A Sad and Beautiful World

Venezia 82 – A Sad and Beautiful World, amarsi nel Libano in guerra

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Quando si arriva ad un festival come la Mostra del Cinema di Venezia, si pensa di incappare facilmente in titoli cosiddetti “autoriali” (per quanto questa etichetta nel 2025 abbia ancora senso): opere impegnate, dalla forma rigida ed ermetica, in cui non è concesso ridere. A Sad and Beautiful World di Cyril Aris, presentato nel concorso delle Giornate degli Autori – dove ha peraltro vinto il Premio del Pubblico in ex æquo con Memory -, in questo senso non è il classico film da festival: l’opera prima del regista libanese è un crowd pleaser fatto di grande perizia tecnica e intelligenza registica, un melodramma dalle tinte comiche che richiama i romantici film di Richard Linklater calati però in un’ambientazione medio-orientale.

Di questo gioiello nascosto dell’82a Mostra del Cinema di Venezia – selezionato come il rappresentante libanese per la corsa al premio Oscar 2026 come Miglior Film Internazionale – noi di NPC Magazine abbiamo parlato con il regista, Cyril Aris, e con i due attori protagonisti, Mounia Akl – conosciuta regista di Costa Brava, Lebanon e di serie TV come Boiling Point – e Hasan Akil.

A Sad and Beautiful World, un crowd pleaser dal Medio Oriente

A Sad and Beautiful World racconta di una storia d’amore travolgente, che attraversa tre decenni di passioni, dolori e speranze: i due protagonisti, Nino e Yasmina, si ritrovano insieme grazie al magnetismo che li attira reciprocamente. Di fronte a una scelta impossibile tra amore e sopravvivenza, devono decidere se costruire una famiglia e cercare la felicità in Libano, o fuggire dalle tragedie che devastano il Paese.

A Sad and Beautiful World

Sin da questa breve sinossi è chiaro come A Sad and Beautiful World non è il classico titolo autoriale, ma mira piuttosto ad essere una pellicola rivolta al grande pubblico: la trama melodrammatica, l’archetipicità dei personaggi e delle situazioni che vengono presentate all’interno del film di Aris con grande accessibilità e fruibilità. Ciò che fa davvero la differenza nell’opera prima del regista libanese è la sua sensibilità registica e narrativa.

Sin dalla sua prima scena – un impressionante piano sequenza ambientato in un ospedale che sta venendo bombardato – A Sad and Beautiful World si impone subito per una componente tecnica e di storytelling davvero raffinata: il racconto di due vite controllate dal destino in un contesto come quello libanese fatto di instabilità politica ed economica si eleva grazie ad una forma sapiente, in grado di giocare con le immagini per ammantarle di grande pregnanza ed efficacia narrativa, oltre che emotiva.

Attraversato da toni da commedia che, col passare dei minuti, lasciano il posto ad un cinismo rispetto ai rapporti umani e all’incedere della Storia, A Sad and Beautiful World riesce nel compito (non banale né semplice) di coniugare spettacolo e artisticità, intrattenimento e grandi domande filosofiche ed esistenziali, nel raccontare una storia di grande afflato romantico e sentimentale gettando una luce sul presente, sulla vita quotidiana in Libano, e sulla vita che continua e non si piega al volere della Storia e del destino. Un piccolo gioiello, A Sad and Beautiful Story, che può essere in grado di sfamare palati cinefili – grazie alla sua ricca componente estetica e linguistica – e non.

Intervista al regista e ai protagonisti di A Sad and Beautiful World

NPC – Dunque, prima domanda per Cyril: da dove nasce questo film? L’hai scritto e diretto, è il tuo primo film di finzione. Da dove è venuta l’ispirazione? Dalla storia del Libano, da un qualcosa di personale? E come e quando sono entrati i tuoi attori [Mounia Akl e Hasan Akil, ndr] nel progetto?

Cyril Aris (CA) – Quanto tempo hai a disposizione? Il film nasce dal fatto che volevo raccontare una semplice storia d’amore, in realtà, un’amore appassionato tra due persone, e quanto ti possa dare speranza ed energia in un paese in cui si verificano moltissimi scontri.

Voler parlare della storia contemporanea del Libano è stato anche una seconda spinta per scrivere una storia di una coppia con sullo sfondo la stora del Libano. Penso che l’evoluzione della storia della coppia è una sorta di specchio per il contesto in cui i due protagonisti sono nati, sono scresciuti e si sono evoluti. Dunque entrare in questta storia così specifica di una coppia è stato, in un certo senso, uno strumento per racontare una storia più grande del Libano.

Quando ho scritto il personaggio di Yasmina pensavo molto spesso a Mounia, per non dire solo a lei. Lei non è un’attrice, è una regista, ma è una mia collabotrice stretta e abbiamo lavorato a così tanti progetti insieme. Io la volevo davvero davanti alla macchina da presa per questo progetto. E ovviamente ho un bias, ma penso che sia stata la decisione migliore perché appare molto bene su schermo e ha avuto una grande chimica con Hassan.

Per quanto riguarda Hassan, abbiamo provinato molte persone, molti grandi attori prima di arrivare ad Hassan, perché stavo cercando qualcuno difficile da cercare, qualcuno che tu possa amare istantaneamente; così appena appare sin dalla prima scena, ti deve piacere subito questo personaggio, devi voler passare le prossime due ore con lui. E doveva essere bravo coi tempi comici, essere un po’ caotico ed estroverso, ma allo stesso tempo – e questa era una caratteristica fondamentale – doveva essere un grande attore drammatico che non si tira indietro dal mostrare la propria vulnerabilità e dal mostrare le sue emozioni.

Questo è davvero difficile da trovae perché quando lavori con attori drammatici, spesso non sono bravi con la commedia; e quando lavori con attori molto comici, è difficile per loro dimenticare la loro maschera comica. Ma quando l’abbiamo visto, ce ne siamo subito innamorati di lui. Li abbiamo subito provinati insieme e si sono sposati molto bene da un punto di vista artistico. Ed ecco come siamo arrivati qui.

NPC – Hai accennato al fatto che A Sad and Beautiful World non è strettamente un film drammatico, né strettamente melodrammatico, ma è un film pieno di venature comiche. Come e quando è nata l’idea di raccontare questa storia drammatica inserita nella storia recente libanese anche attraverso la lente della commedia?

CA – Non è stata per me una scelta conscia, non mi sono mai forzato ad inserirla perché le persone libanesi sono un popolo naturalmente divertente. Abbiamo un grande senso dell’umorismo, soprattutto nei tempi bui. Quando ci sono crisi economiche, crisi finanziare, crisi sociali e tutti questi tumulti con cui ci confrontiamo, di solito ricorriamo alla commedia come strumento di evasione; è un modo per…

Hasan Akil (HA) – Evadere.

CA – Evadere, esatto.

Mounia Akl (MA) – È come l’ossigeno per noi.

CA – Esatto, è ciò che ci permette di andare avanti. E credo che sia legato anche all’avere questi attori. Stavo cercando attori che fossero divertenti, soprattutto per i ruoli secondari come quello dello chef e di sua moglie. Cercavo persone che fossero naturalmente divertenti e che potessero anche ignorare la sceneggiatura e improvvisare, essere sé stessi. Molta della commedia viene da loro, quindi delle molte battute che si sentono, alcune erano scritte, ma altre sono state semplicemente improvvisate dagli attori.

NPC – Volevo chiedere agli attori, soprattutto nel caso di Mounia visto che non è un’attrice professionista, come vi siete preparati per il ruolo? Possono essere ruoli semplici, quasi archetipici nel caso del melodramma, ma al tempo stesso sono personaggi che attraversano un lungo periodo di tempo. Il loro viaggio è molto lungo. Come vi siete preparati per questo?

MA – Con Cyril abbiamo creato una linea del tempo derivata dalla sceneggiatura. Dunque, chi ero io? Chi era Yasmina da bambina? Cos’è quella cosa che era e che ha perso da adulta? Cos’è quella cosa che ha poi ripreso col personaggio di Hassan? Così abbiamo creato una timeline emotiva del film con Cyril, per ricordarci sempre sul set dove eravamo, come ci dovevamo sentire. C’è stata tanta preparazione sulla sceneggiatura.

Poi io amo il fatto che Yasmina è un personaggio archetipico, perché sento che, quando hai una struttura molto chiara di quella che è l’idea esistenziale della vita di questo personaggio, puoi giocare molto con le zone grigie insite in lei. Ciò che amo molto di questo personaggio è che c’è una bambina speranzosa dentro di lei che ha silenziato da adulta, e che quella bambina ritorna pian piano in vita da quando ha iniziato ad innamorarsi di Hassan.

Adoro l’idea di una persona che penso lotti contro la depressione, che l’ha sempre affrontata, che ha bisogno di imparare a vivere con essa, ma che possa permettere alla gioia di entrare nella sua vita, che possa tenere sotto controllo la sua salute mentale e che possa permettere all’amore che prova di darle il desiderio di essere più attiva di quanto non lo sia di solito. Penso che questo sia ciò che adoro [del personaggio].

Come mi sono preparata? Credo che Cyril abbia creato un ambiente di prove che fosse abbastanza flessibile. Abbiamo passato molto tempo insieme, io e Hassan, a provare scene che non erano in sceneggiatura. Penso che appena Cyril ha deciso di castare me e Hassan, ha riscritto alcune battute per adattarle al modo in cui parliamo, e questo è stato di grande aiuto per me, perché da non attrice potevo semplicemente parlare e comportarmi come faccio di solito, solo in circostanze fittizie. Lavorare poi con un attore professionista…

HA – Allora, io sono un attore professionista ma questo è il mio primo film. Per me, recitare per così tanti giorni di fila, per un lungo periodo, è stata per me una sfida rispetto a quello che ho sempre fatto.

MA – Ma tu eri in Shankaboot [considerata ad oggi la prima web series in lingua araba, ndr], una delle web serie più famose in cui hai interpretato lo stesso personaggio per anni!

HA – Ma è diverso da girare un film…!

CA – Lui è stato anche un attore bambino. Te ne sei dimenticato!

HA – Non avevo mai preso sul serio la recitazione, ma adesso lo sto cominciando a fare! Io mi sono innamorato della sceneggiatura, tutto comincia da lì. Una volta che lo leggi, e senti di non voler cambiare nulla, allora sai che passerai un bellissimo periodo a girare. E poi lui [Cyril, ndr] era sempre presente, durante le riprese, quindi gli chiedevo: okay, cos’è successo nella scena precedente? Cosa succederà nella prossima? E mi chiarificava il contesto, cosicché sapessi cosa stessi facendo. Abbiamo girato così?

CA – Ci abbiamo provato per quanto possibile.

A Sad and Beautiful World

NPC – Anche se il film non ha una narrazione lineare.

CA – In realtà all’inizio, in fase di sceneggiatura l’abbiamo scritto linearmente. Era strutturato con il primo capitolo per l’infanzia, poi sono adulti, poi si sposano. Ma durante la produzione, e soprattutto in post-produzione, abbiamo iniziato a giocare col materiale. Durante la produzione ho avuto l’impressione, il sentore che il film sarebbe stato montato in maniera lineare, e in post-produzione l’ho inizialmente montato così, e da lì è arrivato il momento di divertirsi.

Io e il mio direttore della fotografia [Joe Saade, ndr] avevamo girato alcune inquadrature della parte dedicata all’infanzia in modo che si ripetessero nella parte degli adulti, di modo da fare dei richiami visivi nel film, ma quando li abbiamo montati uno dopo l’altro abbiamo ottenuto delle sequenze interessanti. Il fatto che la giovane Yasmina assomigli molto con Mounia mi ha permesso di fare molti stacchi tra Mounia adulta e la giovane Yasmina.

NPC – Questo mi sorprende molto perché non pensavo assolutamente che avessi lavorato in questo modo. Vedendolo pensavo che l’avessi scritto per come l’ho visto, quindi funziona davvero.

CA – È un grande complimento perché quando sei in post sei molto stanco, e temi di aver sbagliato completamente la struttura. È davvero bello sentire che il pubblico pensa sia stato pensato a questo modo.

MA – Questo perché Cyril è un montatore professionista, e il suo cervello aveva già elaborato questa cosa. Ricordi di averlo sentito dire un giorno sul set qualcosa del tipo “sì… questo film non sarà lineare”. Già l’avevo sentito sul set.

CA – Sì, è vero!

NPC – Parlando di struttura, soprattutto del modo in cui il film si connette emotivamente con lo spettatore, volevo chiedervi se c’era una connessione, una diretta citazione alla Before Trilogy di Richard Linklater [trilogia realizzata dal regista statunitense tra il 1995 e il 2013 con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy, composta da Prima dell’Alba – Before Sunrise (1995), Before Sunset (2004) e Before Midnight (2013), ndr], perché sembra proprio esserci: i tre momenti della vita, il cinismo che diventa sempre più presente col passare del tempo…

CA – Sì, certo! Before Midnight è uno dei film più tristi che abbia visto. Non c’è un diretto richiamo nel senso di riprenderne le intenzioni, ma adoro il lavoro [di Richard Linklater]. L’adoro e adoro in particolarmente la sua trilogia. Forse subconsciamente si è insinuato in questo film: il fatto che all’inizio siano piccioncini, siano nella fase della luna di miele; ma poi quando cresci, le cose maturano e sbatti la faccia con la realtà, e senti che la coppia stia iniziando a marcire dall’interno. È vero che ci sono delle similarità, non direi che siano consce, ma lo accetto.

NPC – Una domanda solo per Mounia. Come abbiamo già accennato, sei una filmmaker che ha avuto modo di lavorare negli Stati Uniti su grandi produzioni e serie TV come Boiling Point. Ti volevo chiedere non solo come ci si sente a passare da dietro a davanti la macchina, ma soprattutto quali sono le differenze maggiori tra il lavorare in un contesto così strutturato come quello statunitense e il lavorare in Libano.

MA – È una bella domanda. Ma è il Regno Unito, in realtà.

NPC – Oh, certo, Scusa.

MA – Beh, passare da dietro a davanti la macchina da presa all’inizio è stata un’idea spaventosa, ma dopo aver letto la sceneggiatura ho pensato che sarebbe stato più pesante rifiutare che accettare, visto che mi sono innamorata del personaggio. È stato difficile, perché prima di tutto, quando sei una regista, sei responsabile delle tue cazzate, ma se sei nel suo film non puoi farle. Ma lui mi ha rassicurata, e mi sono fidata di lui. All’inizio mi ci è voluto qualche giorno per accettare che non fossi in controllo su tutto. Guardavo alla tavola e ai prop, e facevo di tutto tranne lasciarmi andare.

Poi un giorno Cyril è venuto da me è mi ha detto: Mounia, lasciati andare. Lasciati andare. Rimettiti a me, in pratica. E così mi sono detta: okay, devo farlo. E quando ho iniziato a farlo è stata una delle esperienze più incredibilmente emotive per me, è diventata un’esperienza catartica.

Come regista, ti devi prendere cura delle emozioni di tutti. Quando si gira pensavo che anche le mie emozioni avessero bisogno di esser prese in cura. Poiché ero circondata da persone così incredibili, l’esperienza di lasciarmi andare è stata una grande lezione per me, anche per me come regista, sul ruolo dell’attore, quanto è vulnerabile un attore, e quanto amore bisogna dargli.

La differenza tra girare un film in Libano ed essere su una produzione dove ci sono piattaforme, Netflix o altre, direi che, beh, il talento nel Libano è incredibile. C’è anche molta struttura nelle produzioni libanesi, è bene o male la stessa. La differenza è che quando giri un film a casa, è meno corporate, è più artigianale. C’è lo stesso livello di talento e di struttura, ci sono solo meno soldi per far emergere quel talento. Se avessimo infrastrutture migliori e più soldi, molte più cose uscirebbero dai nostri paesi.

C’è anche molta più libertà creativa quando realizzi un film indipendente rispetto a quando realizzi una serie per una piattaforma. Ci sono molte più opinioni che devono essere… Okay, sono stata molto fortunata da lavorare su House of Guinness e Boiling Point con persone che mi davano molta libertà creativa, ma più soldi e una piattaforma vogliono dire meno autorialità. Sono semplicemente stata molto fortunata da aver avuto abbastanza autorialità su quei progetti specifici. Farei lo stesso in entrambi però: cerco di essere autentica nello stesso modo di lavorare, quindi senza gerarchie e con amore. Scusami, era una risposta troppo lunga.

NPC – No, no, no, non c’è problema. Era molto interessante visto che sfortunatamente da europeo è molto difficile avere la possibilità di vedere questi film, e son molto contento di essere a Venezia per fare ciò, per gettarci su una luce. Soprattutto oggi [30 agosto 2025, ndr], visto che non so se sapete della protesta di Venice4Palestine che si sta svolgendo adesso. Trovo sia molto importante avere uno sguardo su certe parti del mondo che non ricevono molta attenzione. Credo purtroppo che anche il Libano sia tra queste, tranne forse per Nadine Labaki, è molto difficile. Quindi grazie a voi per essere qui, e grazie a Venezia per aver selezionato il film.

Una domanda più tecnica. La scena iniziale è di grande impatto, soprattutto da un punto di vista tecnico. Volevo chiederti Cyril, soprattutto visto che è la tua opera prima di finzione, come l’hai concepita e soprattutto come l’hai realizzata? Come l’hai girata?

CA – Sì, è stata una scena impegnativa.

NPC – Era un vero piano sequenza, giusto?

CA – Sì, sì. Quando abbiamo letto la sceneggiatura io e il direttore della fotografia abbiamo subito pensato che dovesse essere un piano sequenza, non perché volessimo far vedere la nostra bravura tecnica, ma perché questi due personaggi sono destinati a stare insieme per il resto del film, per questo dovevano essere nella stessa inquadratura. Perché se li monti in due inquadrature differenti, li stai separando: dovevano essere nella stessa inquadratura.

È stata ispirata dalla vera nascita di Mounia, visto che è nata in un ospedale che è stato bombardato. Sua madre era stata portata in corridoio per farla allontanare dalle finestre. Dunque, cercare di replicare questo, la sensazione di enorme gioia nella nascita di un bambino che accade però con così tanta violenza attorno, all’interno di un’unica ripresa riassume tutta la pellicola in un’unica inquadratura; ed è per questo che ci abbiamo lavorato sodo per realizzarla.

Ed è stata una sfida soprattutto con i bambini, perché abbiamo avuto dei bambini veri sul set e non volevamo esporli a tutta la polvere e ai fuochi d’artifici in effetti speciali. Dunque, succedono tante cose con i bambini in braccio, e appaiono solo quando devono per non essere esposti alla polvere. Ma quando l’abbiamo chiusa, la sensazione di avere un’inquadratura così è così bella. È davvero bella vederla, andare in azione ed essere investito sin da subito.

A Sad and Beautiful World

NPC – Ultime due domande per tutti e tre. Una parte molto importante della storia è il modo in cui il destino gioca nella vita dei due personaggi protagonisti. Un esempio può essere la coppia di anziani, quella che causa l’incidente.

MA – Amiamo che tu l’abbia citata perché noi li adoriamo!

CA – Io li ho sempre pensati come se fossero Nino e Yasmina tra cinquant’anni. Nella mia testa questa è come una coppia può apparire quando invecchia.

MA – Parte seconda. Ora realizzerà la sua trilogia!

CA – Lui che sogna qualcosa e lei che ne ha abbastanza, vuole buttare tutto giù dalla finestra.

NPC – La domanda per voi tre sarebbe: quanto il destino influisce secondo voi nella storia? Non inteso in senso stretto legato al film, ma anche secondo una visione personale. Cosa pensate di questa connessione che si può stabilire tra la storia personale, privata, e il destino?

HA – Per me questo film è arrivato in un momento in cui ne avevo bisogno. Ero in un periodo veramente duro della mia vita e volevo qualcosa che potessi vedere come una porta aperta, qualcosa di speranzoso, e poi è arrivata la sceneggiatura di questo film. Mi è sembrato che il destino mi facesse arrivare questa sceneggiatura, che mi facesse lavorare con queste due persone straordinarie.

Sentivo di dover essere in questo film, e ricordi di essere andato al casting con Cyril, e la prima cosa che gli ho detto, non gli ho mentito: l’ho portato fuori dalla stanza, dal suo ufficio, e gli ho detto “guarda, sono molto depresso. Non so che cazzo sto facendo qui, ma farò del mio meglio, per davvero”. Sono stato molto onesto con lui, e per me è come se quel giorno doveva andare com’è andato.

CA – Volevo solo dire velocemente che credo molto nel destino e in cose del genere, e ho un aneddoto divertente a riguardo: durante la produzione, mia moglie era incita e mio figlio è nato prematuramente durante l’ultimo giorno di riprese, durante l’ultima ripresa. Quindi ho pensato: questo è davvero il destino che mi fa finire il film e che fa nascere mio figlio nello stesso momento. Mi son sentito come se il tono del film fosse entrato nella mia vita, come se il mondo fittizio del film e la vita vera si fondessero. Quindi sì, credo a volte a queste cose.

MA – Voglio dire, adoro che Cyril renda tutto un po’ più magico. Anche nei suoi documentari, come Dancing on the Edge of a Volcano o The Swing, che parla di una vera tragedia personale propria e della sua famiglia. Trova sempre un modo di farti sorridere e ridere, farti sentire a casa. Penso a persone così quando viene il destino, lo vedono ma a volte alcuni lo perdono non cogliendolo al volo. Penso che se Yasmina, se Nino non fosse stato così insistente nel catturare la sua attenzione, non sarebbe mai finita in una relazione con lui.

Per esempio, quando avevo diciannove anni ero innamorata del cinema, e mio padre mi disse di rimanere dov’ero e di studiare architettura. Il cinema era uno scherzo. Poi ho incontrato Cyril: lui era un consulente in una società di consulenza, io ero una studentessa di architettura, ed eravamo entrambi tristi di non poter studiare cinema; eravamo in una compagnia di recitazione francese in Libano e ci siamo incontrati lì, eravamo entrambi frustrati e appassionati che non studiavano il cinema. Lui è arrivato nella mia vita per farmi perseguire la carriera nel cinema.

Quell’incontro è la ragione per cui sono una regista oggi. Se non ci fosse stato, io sarei un’architetta che disegna, che so, bagni per torri. Se ci penso, dunque, sì, credo che Cyril sia entrato nella mia vita, ne è stato una stella, ma avrei potuto anche ignorarlo e non perseguire questa strada. Penso dunque che ognuno si costruisce il proprio destino se è aperto a farlo, e penso che qualcuno come Cyril e i personaggi che scrive siano disposti a farlo.

CA – Oh, grazie. Era davvero bello.

MA – Era sincero.

NPC – Ultima domanda: questo film è una commedia, un dramma. Sembra davvero di guardare un crowd pleaser. Non so se fosse ciò che intendevate fare.

CA – Certo! Lo adorerei.

MA – No, vogliamo che le persone lo odino [ride]!

CA – Ho detto ai nostri agenti di commercio, Paradise City, che vorrei essere appetibile per il grande pubblico. Non voglio che lo vedano solo i cinefili, voglio che mia mamma possa andare a vederlo e passare un buon pomeriggio… Ma al tempo stesso sono un grande appassionato di cinema, vorrei allo stesso tempo che arrivi anche a chi frequenta i festival e ai cinefili. È per questo che racconto una storia abbastanza semplice per quanto riguarda gli archetipi, ma mi permette anche di potermi divertire con la regia e il making of.

NPC – Infatti la domanda riguardava proprio il fatto che il film affronta anche questioni molto serie e importanti, per esempio il rapporto tra il Libano e Israele che viene anche menzionato nel film e ha un impatto sui personaggi protagonisti. Per questo volevo chiedervi da chi vorreste che questo film venisse visto. Chi volete raggiungere con questo film, viste anche queste tematiche?

CA – Non ho pensato a un pubblico specifico per questo film. Non penso di aver capito bene la domanda. Per me menzionare gli aerei israeliani e cose di questo tipo era importante perché è ciò con cui noi viviamo ogni giorno. Se vai a Beirut, soprattutto nell’ultimo anno, c’è sempre un rumore di droni costante. Per me era importante che in cinque o sei scene del film tu li senta in sottofondo. Non erano in sceneggiatura, li ho aggiunti in post-produzione per far sentire questa presenza costante e far sentire di essere sempre osservati, costantemente.

MA – Se Israele guarda questo film può essere una cosa positiva. Così capiscono cosa viviamo ogni giorno.

NPC – Anche noi in Europa.

MA – Certo, assolutamente. Ora parla la regista che è in me. Penso che chiunque voglia guardare questo film è il benvenuto. Il suo film può diventare un pezzo di storia, le persone possono accedere così ad un’altra cultura e alla sua comprensione dall’interno.  


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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