariamente lascia sulla scena del crimine. 

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Seven

«Seven», la non banalità del male

Questo film dà un’idea di quanto il male possa annidarsi nel profondo della natura umana diventando radicale e quanto nella sua radicalità riesca ad essere creativo in modo macabro, distorto e perverso. Quello che John Doe compie mette in crisi il principio secondo cui solo le cose buone non muoiono davvero mai, mentre le cose cattive sono effimere, transeunti e superficiali. Un film come Seven rappresenta la malvagità umana in modo così conscio da far mettere in discussione, per quanto si tratti di cinema e quindi in un certo senso di finzione, la tesi di Hannah Arendt espressa nell’opera la banalità del male, per cui solo il bene può essere profondo, mentre il male è banale, si espande ed è contagioso proprio perché cresce in superficie come un fungo. Il male, in Seven, si estende anche al personaggio buono e ingenuo David Mills (Brad Pitt), stravolgendo il suo essere e trasformandolo in un assassino. Solo William Somerset (Morgan Freeman) quasi come un saggio stoico resiste al male, in un modo così inflessibile e filosofico da concludere la pellicola con una citazione di Ernest Hemingway per cui «il mondo è un buon posto, vale la pena lottare per esso» e chiosa Somerset, «concordo con la seconda parte». 

Seven

Questa citazione finale e il commento di Somerset stanno a indicare come il male sia un agente autonomo radicato nella mondanità, in grado di stravolgere e rovinare ogni vita, come quella del suo collega Mills, ma al contempo significa anche che nonostante il mondo sia un posto malvagio, vale la pena lottare per esso, perché è tutto quello che abbiamo. E quindi vale la pena lottare per resistere e sconfiggere la tendenza al male con una disposizione al bene, proprio come ci indicano Kant e Somerset con la sua sapiente condotta. Questa condizione antropologica ordinaria si radicalizza nella situazione in cui si viene a trovare il personaggio di Mills nel finale. Egli è chiamato a decidersi tra il cedere alle pulsioni istintuali di ira e vendetta e la giusta subordinazione di esse al principio della giustizia e della bontà razionale, che dice in generale «non uccidere». Ad ogni modo la decisione di uccidere o di non uccidere in cui si viene a trovare per l’esito della macchinazione di John Doe (che vuole essere vittima dell’omicidio) non inficia la sua libertà, proprio come afferma Kant: 

«bisogna che l’uomo si sia fatto o si faccia da se stesso quello che gli è dal punto di vista morale o quello che deve diventare buono o cattivo. Ambedue queste qualità è necessario che siano le effetto del suo libero arbitrio perché altrimenti non potrebbero essere imputate e di conseguenza egli non sarebbe né buono né cattivo moralmente».

La decisione che Mills prende rivela quanto il male possa essere radicale e contagioso al contempo. 

«Seven», la doppia incarnazione

Nel corso della visione di Seven diventiamo come dei giudici, e ci rendiamo conto che in due dei personaggi della pellicola avviene l’incarnazione del bene e del male. Entrambi eruditi e intelligenti, John Doe e William Somerset sono personaggi speculari: l’uno mette la sua intelligenza e il suo sapere al servizio di un’opera purificatrice, ma malvagia, da realizzare; l’altro investe le sue conoscenze e la sua profondità mentale al servizio del bene, comprendendo e cercando di sabotare l’opera criminale e simbolica che il suo antagonista vuole portare a compimento. Al centro e come stretto nella morsa di questi due uomini sapienti c’è David Mills. Egli rappresenta l’uomo comune, ingenuo e avventato, e che proprio per questo suo essere comune, viene scelto come ago della bilancia tra il bene e il male. Il fatto che poi il male abbia la meglio sul bene è frutto di una libera scelta, anche se calcolata, che dà ragione di pensarla come Somerset, che conclude la pellicola mettendo in dubbio la bontà del mondo. 

Lorenzo Pampanini

Laureato in filosofia, sono appassionato di cinema fin dall’età infantile. Ho una propensione per la riflessione e per l’elaborazione dei concetti, per questo nella visione di un film mi muovo soprattutto sull’analisi delle intersezioni tra il contenuto narrativo e lo stile registico che lo sviluppa. Amo riflettere sulle caratterizzazioni dei personaggi e sugli sfondi simbolici e filosofici che li costituiscono all’interno della trama di cui sono protagonisti. Guardo al cinema come a un sofisticato modo di rappresentazione degli aspetti cruciali della vita. Guardare un film per me significa entrare in un meccanismo riflessivo che fa comprendere, ma anche formulare, relazioni concettuali e costruzioni teoretiche. Il cinema è per me un modo di fare filosofia.
Lorenzo Pampanini