Sorry, Baby (Eva Victor, 2025)

Sorry, Baby, l’incomunicabilità del trauma

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8 minuti di lettura

Come si fa a raccontare un’esperienza traumatica che si è vissuta? È questa la domanda che pone l’esordio dell* regista Eva Victor1 Sorry, Baby: un’opera che, pur inserita nel diffuso filone contemporaneo del racconto del trauma, riesce a trovare un’efficacia e un’originalità stilistico-narrativa impressionante per un debutto, segnalando la sua autrice come una promessa del cinema indie americano.

Sorry, Baby è stato distribuito nelle sale italiane il 15 gennaio 2026 da I Wonder Pictures.

Sorry, Baby: mettere a parole l’indicibile

La protagonista di Sorry, Baby è Agnes (Victor), una neo-docente di letteratura americana in un college nel New England – lo stesso in cui quattro anni prima si è laureata e dal quale non è voluta andar via, anche dopo aver subìto uno stupro da parte del suo relatore (Louis Cancelmi). Attraverso una struttura non lineare divisa in cinque capitoli, il film ripercorre gli anni successivi al tragico avvenimento e il modo in cui lǝ protagonista lo affronta, anche grazie all’aiuto della sua (ex) coinquilina e amica fidata Lydie (Naomi Ackie), di un gatto che trova abbandonato in mezzo alla strada e di un sandwich particolarmente buono.

Di cinema – se non di narrativa in generale – che racconta il trauma negli ultimi anni ne è stato realizzato tanto (ad esempio l’appena uscito Sentimental Value di Joachim Trier affronta le difficoltà di dover convivere con il trauma attraverso l’arte), ma raramente con la delicatezza di Eva Victor nella sua pellicola di esordio. Lǝ regista di Sorry, Baby decide di focalizzarsi non tanto sull’evento di per sé – raccontato nel film attraverso stacchi di montaggio che richiamano il blackout che molte vittime di violenza sessuale vivono -, ma sulle conseguenze dello stesso e, soprattutto, sulla difficoltà di mettere a parole tale esperienza.

Pur essendo una prodigiosa studentessa prima e docente poi di letteratura (dunque fine conoscitrice dell’arte della parola), Agnes non riesce a raccontare bene ciò che ha attraversato. Le parole non possono rendere la complessità e il dolore provato dalla protagonista: nei cinque capitoli che compongono in ordine non cronologico la struttura del film, la protagonista più volte cerca di verbalizzare ciò che le è successo, senza però riuscire a restituire appieno quest’esperienza – una volta è fin troppo clinica e oggettiva, un’altra usa l’ironia come strumento per schermarsi dal giudizio altrui, un’altra ancora parla senza veramente raccontare ciò che le è accaduto. Tutti i suoi resoconti, insomma, mancano di una dimensione della complicata esperienza, finiscono per essere parziali e incompleti.

Sorry, Baby (Eva Victor, 2025)

Ed è proprio questa incapacità di raccontare – efficacemente restituita dall’immagine della finestra di Agnes tappezzata di pagine della sua tesi di dottorato, quasi che le parole letteralmente schermino il mondo esterno dalla sua interiorità – il centro della riflessione di Sorry, Baby. Anche la più alta delle prose non può rendere l’esperienza più terribile (come nel caso, analizzato da Agnes in una sua lezione, di Lolita di Nabokov).

A salvare Agnes, bloccata nel tempo e nella crescita in un perenne stato di adolescenza scatenato in risposta al trauma, più che il racconto della sua esperienza sarà la vicinanza di altri esseri umani (e non) – amiche, vicini diventati amanti (Lucas Hedges), sconosciuti venditori di sandwich (John Carroll Lynch), gatti randagi. È attraverso questo affetto, questo calore e questa vicinanza umana che Agnes sarà in grado di potersi affacciare a una vita altra, non più rinchiusa sempre in sé stessa ma aperta anche a poter parlare e condividere le sue esperienze – come lǝi stessǝ promette nella commovente scena finale.

Sorry, Baby: il cinema indie migliore possibile

Tutto in Sorry, Baby urla “cinema indipendente americano“: lo si potrebbe quasi definire un bignami o un compendio di ciò che è l’estetica indie del XXI secolo. Una piccola storia dai risvolti umani, fatta di pochi personaggi, ambientazione suburbana e una struttura narrativa non lineare; un minimalismo in termini di regia che lascia spazio ai tempi morti, ai silenzi, agli eventi apparentemente insignificanti della quotidianità dei personaggi; un* protagonista quirky (come direbbero oltreoceano) e imbranat* – à la Napoleon Dynamite -, con scarse qualità sociali e un passato da affrontare. Ogni singola sua componente rimanda ad una corrente assai diffusa, che inizia a dare segni di stanchezza.

Sorry, Baby (Eva Victor, 2025)

Eppure l’opera prima di Eva Victor, pur incanalando tutti i tropi visivi ed estetici citati, riesce ad essere un prodotto fresco e originale, in cui domina un’inventiva ormai rara in questa corrente diffusissima. La principale ragione di tale riuscita è da rintracciarsi nell’intelligente sceneggiatura scritta dalla regista, capace di bilanciare con grande eleganza i toni da commedia e i momenti più emotivamente densi con un controllo tonale raro per un’esordiente.

La delicatezza della scrittura sta tutta nella sua paradossale capacità di evocare tramite le parole (e soprattutto i silenzi) l’incapacità delle stesse di raccontare gli eventi della nostra vita. Un compito davvero arduo, soprattutto per una persona che si confronta per la prima volta con questo mezzo – in maniera decisamente riuscita.

Dove non arrivano le parole in Sorry, Baby arrivano le immagini. Al netto di una fenomenale sceneggiatura di partenza, la regia di Victor è controllata e misurata, capace di soppesare i silenzi e le immagini evocative, tagli di luce e performance attoriali notevoli da parte di tutto il cast – da un’amichevolmente preoccupata Naomi Ackie al gentile Lucas Hedges (di ritorno al cinema dopo qualche anno di assenza) passando per il ruolo da caratterista magistralmente interpretato da John Carroll Lynch e, ovviamente, per la performance principale dell* stess* Victor, che unisce allegria a malinconia, disagio a mestizia, ironia a goffaggine.

Sorry, Baby (Eva Victor, 2025)

Sorry, Baby in sintesi è tutto ciò che di meglio si può chiedere oggi al cinema indipendente statunitense. Il racconto di un evento personale e intimo viene restituito con inventiva e sensibilità, con leggerezza ma mai superficialità da parte di unǝ giovane autricǝ che si segnala subito come una nuova promessa del cinema contemporaneo.

Per citare le parole decisamente puntuali di Julia Roberts ai Golden Globe: “If you haven’t seen it… see it“.


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  1. N.B. Eva Victor si definisce una persona non binaria che fa uso dei pronomi she/they in inglese. Per rispettare la sua identità, nella recensione ci si riferirà a Eva Victor con i pronomi femminili e con soluzioni quali schwa (ə) e asterischi (*) in sostituzione del pronome neutro they. La stessa scelta varrà anche per il personaggio da lǝi interpretato nel film, Agnes, in quanto anch’esso si definisce non binary. ↩︎

Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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