Amori immanenti e sospesi, riflessi e miraggi impenetrabili. Il cinema di Christian Petzold è forse uno dei massimi rappresentanti contemporanei del desiderio impossibile e quindi inevitabilmente fatale, fallimentare, eppure sempre imprescindibile a livello esistenziale.
Prima dell’ideale Trilogia degli elementi (l’acqua di Undine, il fuoco ardente de Il cielo brucia, il vento dolce e leggiadro dell’ultimo Miroirs No. 3 presentato a Cannes 2025), con La donna dello scrittore (2018, disponibile su Amazon Prime Video) il regista tedesco lavora sull’assurdo per innescare una storia d’amore (o meglio di non-amore) che supera le epoche e diventa per questo ancora più universale, in un’ipotesi filmica anacronistica in cui il tempo non è assoluto ma influenza di società e valori mutevoli e instabili.
La donna dello scrittore: Parigi sotto assedio, oggi

Arriva l’occupazione nazista ma siamo ai giorni nostri, tra gli scooter che sfrecciano, le uniformi e i vestiti contemporanei, le sirene che ascoltiamo ogni giorno. La donna dello scrittore inizia in una Parigi del nuovo millennio in cui le truppe germaniche giungono senza svastiche, decise a scendere verso sud e mettere a ferro e fuoco l’intera Francia.
Georg (Franz Rogowski) è un rifugiato tedesco, un semplice meccanico, che per sopravvivere decide di rubare l’identità di uno scrittore di nome Weidel, morto tragicamente suicida. Georg sfrutta per tornaconto personale le parole di Weidel private, i suoi manoscritti inediti mai pubblicati, che per il triste epilogo di chi li ha scritti erano e non saranno mai. Decide così di fuggire lontano in Messico, salvarsi dalla guerra, salvarsi con l’amore, anche questo rubato, sognato, trasfigurato. Ma nella realtà dei fatti non riuscirà mai a farlo, condannato per sempre al destino di apolide, senza patria né casa.
Georg immagina una donna bellissima ed eterea, Marie (la solita impalpabile Paula Beer), compagna di vita di quello scrittore di cui ora vuole appropriarsi per intero, come di tutto il resto. Lei invece continua ad attendere con pazienza stoica l’amato scomparso, cercandone disperatamente i profili impossibili in ogni orizzonte privo di vita.
La donna dello scrittore, una traslazione libera della Storia

Petzold adatta liberamente Transit, il romanzo del 1944 di Anna Seghers, ambientandolo in un tempo sospeso e ambiguo che esiste al di fuori del tempo delle parole. Non si tratta dunque di un’attualizzazione dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma di una traslazione, non per questo però più matematica. Perché le stesse parole, immutate, inalterate, ma portate in un mondo diverso, possono cambiare anche di significato. Un “ti amo” sopito nel 1940 non è lo stesso nel 2020.
La donna dello scrittore costruisce quindi un’operazione opposta alla storicizzazione che diventa qui riscrittura e reinvenzione della Storia, di multiple realtà, persino della finzione, solo con immagini, sempre e comunque inafferrabili, enigmatiche, sostitutive.
Come nel verbosissimo Dreams di Dag Johan Haugerud – su un’adolescente che si prefigura letterariamente un amore con la sua insegnante, senza viverlo mai per davvero – anche ne La donna dello scrittore le parole possono creare nuovi universi dove prima neanche esistevano, perché delle immagini, quelle immagini – reali o fittizie che siano -, sono in grado di espanderle invece di forzarle.
Prima dello scoppio dell’amore

Ne La donna dello scrittore ogni personaggio diventa così non solo artefice del suo destino, ma anche di quello di tutti gli altri. Georg nel suo ingombrante furto d’identità personifica uno scrittore non solo di fatto, ma anche nel ruolo attivo di riscrittura che questo presuppone sulle vite e sui destini altrui. Pensa un mondo e così il mondo esiste di conseguenza, seppur in una forma esiliata e inconsolabile.
Come in un tragico ballo di azione e reazione, in un domino di sentimenti sfuggevoli, La donna dello scrittore racconta dell’impossibile irrealizzabile, ma ancora potenzialità per il fatto stesso che quel pensiero – narrativo, letterario – sia mai esistito da qualche parte. È il concetto alla base del desiderio del desiderio, l’anelito romantico, “la malattia del doloroso bramare”. Non importa se è lontano, è quel tanto che basta per crederlo reale.
L’amore in sé deve infatti ancora scoppiare, esattamente come questa versione inesistente – perché contemporanea – della Seconda Guerra Mondiale, a cui manca l’ultimo e definitivo casus belli per accendere il conflitto totale (di guerra, d’amore, di entrambi).
Un visto per l’espatrio che tarda ad arrivare, una via di fuga che si deve ancora realizzare. Georg e Marie sono intrappolati, anche se costantemente distanti, fugaci. Ma a decidere di fare la guerra o la pace si parte con un’intenzione, non importa se teorica e concettuale. Quella di Georg è di amare, anche se nel concreto non c’è stata ancora nessuna dichiarazione ufficiale.
La donna dello scrittore e l’incanto di parole inesistenti

Georg ama senza parlare, ascolta senza leggere, all’ombra di parole scritte – pensieri, lettere, poesie – che ha inopportunamente fatto proprie senza chiedere permesso alcuno. Lui, semplice meccanico che prima sapeva solo aggiustare aggeggi elettronici, ora, come ogni altro essere umano, ha subito l’incantesimo invincibile della parola ammaliante, anche se astratta e mentale.
Come scrive la poetessa Amelia Rosselli: «La lingua scuote nella sua bocca, uno sbatter d’ale / che è linguaggio»1. Parole soggettive, dolorose, inaffidabili, incerte come il senso stesso, come la presunzione di oggettività. Ne La donna dello scrittore una voce fuori campo in perfetta dizione tenta invano di riordinare questi pezzi emotivi divergenti di un semplice innamorato. Ne spiega frustrazioni, dolori traditi. Ma è una comprensione illusoria, un conforto dell’inconscio più brutale.
In questo senso Petzold sembra dirci che a volte le migliori parole d’amore sono proprio quelle che ancora devono essere pronunciate, quelle nascoste in sguardi di complicità in cui ognuno sa anche senza parlare. In una bocca serrata, come diceva Amelia Rosselli, che è sempre illuminata da un bacio che ancora non è stato, rubato all’infinito.
Transit: il silenzio che passa

Ne La donna dello scrittore il regista lavora con eleganza proprio su questa suggestione ambivalente: la musica suadente, le inquadrature composte e raffinate. Petzold si mantiene circoscritto, seppur errante, attorno alla città portuale di Marsiglia, polo liminale e mediterraneo, caldo incrocio di storie ipotetiche, di navi che sono partite e navi che non partiranno mai.
Come suggerisce il titolo internazionale – ben più poetico dell’italiano La donna dello scrittore – Transit, ovvero “in transito”, “di passaggio”. Ma in una traduzione latina libera, involontaria, non letterale, anche “che passa, che sta passando”. Chissà se quell’amore passerà, chissà se invece passerà il silenzio che limita parole d’amore incatenate. Prima dello scoppio, prima della marcia di baci, prima della deportazione delle paure, prima della bomba atomica di un ti amo, dell’armistizio di un tocco di mano. Transit. Passa. Passa. Se la Storia è lì che guarda, non è detto che siano lì anche i nostri occhi a farlo.
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- Amelia Rosselli, Le poesie, Garzanti, 2019, p. 398 ↩︎
