Un'immagine tratta da Crossing Istanbul (Levan Akin, 2024).

Crossing Istanbul, superare i confini

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La storia del rapporto tra queerness e cinema è abbastanza complessa. Dalle origini del cinema in cui l’omosessualità è praticamente bandita dagli schermi, passando per le avanguardie che cercano di sfidare le convenzioni e il buoncostume borghese, si è arrivati ai giorni nostri in cui i racconti queer sono sempre più presenti nell’immaginario cinematografico e televisivo.

Crossing Istanbul, film di Levan Akin (regista svedese di origini georgiane, già autore del film di culto del 2019 And Then We Danced) del 2024, rappresenta un’ulteriore riprova di un mercato sempre più florido per quanto riguarda questo tipo di narrazioni; ne è anche un esempio degno di nota grazie a solide performance e una sceneggiatura solida.

Crossing Istanbul è stato distribuito nelle sale italiane dal 16 ottobre 2025 grazie a Lucky Red.

Per le strade di Istanbul

Crossing Istanbul è un road movie che vede come protagonista Lia (Mzia Arabuli), un’insegnante in pensione che dalla Georgia si mette con il giovane Achi (Lucas Kankava) in viaggio verso Istanbul per esaudire l’ultimo desiderio della sorella: ritrovare Tekla, la figlia perduta. L’incontro con Evrim (Deniz Dumanlı), un’avvocata che si batte per i diritti delle persone transgender, le farà scoprire un mondo nuovo.

Apertamente gay, Akin è un regista che con le sue pellicole racconta la difficile condizione delle persone queer nel suo paese d’origine, la Georgia. Se già And Then We Danced affrontava la problematica scoperta di sé di un giovane ballerino della National Georgian Ensemble attraverso la contrapposizione tra la danza classica georgiana – percepita come estremamente virile – e l’amore omosessuale, Crossing Istanbul si focalizza piuttosto sulla transfobia radicata nel paese, che porta molte persone trans a emigrare in altre città, come in questo caso la capitale della Turchia.

L’ultimo film di Akin, infatti, lavora con la struttura del road movie per raccontare proprio di persone che, per la loro identità di genere, si vedono costrette a sparire nel nulla per evitare una vita di rifiuto e vergogna. I due improbabili protagonisti – il giovane e libero Achi insieme all’anziana e rigida Lia – si trovano incastrati in questo viaggio a vagare per le strade di Istanbul, proprio mossi dalla ricerca di una persona che non sanno se troveranno. Questo loro peregrinare in città diventa un modo per esplorare un lato della città spesso negletto, quello della comunità trans che occupa un quartiere popolare di Istanbul.

Un'immagine tratta da Crossing Istanbul (Levan Akin, 2024).

Il viaggio nelle labirintiche strade della capitale turca in Crossing Istanbul diventa per Akin un modo per esplorare una città talmente grande che “le persone [ci] vengono per scomparire“, come dice la stessa Lia. Nel caso di Tekla, l’oggetto della ricerca, la sparizione cui si allude è però duplice: non solo ci si allontana fisicamente dalla casa in cui non si viene accolti, ma a sparire a Istanbul è anche un passato che si vuole cancellare, ignorare – tutte le donne trans del film, difatti, non hanno un passato, o cercano attivamente di lasciarlo fuori dalle loro vite.

La città di Istanbul, così, diventa non tanto un luogo di perdizione, ma un posto pullulante di vita e vitalità in cui si può ricominciare; può far scomparire il lato di noi che vogliamo lasciare alle spalle. Instanbul diventa dunque luogo di attraversamentocrossing, daltronde, in inglese vuol dire proprio questo -, una soglia per una vita nuova, plasmata a nostro piacimento. In Crossing Instanbul la capitale turca è certamente un luogo in cui ci si può perdere (fisicamente e metaforicamente, come scopriranno gli stessi protagonisti del film), ma che si fa anche e soprattutto luogo di un nuovo inizio.

Crossing Istanbul, una babele di persone e relazioni

Il continuo girovagare che caratterizza la storia di Lia e Achi si sviluppa attraverso i continui scambi e incontri che i protagonisti fanno di continuo. Situazioni e personaggi continui si accumulano uno dopo l’altro nella pellicola, mettendo in luce il talento di Akin nella stesura della sceneggiatura. Crossing Istanbul, infatti, nella sua struttura da road movie incastona una babele di relazioni, personaggi e situazioni che non solo raccontano di esperienze tra le più diverse, ma costruiscono un quadro di una città e di una comunità complesso e stratificato.

Un'immagine tratta da Crossing Istanbul (Levan Akin, 2024).

Emblema di questa raffinatezza di scrittura è il personaggio di Evrim – a tutti gli effetti una vera e propria comprimaria della pellicola -, avvocata transgender che sintetizza la vita e la lotta continua che le donne e le persone della comunità trans devono ancora sopportare sulla propria pelle. Tra una una vita privata complicata, una carriera in procinto di iniziare e un’identità (quella femminile) finalmente validata, Evrim diventa, in opposizione al personaggio assente di Tekla, una sintesi delle possibilità che Istanbul, con le sue strade, le sue relazioni e le sue possibilità può offrire.

Oltre a Evrim, però, Crossing Istanbul è caratterizzato da personaggi che, sia pur con uno screentime limitato, lasciano il segno per la vividità con cui sono scritti e portati su schermo: tra le abitanti del quartiere queer della città, bambini che vivono in condizioni di indigenza, tassisti gentili e poliziotti meno cari, Crossing Istanbul funziona soprattutto per il tessuto di relazioni che è capace di intessere, tutte molto vivide e reali, non semplici racconti di miseria e povertà (economica e morale) ma stralci di quotidianità lampanti, veri per la loro immediatezza e semplicità – ma sicuramente d’impatto per paesi che ancora non hanno assorbito la vita queer arrivando a perseguitarla.

Sorretto da una sceneggiatura vivida e intensa e da una fotografia (curata da Lisabi Fridell), Crossing Istanbul è un racconto di viaggio in cui non è importante la destinazione, quanto il percorso e le relazioni che si riescono ad instaurare nel suo procedere. Un’opera queer limpida e sincera – non solo nel racconto delle difficoltà vissute dalla comunità, ma anche dalle sue gioie sia pur piccole e impreviste – capace di colpire proprio per questa sua gentile schiettezza che caratterizza tutte le opere di Akin, un autore sicuramente da tenere d’occhio.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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