Un villaggio sperduto tra i monti. Due amiche, due amanti, due semplici giovani alla ricerca di uno spazio comune in cui desiderarsi. In Concorso alle Giornate degli Autori della 82. Mostra del Cinema di Venezia e vincitore del Premio Europa Cinemas Label, Bearcave (Arkoudotrypa), adattamento dell’omonimo corto del 2023, segna l’esordio nel lungometraggio di Stergios Dinopoulos e Krysianna B. Papadakis, un’opera sensoriale sul sentimento come fuoco libero e inclassificabile, capace di abbattere ogni distanza.
Bearcave, femminilità multiprospettiche
Tirna, Grecia del Nord. Argyro (Hara Kyriazi) e Anneta (Pamela Oikonomaki) sono amiche inseparabili. Vengono da contesti opposti: la prima appartiene al riservato mondo rurale della tradizione, la seconda ad una popolarità più mondana fatta di sbronze e discoteche. Da una parte unghie terrose e cumuli di letame da spalare, dall’altra un’appariscenza curata e irrequieta che vorrebbe sempre andare altrove, tra la gente. Quando Anneta rivela ad Argyro di essere incinta, inizia a profilarsi l’idea per lei di andare a vivere lontano in città insieme al fidanzato poliziotto, abbandonando così l’amica alla sua vita di sempre.

Tra Anneta e Argyro si stabiliscono a quel punto sguardi tesi e increspati, fatti di non detti e percezioni interrotte, con un amore puro che gorgoglia avido nel mezzo, nel moto turbinoso dei fraintendimenti, delle separazioni forzate e delle assenze irrimediabili. La regia di Stergios Dinopoulos e Krysianna B. Papadakis, in Bearcave all’opera prima, si concentra su questo primario concetto semiologico: la macchina da presa come punto di vista attraverso cui inquadrare, attraverso cui isolare, e quindi negare, evitando di mostrare, in formati d’immagine e di montaggio che cambiano e si inseguono nello spazio percettivo del tempo (avanti/indietro; veloce/rallentato).
I tre capitoli in cui Bearcave è diviso – che soffrono un minutaggio totale eccessivamente dilatato e diversi cliché narrativi di troppo – corrispondono a questi continui ulteriori controcampi estetici, di multipli orizzonti sensoriali (suoni amplificati, sfioramenti fugaci) che non rivelano di più dello spazio fisico inquadrato, ma sono piuttosto occhi interni che osservano compiersi il sentimento psicologico celato nei frammenti precedenti.
Bearcave, crescere attraverso l’oscurità
In Bearcave Argyro e Anneta soffrono, come tanti giovani coetanei, le pressioni dei familiari e degli amici che le vorrebbero sistemate in vite sicure e certe, e per questo, senza il brivido del rischio, non più propriamente personali. È proprio la caratteristica distintiva di quel passaggio dell’età evolutiva in cui il desiderio transita dal riconoscimento infantile dell’altro alla ricerca autonoma del proprio modo indomabile di stare nel mondo, di un desiderio inteso non come colpa o mancanza, ma come atto produttivo e libero per se stessi.
Scegliere in quale oscurità avventurarsi, perché siano le luci in crescita della propria esperienza a dispiegarla, inventandosi – anche in senso metafisico – chi diventare. E per Argyro e Anneta farlo insieme, in notti ebbri di sentimento concatenate anche nella lontananza, nei sussulti e nei tremiti di quel desiderio bruciante, ancora più intenso ora per l’incolmabile assenza.

Come in Oltre le colline di Cristian Mungiu, grande regista rumeno quest’anno presente anche nella giuria ufficiale di Venezia 82, le protagoniste sono due amiche che nell’intimità di un rapporto che si approfonda man mano trasformano i loro sentimenti in qualcosa in perenne divenire, che le allontana e le riavvicina a momenti alterni (in Bearcave ora ironici, ora teneri, ora angoscianti) nella visione reciproca che hanno l’una dell’altra.
Anche in quel caso a metterle insieme e in lotta c’era un luogo solitario (un convento ortodosso isolato), un destino già scritto e imposto a cui sottrarsi con forza (la religione integralista come unica vocazione d’amore), ma anche lì era soprattutto nei silenzi di due prospettive private non sempre corrisposte e corrispondenti che si sviluppava la reale tensione, il gioco perverso del desiderio.
Bearcave, tra le rocce emotive della solitudine
Il paesaggio montuoso di Bearcave – apparentemente spigoloso e selvaggio, con torrenti e foreste rigogliose e verdeggianti – viene ripreso dalla fotografia di Arsinoi Pilou in larghissime panoramiche che si stringono sui dettagli, mentre nei pochi isolati ambienti cittadini (feste di paese, interni di case spopolate) risplende, in luci soffuse e umbratili, di toni accesi e rifrangenti anni ’90. Quell’ambiente acuminato, spesso notturno e crepuscolare, diventa centrale nel definire i rapporti tra Argyro e Anneta, come precisa corrispondenza di anime che si purificano solo con la terra e il fango, da cui l’amore stesso passa in un bagno catartico.

Non c’è la crudezza della Galizia estrema di O que arde di Oliver Laxe e di As Bestas di Rodrigo Sorogoyen, chiusa nelle sue convinzioni e proprio per quelle convinzioni ancora più aggressiva contro i suoi stessi abitanti. L’incanto di Argyro e Anneta nasce dalla natura stessa, lontano dalla città brulicante di opportunità, in quell’essenza vivente e trascendente priva di costrutti (che poi sono anche distrutti) metropolitani.
Sembrano gli incontri simbiotici e innevati di Corpo e Anima di Ildikó Enyedi (di due dipendenti di un mattatoio che trovano una vicinanza emotiva in un’altra dimensione onirica) o i troll liberi di Border – Creature al confine di Ali Abbasi che in un lago sperduto in mezzo ai boschi possono bagnarsi nudi di una primordialità estranea al mondo civilizzato che li sfrutta invece per il loro infallibile fiuto sovrannaturale.
Così anche la grotta protagonista di Bearcave – che dà il titolo al film -, incastonata come un occhio che tutto vede in mezzo ad una di quelle montagne in cui le due amiche ritrovano – evocandola, bramandola da lontano – la loro intimità, vive la stessa eccezionalità percettiva, riecheggia quasi un che di platonico, la caverna che apre a cascata sequenziali processi di verità. In Bearcave quel solco scavato dal mito (chi è l’orso? Cosa lo spinge ad uscire allo scoperto?) è un antro-ventre materno allo stesso tempo accogliente e oscuro, in cui nel buio di una fenditura rocciosa nessun altro sguardo, se non quello immaginifico di due amanti, può trovare posto.
Bearcave, il sapore della mitologia in forma queer
Ognuno di quegli spazi sospesi e liminali – che come la montagna stessa costituiscono anche la porta d’accesso ad altri mondi – esiste perché qualcuno lo crede possibile, per un folkore radicato (in Bearcave correlato anche ad una colonna sonora pulsante e dissonante dalle tante sonorità tradizionali), che in ogni terra di comunità si fonda e si eredita dalla magia (di nuovo è più che evidente l’opposizione con la monotona vita di città senza immaginari a cui attingere).
L’antropologia lo spiega chiaramente: non si tratta soltanto di forze oscurantiste, esoteriche e superstiziose scientificamente temibili (a cui il classico folk horror aderisce) ma di dare valore sociale al mito, ai suoi racconti, alle sue rappresentazioni. Perché quelle sono soprattutto le storie delle sue genti, e quindi anche di conseguenza di ogni adolescenza che lì, tra le mille leggende, ha posto le sue fondamenta.

Già in Thelma di Joachim Trier, il film più esplicitamente fantastico del regista, una ragazza ne incontrava un’altra in uno spazio passionale sovra-reale di convulsioni scuotenti al di fuori del trauma e del dogma familiare. Anche in quel caso, in una mitologia più personale e queer, prendeva forma una giovinezza onirica che era allo stesso tempo età della separazione – dagli altri, da se stessi – e della riunione – con l’ignoto e i suoi misteri – per stare finalmente bene.
La definizione del rapporto tra Argyro e Anneta (che vive tutto delle interpretazioni sorprendenti delle sue due protagoniste Hara Kyriazi e Pamela Oikonomaki, anch’esse esordienti) funziona nello stesso modo sfuggevole, perché si sottrae, come ogni rapporto, alle categorie predefinite di sentimento, ai confini che le vorrebbero ingabbiare ora in un’innocente amicizia priva di carnalità, ora in un amore omosessuale segreto e inaccettabile per quell’antico villaggio dei Balcani.
Ma Bearcave, al netto di qualche difetto di prolissità, mette in scena più verosimilmente una forma di amore assoluto e universale, quasi panico per riprendere D’Annunzio, che supera tutti i generi (cinematografici e identitari), e vede in un essere umano libero, femminile e femmineo la forma più completa di autenticità.
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