Le protagoniste di Sussurri e grida vestite di bianco in una stanza rossa

Sussurri e grida, la casa come luogo di espiazione

7 minuti di lettura

C’è tuttavia una singolarità: tutti i nostri interni sono rossi, in sfumature diverse. Non mi chiedete perché debba essere così, non lo so. Io stesso me ne sono chiesto la ragione […]. La più piana, ma anche la più convincente, è che tutto sia una questione di interiorità e che io fin dalla fanciullezza mi sono immaginato la parte più interna dell’anima come una patina umida di sfumature rosse. […] Tutto deve però essere bello e armonico. Deve essere come in un sogno

I. Bergman, Sei film

Sussurri e grida, l’ossessione come genesi creativa

Tre donne in una stanza rossa sospese in uno stato di attesa, raccolte intorno a una quarta donna morente. Questa è l’immagine che ossessionò Ingmar Bergman fino a portarlo a realizzare Sussurri e grida: nel farlo voleva capire cosa gli volessero dire con tante insistenza quelle donne, esorcizzare quel pensiero che ricorreva ossessivamente nella sua testa.

E dell’ossessione Sussurri e grida ne mantiene il ritmo, l’atmosfera, le distorsioni, e soprattutto la violenza: la morte di Agnes, sorella minore e agnello sacrificale diventa un momento di rivelazione cruenta per le sorelle Karin e Maria, costrette a osservare il proprio riflesso sul volto della sorella morente.

Un accumulo di silenzi e gesti calcolati, soppesati, accompagnati da sussurri e parole ben modulate, periodi circoscritti: un sistema di argini costruito nei anni incapace di reggere davanti alla forza ferina e rivelatoria della morte.

Sussurri e grida svela la claustrofobica architettura delle stanze borghesi, dei corpi femminili costretti in un dolore compassato diviso ed estraniato dal corpo: attraverso il momento della veglia, del passaggio dalla vita e la morte che lascia sospese le donne in un tempo indefinito, deforma i contorni del prestabilito, indefinisce il definito, permette alla rabbia, al dolore, alla crudeltà e all’apatia di scorrere senza costrizioni.

Le stanze rosse della casa sono il ventre dove le donne perdono la propria pelle in una dimensione temporale assurda in cui il tempo che scorre inesorabilmente in avanti verso la morte al tempo stesso trascina avanti e indietro le sue vittime, tra ricordi che riafforano, rievocazioni e allucinazioni. 

I ricordi di Karin e Maria sono quelli più disturbanti, dove il meccanismo temporale svela con più trasparenza la sua funzione psicoanalitica: il ricordo di Maria rivela come l’indifferenza e la pigrizia siano i peccati che ne segnano il carattere, mentre quello di Karin ne rivela la fragilità imprigionata in un nucleo di rigidità e freddezza e la tensione verso il dolore come unico modo per sentire qualcosa. 

Entrambi i ricordi sono connessi dalla ferita, dalla pelle che si squarcia e dal sangue che sgorga: un tagliacarte, un coccio di vetro, ferite inflitte e autoinflitte. Il sangue che fuoriesce da questo paradossale punto di sutura che lega dolorosamente le due sorelle sembra non aver mai smesso di scorrere, fino ad essersi riversato sui muri della casa, sul pavimento, nello sguardo delle donne che davanti alla morte vedono rivelarsi la loro vera natura e l’impossibilità di occultarla.

Il ventre della casa, la condizione di figlia: parallelismi moderni in Sussurri e grida

In Sussurri e grida la figura materna è una presenza che non si palesa ma che tormenta con la sua assenza, capace di manifestarsi solo come visione, simulacro, o come immagine sacra, come la Pietà composta da Agnes e Anna, la domestica che si prende cura di lei fino all’ultimo momento. La condizione delle tre sorelle si declina, in modalità differenti, come quella di eterne figlie vittime del ricordo turbolento di una madre difficile da comprendere, fredda e scostante.

In Sussurri e grida, Bergman mette in scena le macerie di un carosello familiare, tutto quello che rimane quando viene a mancare tutto il resto: gli interni della casa sono lo scheletro di una famiglia inesistente dove ogni sentimento e speranza si sono cristallizzati in indifferenza, cinismo e silenzi.

Sussurri e grida trasforma il dramma familiare in una tragedia viscerale, dove la casa diventa il cuore delle atrocità e dei sentimenti più meschini e iniqui, in un rovesciamento dell’immagini idilliaca del focolare domestico come luogo di protezione, cura e amore.

Viaggiando sulla linea temporale e seguendo le suggestioni elaborate dal regista svedese possiamo approdare all’interno di un’altra casa che diventa protagonista in senso bergmaniano come quella di Sentimental Value di Joachim Trier, un altro film incentrato sulle dinamiche familiare, in particolare il rapporto padre-figlie, dove la casa diventa testimone attivo delle vite che si diramano al suo interno: seppur lontano dal claustrofobismo allucinatorio e feroce delle atmosfere di Sussurri e grida, la casa contemporanea di Trier assolve a un ruolo simile di agente narrativo.

La casa come ventre di dolori dalla radice antica, testimone che partecipa al racconto attraverso i suoi oggetti, le stanze, le finestre, i muri: ricettacolo di abbandoni, di vite di madri, padri e figlie che si scindono per poi passare tutta la vita a cercarsi, senza mai riuscire a ritrovarsi nello stesso punto.

Ma soprattutto è il luogo dove nascono i silenzi capaci di durare una vita, quei sussurri che diventano grida e quelle grida di dolore che si spengono in sussurri quando non vengono ascoltati per troppo tempo: come le protagoniste di Sussurri e grida, anche il padre e le figlie di Sentimental Value sono incapaci di comunicare tra di loro, hanno perduto l’alfabeto necessario per condividere la rabbia e la tristezza che li separa. Ma qualche tentativo lo fanno, a partire dal ritornare nella casa che li aspettava da sempre, ventre e prigione, paradiso e incubo insieme.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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