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Watcher e l’importanza dello sguardo

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11 minuti di lettura

Stalking, voyeurismo, gaslighting, paranoia e sfiducia, sono questi gli elementi centrali di Watcher, debutto cinematografico di Chloe Okuno presentato in anteprima al Sundance Film Festival del 2022. Okuno ha già realizzato diversi cortometraggi, tra cui il premiato Slut del 2014 e ha diretto uno degli episodi di V/H/S/94 del 2021.

Watcher, la storia di una donna sola e vulnerabile

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Maika Monroe interpreta Julia, giovane ragazza americana sposata con Francis (Karl Glusman) di origini rumene. La coppia si trasferisce a Bucarest a seguito di una promozione lavorativa del marito, ma Julia, che oltre a non conoscere nessuno non parla nemmeno la lingua, si ritrova a vivere una vita solitaria in cui prende sempre più piede la paura di essere seguita e spiata. Fin dal primo giorno nel nuovo appartamento crede che ci sia qualcuno che la spii da una finestra del condominio di fronte e la situazione si aggrava quando, prima al cinema e poi al negozio di alimentari, viene seguita da quello che sembra essere lo stesso uomo.

La scoperta dell’esistenza in città di un serial killer di nome Spider che uccide giovani donne accentua il suo stato di paranoica ossessione. Cerca appoggio nel marito che all’inizio le crede e la sostiene per poi liquidare velocemente la sua come una paura irrazionale e infondata. Julia, ormai alla deriva emotiva, è completamente ossessionata dall’uomo, non riesce a pensare ad altro. Arriva addirittura a seguirlo lei stessa. Va alla sua porta, lo osserva continuamente dalla finestra per vedere se lui è lì a guardare. Da osservata diventa osservatrice, fino a che l’uomo, lo stalker, l’osservatore, non la denuncerà alla polizia, ribaltando i ruoli e rendendo la sua credibilità ancora più esigua. Persa qualsiasi traccia di attendibilità Julia si trova ancora più isolata e persa fino a un nuovo terribile ribaltamento finale.

L’uso del ritmo narrativo per infondere inquietudine

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Watcher è un thriller nel significato più classico del termine, un film in cui la tensione e la suspense dominano la narrazione. Più propriamente, è un thriller psicologico, in cui l’inganno e la manipolazione della vittima avvengono solo a livello mentale escludendo, se non nell’epilogo, qualsiasi segno di violenza fisica o brutalità. L’azione è riservata esclusivamente al finale, mentre dove ci si aspetterebbe un ritmo decisamente più sostenuto, nella parte centrale del film, lo sviluppo narrativo risulta minacciosamente lento.

Lo svolgersi del racconto è dominato da una calma apparente in cui sembra non accadere nulla; ogni azione non porta da nessuna parte, ogni porta aperta non conduce a nessun sviluppo significativo. La paura di Julia sembra quindi sempre più irrazionale e allucinata, ma un senso di inquietudine e disagio colpisce anche lo spettatore che non può fare a meno di schierarsi dalla parte della protagonista, sempre più divisa tra confusione emotiva e paura ossessiva. Questo rallentamento nel racconto, la mancanza di sviluppi significativi e l’apparente tranquillità quotidiana, sono utili al fine di accrescere l’ansia e la tensione e portare noi e la protagonista, isolata e abbandonata, nel giusto stato di apprensione, confusione e vulnerabilità per cui la svolta finale risulterà ancora più sconvolgente e terrificante.

L’importanza dello sguardo per la formulazione del giudizio

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Watcher si presenta elegante ed equilibrato, grazie soprattutto al direttore della fotografia Benjamin Kirk Nielsen (già collaboratore di Okuno in Slut) che oltre a realizzare riprese dal forte impatto visivo tra equilibrio compositivo e scelte di luce, confeziona la storia attraverso inquadrature sempre al limite dell’angoscia, con le finestre di casa di Julia sempre presenti e sempre aperte, gli spazi chiusi che diventano sempre più ampi, vuoti e incombenti, l’illuminazione a volte fredda e tagliente altre volte calda e distesa che accompagna l’umore della donna; ombre minacciose che si affacciano alla finestra, personaggi che si sceglie volutamente di non inquadrare nella totalità.

Watcher, come già suggerisce il titolo, è un film basato interamente sull’atto del guardare e sull’essere guardati e in questo coinvolge in prima persona gli spettatori, chiamati a osservare le vite e le azioni di chi abita lo schermo. Ciò che si decide di tenere nascosto, ciò che si decide di mostrare, come e da che parte, sono decisioni essenziali per guidare la formulazione del giudizio da parte dello spettatore, per la sua messa in discussione e per generare in lui quell’inquietudine e disagio che lo fa empatizzare con la protagonista.

La credibilità delle donne

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La credibilità che viene data alle donne e la scelta di posizionarsi al loro fianco è ciò che sembra davvero interessare Okuno che attraverso gli strumenti del thriller riesce a parlare di un argomento importante in una maniera che non risulta banale o gratuita. Attraverso l’esperienza di Julia la regista ci mostra cosa rischia una donna che si dichiara in pericolo quando si decide di non prestarle attenzione. Lo stato di totale frantumazione psicologica ed emotiva raggiunto da Julia non è difficile da interpretare come la conseguenza della rinuncia di un sostegno da parte del marito e dell’impotenza e negligenza dimostrata dalle forze dell’ordine, due comportamenti che vanno ad aggravare la già difficile situazione della protagonista di solitudine e alienazione. L’atto decisivo per il definitivo crollo emotivo della donna è la denuncia da parte del vicino, l’osservatore, nei suoi confronti: l’uomo sostiene che sia lei a seguirlo e osservarlo continuamente.

La spiegazione da parte della polizia suona assurda e grottesca, il tutto risulta ridicolo ma quest’azione possiede una violenza incredibile: l’uomo viene creduto quando denuncia di essere seguito da una donna che, al contrario, viene ritenuta pazza quando sostiene di essere osservata e seguita dall’uomo. Quante volte anche nei casi di cronaca nostrani abbiamo assistito al depotenziamento di denuncia da parte di donne, al ribaltamento della situazione trovando scuse a comportamenti ignobili, la messa in scena di Watcher risuona molto forte nella coscienza di ogni donna che ha la consapevolezza di poter essere, in qualsiasi momento, la vittima impotente che non viene creduta o ascoltata.

Watcher e lo sguardo maschile

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Ovviamente il tema voyeristico è già stato affrontato diverse volte all’interno del genere, ma Okuno innova il discorso introducendo un risvolto più femminista. La parola voyeur viene dal francese, letteralmente significa “chi guarda” e in Watcher chi guarda e chi viene guardato sono due figure centrali ma mutabili. L’osservatore sarà a sua volta osservato e l’osservata diventerà lei stessa osservatrice. Ma ciò che fa la differenza è l’intenzionalità di questo sguardo: lui guarda lei con desiderio, sessuale? Omicida? Lei guarda lui con paura alimentata da ossessione.

Lo sguardo maschile domina il racconto. Sono sempre gli uomini a guardare le donne, tutti gli uomini con cui Julia entra in contatto, il marito, il taxista, il capo del marito, tutti la guardano e ognuno di loro sente il diritto di poter esprimere un giudizio sul suo aspetto. Le donne sono sempre osservate e giudicate per il loro aspetto e fin da subito ci viene mostrato come Julia sia infastidita da queste continue considerazioni gratuite non richieste. Julia è vittima dello sguardo maschile ed è vittima di un marito egoista e assente; è vittima perché non ha più il controllo sulla sua vita, sola e sradicata in una città dove non conosce nessuno e non capisce quando le parlano. Dall’altra parte abbiamo un’altra donna, l’unica persona che Julia può considerare amica, Irina la vicina di casa che di professione fa la spogliarellista. Al contrario di Julia, Irina è abituata a essere continuamente osservata, per lei gli sguardi e gli uomini padroni di quegli sguardi sono tutti uguali, non fa nessuna distinzione. Sono due donne isolate ed emarginate, per motivi diversi, ma entrambe succubi dello sguardo dell’uomo. Due donne che scopriremo essere vittime in egual misura.

Watcher si conclude con un risvolto che poteva essere prevedibile, ma come nella maggior parte dei thriller è ciò che accade nel mezzo ad essere l’aspetto più significativo. Ciò che più conta e rimane di Watcher sono i molteplici stimoli con cui Chloe Okuno ha alimentato la trama, realizzando un altro esempio di come il cinema possa essere utile a una riflessione e a una discussione più ampia.


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Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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