Scrive Amelia Rosselli in Spazi metrici che la parola «non solo ha suono (rumore) […]; anzi a volte non ne ha affatto, e risuona soltanto come idea nella mente» in cui «spazi e forme sono silenzi e punti referenziali»1. È una parola viva che appare come azione dinamica e grafica, un’esperienza non aritmetica, di una lingua-pensiero trasformativa e sempre in divenire.
Un Poeta, malinconica e caustica opera seconda di Simón Mesa Soto, Premio della Giuria Un Certain Regard a Cannes 2025 e nelle sale italiane dal 26 marzo 2026 grazie a Cineclub Internazionale, indaga in quali spazi e con quali immagini possa esistere ancora al giorno d’oggi la poesia, come rimanere fedeli insomma, in una società che misura invece la parola per guadagno e vendibilità economica, a quella qualità eccezionale a cui si riferiva Rosselli nel 1962, di un poetare ancora immisurabile, instabile e ideale, un realismo mentale «insofferente di disegni prestabiliti, prorompente da essi»2.
Un Poeta, storia di un fallimento artistico
Oscar Restrepo (uno strepitoso Ubeimar Rios) è un poeta fallito, un buffo uomo di mezza età con le labbra carnose e deflesse, le spalle incassate in caduta libera come la sua stessa esistenza. Oscar vive ancora a casa insieme all’anziana madre, ha una figlia che lo chiama solo per nome, trangugia alcol per riempirsi di qualcosa. Come il Comico protagonista di Entertainment di Rick Alverson, nella sua vita non c’è alcun riscatto di gloria o di fama, la sua comicità è quella di chi è ridicolo perché non fa ridere nessuno, avanza per inerzia più che per filosofico stoicismo, ma lui ci crede ancora, inflessibile come ogni eterno sognatore, scrive di cose tristi aspettando la prima cosa bella.

Quando inizia a insegnare in una scuola di Medellín, tra i tanti studenti che vorrebbero usare la poesia come sola conquista d’amore, Oscar incontra però l’adolescente Yurlady (Rebeca Andrade), che per se stessa compone poesie sul suo quaderno brillantinato, in mezzo a fiorellini e ghirigori che decorano il foglio e gli spazi bianchi, con una sensibilità per le cose apparentemente invisibili e banali. Quel contatto con la giovinezza riaccende in Oscar una speranza e un progetto quasi anacronistici: rendere la ragazza poeta, salvare se stesso insieme alla poesia, riportarla a essere, come d’origine, verso dell’uomo3.
Il regista colombiano Simón Mesa Soto, dopo il realismo frenetico e rigoroso della sua opera prima Amparo, guarda con Un Poeta alle storture del mondo intellettuale contemporaneo, di un’arte né romantica né politica, piegata in toto al sistema industrializzato, alle sue logiche di mercato, le feste e i festival poetici a cui partecipare da ubriachi per convenienza, con i premi concordati a tavolino per costruire artificiosamente un futuro di rappresentanza.
La macchina da presa 16 mm si perde e vaga, in Un Poeta, dentro quell’ecosistema logoro e disincantato, osservato attraverso la stessa cattiveria dell’inadeguatezza del miglior cinema di Marco Ferreri, a cui si aggiunge però un certo imbarazzo slapstick, gestuale e mimico, caricato e caricaturale. Oscar attraversa così l’inquadratura urlando, con tutto l’ingombro di un corpo a lungo trascurato, mentre la ritmica jazz di un clarinetto dissonante sale e scende tra le tante patetiche partiture della sua superflua quotidianità.
Un Poeta, la Colombia e la questione generazionale

Come nel recente La mattina scrivo, l’arte del poetare diventa nel film misura di ostinazione, di chi contro ogni logica razionale continua a ricoprirsi di un’ipotetica e insostenibile utopia di parole. Eppure, a differenza del film di Valérie Donzelli che riprendeva un certo neorealismo per virgolettarlo di lieto fine, in cui, anche dentro una prosciugante gig economy, lasciarsi sempre, da titolo, un mattino per scrivere, in Un poeta la poesia si è già sporcata interamente come tutto il resto, la rozza quotidianità di Oscar Restrepo è una sempiterna piattezza, perché non c’è alcuna stagionalità o ciclo che permetta di oscillare attorno a quell’anarchia sentimentale senza senso o scopo.
Il riscatto di Un Poeta nasce proprio da qui: un confronto e un discorso generazionale, l’unica via per Oscar per scampare al suo torpore esistenziale e artistico. La giovane Yurlady in cui il protagonista ripone tutte le sue speranze appartiene infatti a un gruppo sociale e anagrafico distinto, che le permette di affrontare la poesia con un’innocenza semantica opposta a quella di Oscar.
È esattamente ciò che la poeta Chandra Candiani ritrova nei suoi laboratori di poesia nelle scuole primarie della periferia di Milano, in cui «seminare la parola viva»4 in mezzo a «maestri-bambini» con cui navigare «le parole il loro / buio fitto l’alto mare»5, senza preoccuparsi delle implicazioni commerciabili della poesia, a chi debba servire (se non a se stessi) e per quale scopo (per quello esisteranno eventualmente i genitori, come la famiglia allargata di Yurlady che non la comprende e non comprende l’utilità economica e spendibile di quel nuovo impegno).

A differenza, infatti, della Francia bella e casta de La mattina scrivo, in cui si rimane borghesi anche quando si gioca a essere poveri, scrittori per statuto sociale, seppur di encomiabile resistenza, in Un Poeta si staglia ovunque un «cielo senza promesse», una Colombia delle disuguaglianze che al gusto esotizzante (ed estetizzante) di una criminalità da serie TV, che addita colpe e pene geografiche, preferisce raccontarne le spontaneità interiori. I barrios in cui cresce Yurlady, riempiti di vitalità e abbondanza umana, sono quegli spazi perimetrali e dimenticati che hanno precocemente conosciuto i vuoti e le asperità della vita, in cui dice anche Candiani «si sbaglia sempre, si è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete»6.
Con immagini convulse e disperate, Un Poeta invita allora a riscoprire la poesia come quei bambini che per gioco scompaiono dietro un mantello che vorrebbero credere magico, e ricompaiono poi dal vero dentro parole poetiche che non hanno mai reso silenzio quella loro invisibilità quotidiana e attuale. Perché, come scrive di nuovo Amelia Rosselli a chiusura dei suoi Spazi metrici, «la realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi versi rime tempi)»7. La poesia, anche al cinema, abita continuamente proprio quelle zone metriche scomode e scoscese.
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- Amelia Rosselli, Spazi metrici, 1962, in Amelia Rosselli, Le poesie, Garzanti, 2019, pp. 337-338 ↩︎
- Ivi, p. 339 ↩︎
- Roberto Flauto, Il verso dell’uomo. Ontologia e sviluppo del poetico: una prospettiva sociologica, Guida Editori, 2018 ↩︎
- Chandra Livia Candiani e Andrea Cirolla, a cura di, Ma dove sono le parole?, Effigie, 2015, p. 9 ↩︎
- Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore, Einaudi, 2014, p. 48 ↩︎
- Chandra Livia Candiani e Andrea Cirolla, a cura di, op. cit., p.188 ↩︎
- Amelia Rosselli, op. cit, p. 342 ↩︎
