Stéphane Demoustier in uno scatto di Stephanie Cornfield a Cannes 2025.
Stéphane Demoustier in uno scatto di Stephanie Cornfield a Cannes 2025.

Lo sconosciuto del Grande Arco, l’utopia contro la macchina del potere

9 minuti di lettura

Presentato a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard e distribuito nelle sale italiane dal 1 gennaio 2026 grazie a Movies Inspired, Lo sconosciuto del Grande Arco (L’Inconnu de la Grande Arche) di Stéphane Demoustier racconta dell’equilibrio precario e impervio tra pressione politica e sogno artistico, il senso di bilanciamento e proporzione che guarda e assembla con la materia dura e grezza delle istituzioni prima ancora del marmo e del granito, e a cui è costretto ogni architetto che vuole portare a compimento la sua monumentale opera creativa di fronte a una macchina titanica di scartoffie e autorizzazioni da gestire.

Stéphane Demoustier in uno scatto di Stephanie Cornfield a Cannes 2025.

Lo sconosciuto del Grande Arco, progettare una nuova Parigi

Il Grande Arco è oggi uno dei simboli più rappresentativi di Parigi, un imponente ipercubo svuotato all’interno, una grande struttura moderna e avveniristica situata nel quartiere finanziario La Défense in asse al più noto Arco di Trionfo, che nel ridefinire il concetto stesso di arco ha assorbito un valore primariamente concettuale: non più il classico simbolo di supremazia e vittoria, ma la materia volumetrica che affonda il suo peso come luogo aggregativo e d’incontro per l’umanità.

L'architetto Otto von Spreckelsen (Claes Bang) spiega al presidente francese François Mitterrand (Michel Fau) come sarà il suo Cubo, in una scena del film Lo sconosciuto del Grande Arco

Lo sconosciuto del Grande Arco racconta liberamente, adattando il romanzo di Laurence Cossé, la storia dietro quell’impresa, l’insidioso intreccio umano che conduce l’anonimo – persino in patria – architetto danese Johann Otto von Spreckelsen (Claes Bang) a progettarne l’opera negli anni ‘80, dopo aver vinto il concorso indetto dall’allora presidente François Mitterrand (Michel Fau) nell’ambito dei cosiddetti Grands Travaux, grandi costruzioni architettoniche e urbanistiche per celebrare la Francia in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese.

Partendo con un caustico tono da commedia politica degli equivoci – i rappresentanti di governo che non conoscono ciò che dovrebbero approvare, gli infiniti figuranti in una catena gerarchica di compiti inutili da eseguire, Otto che ne riceve comunicazione mentre sta pescando nudo sul lago – Lo sconosciuto del Grande Arco prende presto la strada più serrata del demolire l’eroe romantico vittorioso perché tragico, che, disorientato ma sempre composto e ostinatamente inflessibile, si guarda attorno senza capire più al gioco di chi stia lavorando. La macchina da presa osserva Otto in inquadrature larghe, perfettamente composte, con i fondali chiari e visibili oltre l’orizzonte, ad amplificare le distanze che costruiscono le relazioni, i rapporti amichevoli e diplomatici di circostanza.

Lo sconosciuto del Grande Arco, nel cuore della burocrazia

Swann Arlaud, Xavier Dolan e Claes Bang camminano nel palazzo del governo francese in una scena del film Lo sconosciuto del Grande Arco

Tra comparse reali e fittizie – la moglie Liv (Sidse Babett Knudsen), l’impetuoso braccio destro del potere Subilon (un eccezionale Xavier Dolan) – Otto, che al bando del progetto si è iscritto da indipendente senza nessuna agenzia, si ritrova a scontrarsi con una burocrazia opprimente, di concessioni e autorizzazioni ufficiali che rimettono continuamente in discussione compromessi e accordi già presi, la teoria filantropica e logica che rinuncia di fronte alla pratica venale e corruttibile di bilanci e scadenze da rispettare. «Se è possibile in laboratorio, è possibile anche su larga scala, è il principio stesso della sperimentazione» dice l’architetto ancora abbracciando un’utopia purista di dettaglio, armonia e cura, che per lui dovrà essere perfetta innanzitutto davanti allo sguardo di Dio.

Dopo La ragazza con il braccialetto e l’apprezzatissimo Borgo, il regista francese Stéphane Demoustier, classe 1977, si rivolge con Lo sconosciuto del Grande Arco all’impatto violento e inevitabile con il sistema istituzionalizzato, l’individuo che sotto le atmosfere elettroniche e sintetiche della colonna sonora di Olivier Marguerit deve interagire con l’altro, le sue infinite deviazioni morali e ideali, l’infiltrarsi in mezzo di interessi economici più grandi.

È quello stesso corpus drammaturgico che animava anche The Brutalist di Brady Corbet, l’esule architetto che giunge dall’estero a costruire un bulimico mito straniero, a farsene assorbire al costo della rinuncia, deformativa anche quando modella – in entrambi i casi – con l’inarrivabile e sensuale marmo di Carrara. Ma dove nel film di Corbet la Statua della Libertà cadeva, capovolta e sbilenca, negando il punto di vista privilegiato di chi ha sempre guardato al sogno americano da un’unica prospettiva inautentica, la Parigi de Lo sconosciuto del Grande Arco prende forma proprio in quelle sovrapposizioni di vedute, gerarchiche a ogni livello di rappresentazione.

Lo sconosciuto del Grande Arco, l’architettura come gioco prospettico dai tanti equilibri

Una scena del film Lo sconosciuto del Grande Arco di Stéphane Demoustier, la storia della costruzione del famoso Arco de La Defénse

Con il vincolo normativo di collaboratori francesi, Otto si ritrova presto a spartire il suo progetto con l’architetto iper-tecnicista Paul Andreu (lo Swann Arlaud avvocato di Anatomia di una caduta), mente numerica dietro innovative strutture aeroportuali e, da quel momento in poi, amico-nemico, compagno di sogno, suo esecutore, ma di fatto, per pari ma opposto livello di sguardo e ingegno, rivale nella sua realizzazione.

«Il Cubo è un Cubo» urla Otto in una tautologia che è anche lapalissiana premessa architettonica non così scontata per i più. Quella severa geometria ne Lo sconosciuto del Grande Arco appare infatti come questione prettamente relazionale, di incastro e scontro tra le parti, un cubo e un cerchio, quel Cubo che Andreu definisce soltanto Arco, lo schizzo a matita libero e sconfinato che il computer digitalizza calcolandolo in codice binario, ma anche la lingua francese che Otto mastica con riserva e a cui abbina per questo spesso l’inglese, per garantire comprensione e trasparenza, conciliando il suo metodo rigoroso con qualcosa di pragmaticamente estraneo e «inibito».

Così mentre il cantiere cresce in altezza, più colossale dell’opera finita, il presidente Mitterrand commissiona ad altri artisti altre opere – tra cui l’iconica Piramide del Louvre in vetro e metallo -, ma l’idea di monumento ne Lo sconosciuto del Grande Arco si sottrae all’immagine di un semplice blocco posizionale, icona circoscritta e inscalfibile dipinta su una futura città da cartolina, risulta invece come la somma non aritmetica di tutti i processi e i punti di vista che ha incontrato, le mediazioni subite, il sudore versato per contrattarne (o contraffarne) la riuscita. Come nella migliore teoria prospettica, dalla distanza le parti si riavvicinano, confluiscono allo stesso condiviso punto di fuga.

L'architetto Johann Otto von Spreckelsen (Claes Bang) tocca il pregiato marmo di Carrara in una scena del film Lo sconosciuto del Grande Arco

Lo sconosciuto del Grande Arco riesce insomma a raccontare efficacemente il germe di quell’industrializzazione delle idee che diventerà così tanto capillare nel mondo d’oggi: il profitto che si appropria del pensiero, il diritto d’autore come dovere di arricchimento di chi in interminabili giri di appalti non ha mai mosso nemmeno un dito al di fuori del proprio redditizio portafoglio. Ma fa parte del gioco: un’opera d’arte, una passione, un sogno può trasformarsi in breve tempo in un’operazione miliardaria nelle mani di altri, esautorando i suoi reali inventori, prosciugandone l’impeto creatore. Ultimi contro gli ultimi come i maestri cartai di No Other Choice. Le tracce di quella violenta lotta rimarranno sempre nascoste in invisibili fondamenta a sorreggere il resto.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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