Bobò di Pippo Delbono è un ritratto intimo dell'amico e collaboratore teatrale Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, internato nel manicomio di Aversa e liberato attraverso il teatro

TFF 43 – Bobò, ritratto di un dolce sciamano del teatro

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9 minuti di lettura

Il potere del teatro che riporta in scena ciò che è stato rinchiuso, un uomo che la società ha recluso in una struttura-prigione bordata dal filo spinato e che sul palcoscenico in quell’azione-movimento ritrova il senso della vita stessa. Bobò di Pippo Delbono, in Concorso nella sezione Documentari del 43° Torino Film Festival e distribuito nelle sale dal 27 novembre 2025 grazie a Cinecittà Luce, racconta la storia vera e straordinaria di un uomo che si è elevato in una danza anche quando non riusciva più a camminare.

Bobò ha ottenuto una Menzione speciale della Giuria Documentari al 43 TFF.

Bobò, il teatro come salvezza umana

Una scena del film documentario Bobò di Pippo Delbono, documentario che recupera un archivio sconfinato di riprese di spettacoli teatrali tra Delbono e Bobò, in personaggi e scenette di ogni tipo

Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, «sordomoto, analfabeta e microcefalo», come recita la sua cartella clinica fredda e concisa, è stato chiuso per 46 anni ad Aversa, in Campania, in uno dei peggiori manicomi d’Italia, la gran parte della vita a non esistere, a smettere di esserlo. Ma l’incontro con Pippo Delbono, grande artista teatrale tout court, con il suo teatro della libertà, gli ridà la speranza, lo riporta a essere uomo, anche agli occhi di chi lo guarda dall’altra parte, da quel momento in tutto il mondo.

Da quei lontani anni ’90, in cui Delbono, durante un periodo difficile e infelice, viene chiamato nel manicomio di Aversa per organizzare un laboratorio teatrale, inizia tra i due una collaborazione stretta, viscerale, fondata non sulla parola verbale e verbosa, ma su una comunicazione fisica, gestuale, di mimetica umana che fa dell’espressività sintetica il suo massimo senso di forza.

Bobò, con la sua andatura strascicata, i capelli arruffati, i versi onomatopeici che sostituiscono le parole, su quel palco veste i panni dei personaggi che indossa, i mondi che scopre, come un bambino, per la prima volta: Bobò monaco giapponese, Bobò che agita pupazzi e marionette, Bobò che interpreta Hitler in una dimensione alternativa di assoluta bontà e speranza, ma anche Bobò che gioca a palla in spiaggia, Bobò che balla come una palma, Bobò che conosce Marie-Agnès Gillot, étoile dell’Opera di Parigi. Quell’uomo minuto si trasforma sul palcoscenico in uno sciamano del teatro che capisce tutto anche senza che riesca biologicamente a sentire niente.

Un archivio sconfinato di spettacoli registrati su infiniti supporti delle più disparate qualità, che Delbono recupera e riutilizza per intero, asciugandoli di ogni artificio tecnico: la regia, essenziale e disardona, si lascia scomparire da dietro, si limita al massimo a un saltuario io narrante (coadiuvato dalla colonna sonora di Enzo Avitabile), che non diventa mai mera linea di commento, ma risulta piuttosto il tentativo di tenerne ancora insieme i pezzi, le tracce, i riverberi più dolorosi, entrando in voce nell’inquadratura a conferma fisica di chi quel rapporto umano l’ha vissuto davvero.

Bobò, ridare voce all’amicizia di una vita

Pippo Delbono e Bobò in una scena dell'omonimo documentario, in cui Delbono racconta in modo struggente dell'amicizia con il collaboratore fraterno di una vita

In ricordo dell’artista, morto nel 2019 all’età di 82 anni, Bobò diventa così l’elogio epigrafico a un’amicizia terapeutica, di un collaboratore intimissimo che determina per questo anche il tono straziante e personale con cui parlarne filmicamente dopo anni di lutto irrisolto, «ostinato nel suo buio»: insopportabile la visione di una vecchia fotografia, insostenibile il suono onomatopeico e accentato del suo nome. Delbono realizza una biografia sentimentale a due soggetti, a cui manca (troppo e da troppo tempo) un pezzo irrinunciabile, una lettera d’amore imperfetta come i ricordi e a cui il cinema ha dato per la prima volta dei primissimi piani, vicini e stretti alla verità di quelle emozioni.

«Tu di là, io di qua» ripete Delbono in uno dei loro spettacoli più popolari. È tutto in quello scambio, in un compenetrarsi di parti, di ruoli, di intese. Il teatro in fondo è in sé incontro e condivisione, in mezzo a uno spazio che deve essere arredato umanamente per diventare spettacolo, e che prima dell’apertura del sipario, del suo allestimento scenografico, esiste nella presenza di corpi anche se è spoglio, senza alcuna cornice decorativa. Diceva così Jerzy Grotowski, padre novecentesco del Teatro Povero, che bisogna «superare le frontiere tra me e te […], trovare un luogo dove essere in comunione diventi possibile»1.

Così Delbono ripassa per quegli stessi luoghi, per lo stesso manicomio ormai fatiscente, per gli stessi teatri rimasti ormai senza pubblico, ma è l’assenza incolmabile di Bobò a lasciare quello spettacolo privo di senso scenico, perché manca il suo caposaldo, il suo fondamento drammaturgico e quindi anche il suo valore umano. Cosa sono gli attori senza gli altri attori?

In alcune tra le scene più struggenti del film Delbono sceglie di ridoppiare le sue stesse rappresentazioni teatrali, per dare un presente a quell’assenza, sperando disperatamente che uno sguardo fulgido, complice, fraterno, si scontri alla sua voce per risolversi in un abbraccio finale, reale. Dall’altra parte rimane però soltanto un monologo, un silenzio che non ha più alcun controcampo.

Bobò, per un teatro senza contenzione

Bobò in una scena del documentario omonimo sulla sua vita, di grande attore teatrale che ha girato il mondo pur senza saper parlare

Come racconta Delbono stesso nelle note di regia, la storia di Bobò non ha mai incrociato quella di Franco Basaglia, ma uno dei suoi assistenti incontrandolo un giorno ne ha riscontrato comunque «il suo sogno divenuto realtà». In fondo basta leggere Basaglia stesso per comprendere quanto quel progetto storicamente rivoluzionario non fosse mai stato soltanto medico-politico, ma inevitabilmente proprio per questo anche sociale, filosofico, profondamente umano, di una lotta portata avanti con furore e pratica.

Così si può interpretare allo stesso modo lo storico momento dell’uscita dal manicomio di Trieste di Marco Cavallo, un destriero azzurro di legno e cartapesta, montato su ruote e alto quattro metri, ideato, sulla base di una bestia da soma realmente esistita, dal cugino scultore di Franco Basaglia e dal drammaturgo Giuliano Scabia, insieme ad altri artisti e internati come parte di laboratori creativi. Quella «macchina teatrale» aggregativa che mangia sogni dentro la sua pancia divenne nel 1973 (pochi anni prima dell’epocale legge Basaglia) il simbolo di un cambiamento che attraverso l’arte, il fare, la comunione di speranze profilava un futuro migliore, a rottura simbolica e reale del muro di cemento esistente tra il dentro e il fuori2.

Chissà come si sarebbero guardati sorridendosi nell’anima Bobò e Basaglia senza nessun vetro o filo spinato a separarli. Delbono avrebbe ripreso anche loro, prima di tornare sul palco di un teatro umanissimo che per sua implicita definizione non potrà mai essere di contenzione. Forse è proprio lì che si nasconde il suo mistero sciamanico.


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  1. J. Grotowski, Testi 1954-1998. Oltre il teatro, La Casa Usher, 2016 ↩︎
  2. per approfondire: Giuliano Scabia, Marco Cavallo. Una storia di teatro e cura, Meltemi, 2024 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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