Considerata spesso una parte minore della Mostra del Cinema di Venezia, Orizzonti è una sezione di concorso dedicata alle opere sperimentali o di giovani autori che sperimentano e giocano con i nuovi linguaggi del cinema. La proposta di questa sezione non si presenta sempre come la più esaltante o la più interessante, eppure si prova una sensazione di grande sorpresa e gioia quando si riesce a vedere un’opera presentata in questo contesto che senti faccia davvero la differenza a livello di forma e linguaggio.
Barrio Triste, opera prima del regista di videoclip colombiano Stillz (tra gli altri ha lavorato con Bad Bunny e Rosalìa) prodotta dalla casa di produzione di Harmony Korine EDGLRD, ha fatto provare a chi scrive proprio questa sensazione di gioia estatica; un film davvero in grado di ripensare in modo radicale, pur con le sue evidenti influenze, il cinema come arte visiva.
Barrio Triste, testimonianza di ragazzi di vita a Medellin
Credits Jacopo Salvi, La Biennale di Venezia – Foto ASAC
Nella prima sequenza di Barrio Triste si vede un giornalista che, con la sua miniDV, gira un servizio in merito a dei possibili avvistamenti alieni nella periferia degradata di Medellin, Colombia, degli anni ’90; l’uomo viene però interrotto dall’arrivo di una gang di giovani che lo picchia e ruba la sua videocamera. Da quel momento, Barrio Triste diventa la documentazione della vita di questo gruppo di giovani allo sbando, tra rapine a mano armata – il richiamo a Spring Breakers pare immediato e intuitivo -, passeggiate notturne per le strade della città e incontri inaspettati in una Medellin spettrale.
Film esplicitamente non narrativo, l’azione in Barrio Triste si limita a seguire il flusso delle immagini riprese dai giovani, dei veri e propri ragazzi di vita abbandonati a se stessi dalle istituzioni e dalle loro famiglie, costretti a ritrovarsi tra gli scheletri di edifici in costruzione e a fare rapine per sopravvivere. Una vita, quella raccontata da Stillz, fatta di abbandono e trascuratezza, che i ragazzi cercano di sublimare in questo continuo senso di inutilità, di incapacità di trovarsi un proprio posto nel mondo e di isolamento attraverso le tracce che lasciano disperatamente nel mondo: le rapine, i murales, perfino il film stesso e le immagini che creano attestano questa disperata necessità di questi ragazzi di essere visti, sentiti, ricordati.
La macchina da presa in Barrio Triste – la quale registra suoni ovattati, immagini sporche, tecnicamente sbagliate eppure così reali, tattili – diventa così uno strumento per lasciare una traccia, restituire una testimonianza (sia pur finzionale, visto che è un’opera di finzione) di condizioni di vita trascurate dalla società civile, lascia trasparire in modo evidente questa necessità così umana di esserci e di lasciare qualcosa dietro di sé capace di una potenza emotiva (e non solo) non comune.
Filmare un sentimento
Credits Jacopo Salvi, La Biennale di Venezia – Foto ASAC
Girato come un finto documentario con una vera macchina da presa miniDV, l’opera prima di Stillz è un film estremamente consapevole ed efficace dell’uso delle immagini. Il regista colombiano, attraverso un’estetica lo-fi dall’evidente grana digitale e una sceneggiatura svincolata da una narrazione dura e pura, gioca con le immagini fintamente amatoriali per restituire in modo efficace le profonde sensazioni di solitudine e depressione provate da questi giovani – il cui punto di vista coincide, evidentemente, con il punto macchina.
Le strade vuote di una periferia notturna, gli scheletri di edifici abbandonati, un cavallo rinchiuso in una stanza in cui non riesce neanche a muoversi, un ragazzo che gioca con un machete, un’edicola religiosa su cui è affissa un manifesto di un giovane desaparecido, una confessione disperata di un ragazzo che vuole solo l’amore paterno e poter vedere sua figlia piccola, un giovane che fuma sul ciglio di un tetto: Barrio Triste costruisce sequenze e inquadrature che, al di là del loro potenziale narrativo, sono in grado di trasmettere il senso stesso di smarrimento, di solitudine provato dai protagonisti della pellicola e da chi quella pellicola (nella diegesi del film) la sta girando.
Un senso di isolamento che viene amplificato dalla totale incapacità dei giovani protagonisti di Barrio Triste di trovare una via di uscita, una via di fuga da una vita che non lascia loro scampo, li condanna alla damnatio memoriae e che, per l’appunto, li spinge a registrare con immagini emotivamente molto dense questa loro vita altrimenti completamente perduta.
Attraverso una grande consapevolezza dell’uso della macchina da presa e una personalità registica davvero impressionante per un debutto, Barrio Triste è un’opera che trascende la necessità di una struttura narrativa per costruire un’esperienza visiva ed emotiva di grande intensità grazie a scelte estetiche – non ultima la “sporcizia” tecnica che dona texture e credibilità al film – efficaci. Al netto di passaggi meno convincenti di altri – soprattutto nel momento in cui la pellicola sfocia nel realismo magico, che pare in parte fuori luogo in questa operazione -, l’opera prima di Stillz si impone come uno degli esordi più affascinanti e promettenti degli ultimi tempi.
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