Paula Beer interpreta l'imperscrutabile e onirica Laura in una scena del film Miroirs No. 3 - Il Mistero Di Laura

Miroirs No. 3 – Il Mistero di Laura, fantasmi invisibili e gentili

7 minuti di lettura

Quando i vuoti riempiono una vita, il cinema può insinuarsi a leggerne gli spazi mai inquadrati, gli angoli privi di parole e ordine, l’immagine eterea che si sostituisce ai suoi significati inafferrabili. Presentato alla Quinzaine des Cinéastes a Cannes 2025 e distribuito nelle sale italiane dal 26 febbraio 2026 grazie a Wanted, Miroirs No. 3 – Il Mistero di Laura è l’ennesima conferma del talento registico di Christian Petzold, abile cantore dell’effimero, di sentimenti sfiorati e ribollenti che devono ancora scoppiare, la complicità di sguardi che appartengono allo stesso tragico epilogo, anche quando sono in grado di guarire silenzi e scomparse.

Miroirs No. 3, un’ode musicale all’impalpabilità della perdita

Barbara Auer e Paula Beer in bici nella campagna tedesca in una scena del film Miroirs No. 3 – Il Mistero di Laura

Durante una gita in campagna, Laura (la sempre impenetrabile e onirica Paula Beer) e il suo compagno hanno un incidente d’auto: lui muore sul colpo, lei sopravvive indenne. Nell’immediatezza di quel momento fugace ma premonitore che lascia Laura tranquilla, una donna (Barbara Auer) la soccorre, le offre aiuto, una casa e un po’ di riposo, insieme al marito (Matthias Brandt) e al figlio (Enno Trebs). Da quel momento in Miroirs No. 3 le loro vite saranno intrecciate, tra distanze e ravvicinamenti, sguardi e tensioni rarefatte che cercano in ogni modo di compenetrarsi, di sopravvivere alla solitudine della perdita, di riparare le ferite reciproche con altre immagini.

Come l’ultimo movimento di una sinfonia classicheggiante Miroirs No. 3 chiude la Trilogia degli elementi di Petzold: dopo l’acqua ninfea di Undine, il fuoco incombente de Il cielo brucia, ora il vento, di cui Miroirs No. 3 conserva la leggerezza e la leggiadria, l’impeto burrascoso ma inconsistente, un moto fluttuante, ondoso, come la suite No. 3 di Ravel – Une barque sur l’océan – che dà il titolo al film. Il cinema avanza come arte del sentire assoluto, una macchina metafisica che scorre musicalmente circolare, tra gli stessi dettagli di oggetti ricorrenti, rimodulati ogni volta in tonalità emotiva diversa, daccapo, dopo ogni ritornello, come il preludio di Chopin che Laura suona al pianoforte, gli accordi che variano sul tema girandoci attorno.

Ma Miroirs No. 3 è soprattutto il film più spiccatamente gotico di Petzold, perché racconta, in modo più o meno manifesto, di fantasmi gentili agitati dal lutto che compaiono tra le pareti e i paesaggi brulli, a lasciare in filigrana le storie di chi ha continuato ad abitare quegli spazi anche dopo il loro termine. Come in Inventario di ciò che resta di Michele Ruol, rimangono impronte di vita anche dopo la fine, un fuoco che arde negli interstizi, nei silenzi, nelle pagine lasciate bianche per sempre. Erano lì novantanove oggetti numerati come versetti di un poema, frammenti sfumati di ricordi sparpagliati che affiorano all’improvviso, «come se le parole di cui erano composti venissero pescate da un medesimo sacchetto»1.  

In Miroirs No. 3 sono invece i rituali di una famiglia distrutta dalle tante quotidianità trascurate, ciò che si riverbera ancora nelle rotture, tra le incrinature di relazioni mancate, il valore sentimentale che titola l’ultimo omonimo capolavoro di Joachim Trier – Sentimental Value appunto – di spettrali anime infestanti elegantissime anche mentre fuori imperversa la bufera: una staccionata da dipingere, l’ennesimo elettrodomestico da riparare, un rubinetto che perde acqua, un pianoforte scordato che ritorna in moto sopra la polvere dei suoi tasti, gli spazi troppo grandi per l’ingombro di corpi rimasti soli.

Miroirs No. 3, il cinema come arte dell’indicibile

Paula Beer è Laura in una scena del film Miroirs No. 3 – Il Mistero di Laura

Miroirs No. 3 procede poco alla volta per disvelamento, per pura suggestione più che narrazione, in un gioco di doppi e riflessi, simmetrie di dolori, riflessi e miraggi, vuoti interrotti nella memoria che aspettano soltanto qualcuno che li riempia per tornare a essere volti. Ed esattamente come Trier anche Petzold in questo si conferma straordinario maestro dell’indicibile, del mistero che si cela nel silenzio, con il montaggio che si trasforma in manipolazione del tempo interiore, il trauma che riemerge per immagini sedimentate su schermo un attimo di più del consueto, prima che la logica arrivi ad attribuirne un senso e una parola.

Così Laura si sostituisce (esattamente come ne La donna dello scrittore Georg rubava l’identità dello scrittore Weidel), il suo corpo melanconico prende posto tra i ricordi, combacia perfettamente con le impronte scavate in lenzuola e cuscini che nessun altro potrà più abitare. Dove ne Il cielo brucia i giovani tardavano a innamorarsi pensando ancora di avere il tempo per tutto, per scrivere un capolavoro letterario, diventando ciechi per evitare di dover vedere avverarsi la propria catastrofe umana, in Miroirs No. 3 quel tempo è già ormai concluso, in un’oltre vita che riguarda ogni lutto, ogni morte dentro la vita, l’imminenza di un orrore (di nuovo il gotico) che permane come presagio inevitabile ogni volta ignorato.

Miroirs No. 3 è un piccolo film che nella sua brevità (poco meno di 90 minuti) contiene l’intero universo immaginifico di Petzold, la potenza leggiadra del cinema come mezzo che riesce ancora una volta a catturare ciò che sfugge prima che possa essere detto o visto, al di fuori e al di sopra del visibile, danzando sulle ali del possibile.


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  1. Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, TerraRossa, 2024, p. 21 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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