Quando si parla di Turchia in ambito audiovisivo, vengono in mente due cose: da un lato un cinema in tensione fra l’autoritarismo dell’attuale governo e la voglia di esprimersi liberamente, rappresentato da registi come Nuri Bilge Ceylan, e dall’altro serie tv decisamente commerciali che qui in Italia vengono trasmesse in prima serata da Mediaset e che hanno fatto breccia nel cuore del pubblico generalista e lanciato attori come Can Yaman che hanno fatto fortuna in serie tv nostrane come il recente adattamento di Sandokan.
In un certo senso, questi due elementi hanno a che fare con il nuovo film del regista turco-tedesco İlker Çatak, che dopo il successo di La sala professori è tornato recentemente nelle sale italiane con Yellow Letters, un film che si interroga sul significato di essere artisti a partire dalla Turchia, un paese che reprime ogni forma di dissenso verso lo Stato e che è stato premiato con l’Orso d’oro all’ultima edizione della Berlinale.
La trama di Yellow Letters
Anche se girato in Germania – ad Amburgo e Berlino, e su questo ci si tornerà in un secondo momento –, Yellow Letters è ambientato fra Ankara e Istanbul. L’ultimo film di Çatak si apre con una messa in scena nel teatro di stato di uno spettacolo dal nome Terra frivola, scritto e diretto da Aziz Tufan – docente universitario ad Ankara – e recitato nel ruolo principale da sua moglie Derya, quest’ultima vecchia stella delle serie televisive turche nonché musa del marito.
I due sono noti per il loro manifesto dissenso verso il governo autoritario di Recep Tayyip Erdoğan e la sua opposizione alla minoranza curda del paese e ai diritti civili, al punto che Aziz invita i suoi studenti all’università a partecipare alle manifestazioni in piazza e Derya si rifiuta di fare una foto con il prefetto della città alla fine del suo spettacolo.

Questa loro presa di posizione politica costerà caro. Entrambi infatti ricevono una lettera di licenziamento (una lettera in busta gialla, da cui il titolo del film Yellow Letters) e sono costretti con la figlia Ezgi a trasferirsi a Istanbul dalla madre di Aziz. I protagonisti devono, quindi, cercare di sbarcare il lunario continuando da un lato a nutrire il proprio amore per il teatro e l’arte, e dall’altro cercando di continuare il proprio impegno politico. Quest’ultimo interesse, però, porterà più volte a mettere in gioco la tenuta della famiglia con un crescendo di tensione dovuto allo scontro fra etica e interesse personale.
Yellow Letters, lingue diverse, uno stesso grido di silenzio
Come si diceva all’inizio, Yellow Letters è stato girato in Germania, ma nella finzione del film è ambientato in Turchia: Berlino infatti interpreta il ruolo di Ankara, mentre Amburgo quello di Istanbul. İlker Çatak, e i suoi produttori, però, hanno più volte ammesso di non aver girato il film in Germania per paura della censura, ma per rimarcare l’universalità dei temi trattati.
In una conversazione rilasciata da Lucky Red e pubblicata nel suo comunicato stampa di lancio del film, il regista turco-tedesco ci racconta infatti come la scelta della Germania per girare il suo film sia stata fatta non solo per rimarcare una certa universalità nei temi, ma anche per la forte presenza di cittadini di origine turca nel paese:
“[…] Il film ha cominciato a rispecchiare fin troppo la realtà. Trump ha intensificato la sua campagna contro le università e il dibattito Israele-Palestina ha mostrato quanto velocemente, anche qui, gli artisti e gli accademici debbano stare attenti a ciò che dicono. All’improvviso Yellow Letters non era più una storia che accade solo “laggiù da qualche parte”. E all’improvviso aveva ancora più senso mettere in scena questo gioco di ruolo: girare il film qui partendo esplicitamente dal presupposto che siamo in Turchia.“

Già all’inizio Derya ci pone di fronte all’universalità di Yellow Letters dicendo durante la sua performance come ci siano lingue differenti, ma simili in quanto capaci soltanto di gridare il silenzio. Ciò lascia intendere, quindi, che in qualsiasi paese del mondo e in qualsiasi situazione passata o presente diventa difficile prendere una posizione contro chi reprime il dissenso, e chi lo fa è messo subito a tacere rischiando di perdere il lavoro e la reputazione.
Non è un caso, inoltre, che Berlino sia fra le città scelte per girare Yellow Letters: Berlino è sempre stata una città molto movimentata a livello culturale, ma è stata anche la città del rogo nazista dei libri e della repressione culturale della Germania Est, e di conseguenza adatta a rappresentare un contesto artistico come quello turco che lotta per la libertà e per la sopravvivenza.
Yellow Letters, un’attesa logorante e autoritaria
In una delle scene principali di Yellow Letters – questa è fra le poche anticipazioni che verranno date –, ovvero quella in cui al Teatro Bok di Istanbul Aziz e Derya proveranno ad allestire uno spettacolo sperimentale per rilanciarsi, Derya recita un monologo in cui denuncia l’attesa logorante di giustizia come un metodo per un governo autoritario per stroncare sul nascere ogni tipo di dissenso e di libera espressione. Questa attesa logorante, che corrisponde nei fatti ai sette mesi che Aziz deve aspettare per l’udienza in tribunale per riavere il lavoro come docente universitario ad Ankara, è ciò che mette alla prova il matrimonio dei due protagonisti e il loro rapporto con chi li circonda, dai colleghi fino alla loro figlia.

Tutto questo, inoltre, porta a crescenti tensioni fra i due: Derya vuole in ogni modo trovare una possibilità di riscatto per garantire stabilità alla propria famiglia e soprattutto a sua figlia, a cui continua sempre a stare accanto anche in un momento difficile come quello che sta passando, mentre Aziz d’altro canto diventa sempre più ossessivo nei confronti della moglie, in quanto focalizzato sul suo ritorno come scrittore di teatro.
In un certo senso, questa tensione è frutto della repressione silenziosa di uno stato autoritario che per controllare il dissenso porta un artista impegnato come Aziz a implodere lentamente in una tensione fra impegno etico e progressista e una certa mania di controllo e protagonismo che lo porta a rigettare tutto ciò che può far stare bene una famiglia, da uno stupido dettaglio come una Coca Cola bevuta a casa dalla figlia fino a una telefonata che Derya fa con un’agente di casting per vagliare la possibilità di tornare a recitare nelle serie tv, mettendolo in cattiva luce verso chiunque e portandolo a farsi terra bruciata attorno.
Yellow Letters, idealismo contro profitto
Quest’ultimo elemento, ovvero lo scontro fra l’idealismo e l’opportunismo tradotto in profitto, risulta interessante per diverse ragioni, fra cui quella riportata dal regista nella già citata conversazione con Lucky Red, che allude al fatto che, in un mondo governato dal profitto e dalla repressione del dissenso, per sopravvivere bisogna cedere al conformismo e rinunciare diffondere i propri ideali, che spesso vengono ridicolizzati:
“È un aspetto particolarmente affascinante soprattutto in relazione agli artisti che, dopo essere stati liquidati dal punto di vista professionale, si ritrovano costretti a recitare un ruolo non sul palcoscenico, ma nella loro vita pubblica. Una sorta di messa in scena conformista: si va alla moschea, ci si integra nella comunità, si partecipa alla fine del digiuno, si cancellano i post che uno aveva pubblicato sui social media. […] In un mondo dove contano solo il denaro e il potere politico, può sembrare quasi romantico, persino ingenuo, parlare di ideali invece che essere semplicemente opportunisti. Si viene praticamente ridicolizzati se si solleva la questione dei diritti umani, forse la più grande conquista del secolo scorso, che oggi vengono improvvisamente smantellati.“

Con un certo distacco e una certa alienazione creati soprattutto dalla decisione di girare il film in Germania e di far recitare gli attori in turco, Yellow Letters mostra senza entrare troppo nel merito e senza essere moralista ciò a cui gli artisti sono costretti in Turchia e nel resto del mondo, soprattutto in quei paesi governati dalla destra sovranista dove la repressione del dissenso si fa sempre più forte.
Se da un lato infatti abbiamo Derya che valuta l’idea di ritornare a recitare nelle serie televisive turche accettando l’idea di cancellare suoi vecchi post politici sui social allo scopo di garantire stabilità economica per se stessa e la sua famiglia, dall’altro Aziz continua ostinato a voler mandare avanti un’idea di teatro sempre in aperta polemica con il clima autoritario del proprio paese, venendo però bollato dalla figlia come colui che vuole salvare il mondo.
Questo è, dunque, il quadro amaro che emerge da Yellow Letters: chi vuole fare arte in Turchia – e così nel resto del mondo – o si arrende e si mette a fare qualcosa di commerciale per sbarcare il lunario oppure la fa, ma lontano da tutti e rischiando di diventare sempre più solo ed essere ironicamente bollato come colui che vuole salvare il mondo e come un egoista che pensa solo al proprio bene ignorando quello della collettività.
Yellow Letters, l’arte che si arrende al profitto
Dopo il successo di La sala professori, che gli è valso una candidatura agli Oscar come miglior film straniero, il regista turco-tedesco İlker Çatak propone ancora una volta con Yellow Letters un film dove privato e pubblico si scontrano fra la voglia di cambiare la propria realtà e difendere i propri ideali e un opportunismo politico e sociale che ci porta a un conformismo spesso accettato nostro malgrado per pura sopravvivenza. Essere artisti impegnati oggi, infatti, richiede un grosso sacrificio che, in un mondo governato sempre più dal profitto e dal benessere materiale, non siamo più disposti a permetterci se non accettando l’idea di diventare sempre più soli e ridicolizzati.
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