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Storia di mia moglie recensione

Storia di mia moglie, un thriller psicologico mancato

8 minuti di lettura

“L’anima è sola e trema di freddo per intere notti di nebbia”, così deve essersi sentito l’autore ungherese Milán Füst durante la lavorazione dell’impegnativo romanzo da cui è tratto il film diretto da Ildikó Enyedi Storia di mia moglie, al cinema dal 14 aprile 2022.

Per la realizzazione della sua opera, infatti, l’autore scelse l’isolamento assoluto per sette anni, una prigionia desiderata e necessaria a far emergere le debolezze di una coppia instabile. La storia, non solo di una moglie, ma di un uomo e una donna che desiderano amarsi, se non fosse per il fatto che sono la luna ed il sole, distanti e inconciliabili, ad eccezione della rarità di un’eclissi.

Il matrimonio come compromesso

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Lui è Jacques Stör (Gijs Naber) un poderoso capitano navale e solitario lupo di mare che decide di aggiungere al colore indaco della sua esistenza la quiete ed il calore della vita matrimoniale. Lei è Lizzy (Léa Seydoux), una giovane francese espansiva e capricciosa, un raggio di spensieratezza nella vita di Jaques.

I due si sposano per una scommessa di Jaques, fatta con l’amico truffaldino Kodor (Sergio Rubini), un matrimonio che almeno all’inizio sembra riunire piacevolmente queste due anime vagabonde. Gelosie e tradimenti, personalità e conflitti insanabili condurranno questi due eroi post-moderni verso la riappropriazione di un’esistenza solitaria e il ricongiungimento verso l’integrità identitaria precedentemente compromessa dalla loro unione. Due anime destinate a soffrire e separarsi, ma con quel filo sottile e invisibile che dal cuore di uno punta direttamente in quello dell’altra.

Compromissione del ruolo maschile tradizionale

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Storia di mia moglie è un dramma psicologico che, maneggiato con eleganza, porta sullo schermo le fragilità di due individui che non riescono ad amarsi nel giusto modo di cui l’altro ha bisogno.

Discutibile è forse la scelta della regista ungherese che sceglie di raccontarci la storia di un amore tormentato esclusivamente dal punto di vista di Jaques. Per tutta la durata del film siamo con il comandante e siamo portati a sentire “con lui” tutte le umiliazioni provocate da una donna che non sembra disposta a condividere sé stessa con i compromessi del matrimonio. Sono gli anni ’20 e Lizzy è una donna indipendente, che consapevole della propria sensualità soffocante, gioca con le sue prede e preferisce essere venerata e contesa che costringersi alla sfera domestica a cui Jaques spera che lei rimanga durante le sue lunghe assenze.

Jaques inizialmente si lascia abbagliare dalle leggerezze di questa donna raccontata sotto la lente della frivolezza, finendo poi schiacciato dalla libertà sessuale e comportamentale di lei. Storia di mia moglie è il gioco dell’identità maschile compromessa proprio per quel bisogno di rispondere ai richiami dei ruoli: sposarsi, accasarsi, fare figli.

Sono gli schiamazzi e le frivolezze di una società via via più cosmopolita a squarciare il silenzio marittimo a cui è abituato Jaques. Un uomo spezzato dalla sua stessa incapacità di indossare abiti diversi da quelli del mare, unico luogo capace di riconfermare il suo status virile.

Storia di mia moglie e i presupposti di un thriller psicologico

Storia di mia moglie è scandito in sette capitoli che accompagnano l’inizio e la fine di una storia matrimoniale destinata a fallire. I testi scritti riportati con le sovrimpressioni indugiano sulla portata manualistica di una relazione amorosa, una necessità forse troppo maschile di etichettare tutto per dare un senso alle cose. Lizzy è l’opposto, fluida e inafferrabile, scivola da un’emozione all’altra, ora lo ama, ora lo detesta. Una donna inaccessibile e inafferrabile come il fumo, si sottrae ad ogni tentativo di decodifica, nostro, e di suo marito.

Frustrato e geloso Jaques osserva dolente la moglie completamente a suo agio nel contesto sociale e nelle relazioni interpersonali, finendo per essere divorato dalla sua stessa incapacità di riuscire a governare la donna come le sue navi.

L’inabilità di Jaques di sedare l’istinto spigliato di Lizzy finisce per inondare completamente la traiettoria del film, la quale si sorregge esclusivamente sulla profonda frustrazione dell’uomo. Di Lizzy abbiamo poco e nulla, di lei non ci resta che il ritratto incompiuto concesso da un uomo sofferente e inappagato che ci rende impossibile la ben che minima indagine sulla sfera ampissima delle emozioni dalla donna. Un nodo mai snodato di nuance femminili tenute insieme dall’incapacità di riuscire a svelarne le molteplicità.

Storia di mia moglie pone le basi per il racconto del conflitto coniugale ma si avventa in una pretesa di genere cercando, indebitamente, di appropriarsi dei codici del thriller psicologico, sfiorandolo, senza mai centrarlo.

Una flapper poco omaggiata

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Storia di mia moglie vanta l’eleganza di una messinscena studiata e ricercata, la fotografia calibrata e un innesto sonoro capace di conferire la spinta al dramma identitario e sentimentale dell’uomo.

Lento ed esageratamente lungo, Storia di mia moglie pretende l’attenzione del suo spettatore per 170 minuti, perdendosi però tra le pieghe di un racconto colmo di dialoghi che non lasciano presagire risoluzioni narrative. I vari capitoli sono disseminati di elementi e input mai approfonditi, la Enyedi accarezza i conflitti senza mai esaminarli. Tra le mani un testo complesso, un groviglio di tensioni mai allentate che rendono questi due personaggi, nonostante se ne intravedano la complessità, quasi del tutto privi di consistenza narrativa.

In cambio dell’impegno dello spettatore, Storia di mia moglie offre la magia di un’attrice come Léa Seydoux, ad agio nei panni di una donna prematuramente fuori dagli schemi della società degli anni venti. In questi anni infatti, la flapper, una delle figure più popolari di New Woman, diventa fondamentale nella maggior parte degli ambiti culturali.

La flapper in questo periodo si contraddistingue per alcuni aspetti caratteriali e fisici: capelli a caschetto, gonne corte, ama bere e divertirsi, sganciandosi dai residui della mentalità vittoriana ha una sessualità più libera rispetto al passato. A rendere la flapper tanto desiderabile era la sua natura contrastante, dolce e ribelle, innocente e sexy, a suo agio nella vita mondana. Bella e angelica, capricciosa e castrante, la Seydoux incarna, malgrado la poca rilevanza schermica, le profondità di un animo femminile sfuggente difficilmente etichettabile.


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