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Audrey Hepburn: tre ruoli tra iconicità e stereotipi di genere

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19 minuti di lettura

Audrey Hepburn è stata una delle grandi star di Hollywood che tra gli anni ‘50 e ‘60 ha incarnato personaggi che sono divenuti nel tempo iconici, grazie soprattutto alla sua interpretazione che ha travalicato le soglie della finzione per giungere a un connubio unico tra attrice e personaggio. Tra i film a cui ha preso parte si annoverano delle vere e proprie pietre miliari del cinema classico hollywoodiano, film realizzati da importanti registi del periodo che hanno contribuito a creare un immaginario ancora oggi riconoscibile e sono tutt’ora presi a modello per la creazione di storie contemporanee.

Hepburn, però, così come è successo ad altre attrici, è spesso stata vista dal pubblico attraverso le donne che ha interpretato attribuendole caratteristiche proprie dei suoi personaggi e viceversa. Pur essendo stata una delle grandi attrici del cinema classico, Audrey Hepburn è oggi per lo più ricordata come icona di stile, come la musa ispiratrice di Hubert de Givenchy che per lei ha creato look diventati inconfondibili, tra tutti il tubino nero con il giro di perle di Colazione da Tiffany. Ma oltre a questo Hepburn ha dimostrato in più di un’occasione, la sua bravura di attrice, venendo anche candidata per cinque volte agli Oscar come miglior attrice protagonista, vinto una sola per Vacanze romane.

Il cinema classico, che va indicativamente dagli anni ‘20 agli anni 50, è stato un cinema dominato fortemente da logiche patriarcali e da un sessismo interiorizzato che ne hanno condizionato non solo la produzione e creazione, ma anche la fruizione e il ricordo. I personaggi interpretati da Hepburn sono scritti secondo queste logiche e lei stessa, venendo sempre più identificata con questi personaggi, ha subito e subisce ancora questo tipo di ricezione.

Audrey Hepburn e Femminist film theory

Vogliamo in questa sede ricordare tre film forse tra i più memorabili interpretati da Audrey Hepburn, considerati tutt’oggi dei classici del cinema. Gli approfondimenti proposti tengono conto degli studi e delle teorizzazioni della Femminist film theory, linea di ricerca che analizza il cinema secondo una prospettiva femminista. L’intenzione non è assolutamente quella di svalutare l’importanza di questi film, se ne riconosce il valore e la rilevanza, ma è importante riuscire ad adottare uno sguardo più consapevole quando ci si approccia a determinati prodotti cinematografici.

Laura Mulvey, importante critica cinematografica che ha contribuito in modo sostanziale alla Femminist film theory, nel suo saggio del 1975 Visual Pleasure and Narrative Cinema prende in esame il cinema classico e ragiona sul concetto di sguardo che domina le produzioni del periodo, uno sguardo soprattutto maschile, il male gaze. Riassumendo, Mulvey nel suo saggio sottolinea come questo tipo di produzioni siano sostanzialmente maschili e maschiliste nel senso che vengono prodotte da uomini secondo il loro sguardo e la loro concezione del mondo, e pensate per un pubblico che risponda alle stesse logiche, un pubblico che non deve essere sostanzialmente maschile ma figlio del patriarcato e soggetto a logiche maschiliste e sessiste.

Nel cinema classico, secondo Mulvey, lo sguardo si divide in attivo-maschile e passivo-femminile: la donna assolve quindi a funzione di oggetto, è passiva dello sguardo e dell’azione dell’uomo. La donna spettatrice è costretta a immedesimarsi essa stessa nello sguardo maschile diventando partecipe di una concezione maschilista del mondo. Film realizzati secondo questa concezione non sono film rivolti a un pubblico maschile, ma film che rispondono a logiche di narrazione e regia patriarcali.

I personaggi femminili in questo tipo di film sono scritti e rappresentati attraverso stereotipi sessisti e molte delle donne interpretate da Audrey Hepburn appartengono a questa categoria: sono spesso donne molto belle, ma di una bellezza non aggressiva, ingenue, eteree, delicate, donne da proteggere o a cui fare da guida, in questa descrizione è possibile riconoscere la principessa Anna di Vacanze Romane e Sabrina dell’omonimo film.

Dall’altra parte troviamo Holly Golightly di Colazione da Tiffany, una protagonista che apparentemente si distacca da questo tipo di rappresentazione, mostrandosi indipendente e al di fuori degli schemi del patriarcato, ma che da origine a un altro stereotipo poi adottando da molto cinema occidentale, quello della manic pixie dream girl (ne abbiamo scritto qui!). Si può sostenere, quindi, che la maggior parte dei ruoli interpretati da Audrey Hepburn siano scritti in funzione della sua controparte maschile.

Vacanze romane, Cenerentola al contrario

Vacanze romane è un film del 1953 diretto da William Wyler e scritto da Dalton Trumbo, inizialmente non dichiarato perché appartenente alla Lista nera di Hollywood per simpatie comuniste. La storia è quella della principessa Anna (di una nazione estera non dichiarata) in visita diplomatica a Roma; provata dai numeroso obblighi e doveri imposti dal suo ruolo decide di scappare subito dopo che il suo medico le ha somministrato un sedativo.

Una serie di eventi la porterà a essere ospitata in casa di Joe Bradley, interpretato da Gregory Peck, un giornalista americano che lavora per un’agenzia di stampa a Roma. Anna desidera vivere una giornata come una persona qualunque, celando chi sia realmente, Joe intanto, una volta riconosciuta l’identità della ragazza, decide di approfittare di lei per scrivere un articolo che gli farà guadagnare molti soldi. Con l’aiuto di un amico fotografo architettano il piano e portano in giro per la città l’ignara principessa che è solo felice di poter essere libera di sperimentare cose che le erano state precluse fino a quel momento dal proprio ruolo. Finita la giornata la principessa Anna farà ritorno all’ambasciata, al suo ruolo e ai suoi doveri e Joe Bradley decide di non realizzare l’articolo. I due si rincontreranno il giorno seguente, in una situazione pubblica e ufficiale ognuno mostrando il proprio vero ruolo e stringendo un patto silenzioso di mutuo accordo per custodire la loro giornata segreta.

Il film ha vinto 3 Oscar: per la miglior attrice protagonista a Audrey Hepburn, per il miglior soggetto a Dalton Trumbo e per i migliori costumi a Edith Head.

Vacanze romane risponde alla logica narrativa della Cenerentola al contrario, non una ragazza umile che si innamora di un principe, ma una principessa che desidera vivere una vita normale e si innamora di un ragazzo qualunque. Plot narrativo di grandissima fortuna e dalle innumerevoli imitazioni, si basa sulle stesse logiche della fiaba originaria: instillare nella spettatrice il desiderio di una vita favolosa e irraggiungibile. Le avventure che Anna vive in una giornata con Joe, pur nella loro banalità, ci appaiono tutte splendide e meravigliose, e la stessa principessa Anna corrisponde a un ideale di donna inaccessibile: è impossibile l’immedesimazione della spettatrice perché è solo un modello a cui aspirare e non una persona reale in cui ritrovarsi. All’aura di unicità e meraviglia della principessa Anna si sommano anche il suo essere sostanzialmente una ragazza ingenua e ignara del mondo che non ha mai fatto esperienza delle cose più comuni; è Joe che dovrà farle da guida, mostrarle i segreti del mondo, portarla in giro per la città, esaudire i suoi desideri. Il giornalista è inizialmente convinto di sfruttare l’inesperienza di Anna, il suo essere sprovveduta di fronte alla meschinità degli uomini conseguente al suo essere vissuta fino a quel momento all’interno di una bolla protettiva dorata, ma si dovrà presto ricredere, colpito nel profondo dalla sincerità e genuinità della ragazza.

Audrey Hepburn nel ruolo che le darà il successo, veste già i panni di quello che sarà lo stereotipo che più le verrà cucito addosso: la ragazza carina e ingenua che grazie alla sua bontà, spensieratezza e spontaneità farà cambiare l’uomo che di lei si innamora, instillando in lui il miglioramento. Uno stereotipo che da qui in avanti verrà declinato in vari modi e che risponde perfettamente all’ideale maschile di donna affascinante e innocua pensata esclusivamente in funzione dell’uomo che le sta accanto.

Sabrina: devi essere bella

Sabrina è un film del 1954 diretto da Billy Wilder, adattamento dell’opera teatrale dell’anno precedente intitolata Sabrina Fair di Samuel A. Taylor.

Audrey Hepburn interpreta Sabrina figlia di un autista privato che lavora per la ricca famiglia dei Larrabee. Sabrina, da sempre innamorata di uno dei due figli, David (William Holden), incallito donnaiolo, deve partire per due anni per frequentare un importante corso di cucina a Parigi. Il soggiorno la cambierà profondamente, tornerà infatti molto più sicura di sé, sofisticata ed elegante e colpirà subito l’attenzione di David, che in precedenza non aveva mai mostrato interesse per lei. La famiglia Larrabee si oppone a questa unione tra un ricco ereditiere e la figlia di un autista e a intervenire per risolvere la situazione sarà Linus (Humphrey Bogart), il fratello di David. Le cose però non vanno come previsto, Linus e Sabrina si innamorano l’uno dell’altra per salpare insieme alla volta di Parigi sul finale. I costumi, per cui il film ha vinto l’Oscar, sono curati da Edith Head e da un non accreditato Hubert de Givenchy.

Audrey Hepburn incarna qui lo stesso stereotipo già visto in Vacanze romane, anche se in questo caso la fiaba di Cenerentola è ripresa in originale, con in più l’aggiunta del triangolo amoroso, che è un altro tipico ricorso delle rom-com. Sabrina ci viene descritta come affascinante e ammaliante ma di lei non ci viene detto davvero nulla, quindi le sue qualità si limitano a essere puramente estetiche, i due fratelli si innamorano di lei esclusivamente per il suo aspetto. Per di più Sabrina pur avendo la possibilità di cercare e ottenere un lavoro soddisfacente, oltre che di viaggiare e vivere in una capitale estera come Parigi, sceglie deliberatamente di tornare per l’amore che prova per David, un uomo che non l’ha fin’ora considerata, e successivamente, scoprendosi innamorata del fratello, sceglie sempre l’amore di un uomo ricco invece che la propria realizzazione personale. Ovviamente il lieto fine romantico era (ed è) un elemento fisso delle rom-com, che perpetuava l’idea della soddisfazione femminile esclusivamente affianco di un uomo.

Un punto importante su cui soffermarsi è inoltre la scelta di Humphrey Bogart come coprotagonista, un attore che all’epoca aveva trent’anni più di Audrey Hepburn. La differenza di età è sottolineata anche nel film, troppo evidente per essere ignorata, ed è anche questa una costante nei film di questo periodo: se invecchiare era accettabile per un attore, e anzi in alcuni casi il suo fascino ne era accresciuto, non era invece contemplabile per una donna, per questo si continuava (e molto spesso si continua ancora oggi) ad affiancare a uomini donne molto più giovani per rispondere sempre a un desiderio maschile. Sabrina veicola quindi una concezione della donna a puro servizio del piacere maschile: una donna la cui qualità importante è esclusivamente la bellezza e che sia disposta a rinunciare a tutto per amore dell’uomo.

Colazione da Tiffany, un modello sbagliato?

Colazione da Tiffany è un film del 1961 diretto da Blake Edwards tratto dall’omonimo romanzo del 1958 di Truman Capote. Audrey Hepburn è Holly Golightly una giovane ragazza che vive a New York conducendo una vita fuori dagli schemi per l’epoca, tra feste e incontri occasionali con uomini facoltosi che provvedono al suo mantenimento. Nello stesso palazzo dove vive Holly si trasferisce Paul Varjak (George Peppard) uno scrittore in erba che si fa mantenere da una ricca signora sposata con cui intrattiene una relazione sessuale. I due diventano amici e si scopriranno poi innamorati; inizialmente non ammettono questo coinvolgimento amoroso per le vite che conducono, essendo entrambi mantenuti da altre persone che chiedono in cambio favori sessuali e per la paura di Holly di sposare qualcuno non per soldi, come aveva sempre creduto, ma per amore. Ma poi anche lei si arrenderà al sentimento che prova per Paul e il film si concluderà con il classico lieto fine. Il film vinse l’Oscar per la miglior colonna sonora a Henry Mancini e per la miglior canzone (Moon River) a Henry Mancini e Johnny Mercer.

Holly Golightly è l’intera storia all’interno delle logiche del patriarcato. Holly è si una ragazza indipendente e libertina a cui piace divertirsi e fare tardi la notte, ma il suo più grande desiderio rimane quello di un amore romantico, monogamo e convenzionale. Il personaggio, seppur all’epoca fosse visto come un modello di donna alternativo, è quindi ripulito rispetto alla sua versione letteraria molto più ambigua e svuotato della sua carica di opposizione alle logiche della società patriarcale.

Anche in questo caso il personaggio interpretato da Audrey Hepburn è concepito per compiacere lo sguardo maschile e completare, migliorare la sua controparte cinematografica, che infatti si innamora di lei e viene redento dalla sua condotta di vita moralmente riprovevole. Holly Golithly è diventata anche un modello desiderabile e irraggiungibile per il pubblico femminile, è il personaggio con cui è maggiormente ricordata e identificata Audrey Hepburn, considerata modello di stile ancora oggi. Le caratteristiche principali del personaggio, infatti, sono il suo innato senso della moda, il suo amore per i gioielli e i soldi in generale, quindi quel suo essere un po’ svampita ma totalmente adorabile. Per tutti questi elementi Holly Golithly può essere considerata uno dei primi esempi di manic pixie dream girl, stereotipo femminile usato per indicare un personaggio femminile stravagante, affascinante, un po’ pazzo e fuori dagli schemi di cui il personaggio maschile si innamora.

Audrey Hepburn è stata una grande attrice i cui meriti non si possono in alcun modo negare, è però d’obbligo constatare quanto la sua figura e i personaggi che ha interpretato siano stati oggettificati e sottomessi a una logica maschilista.


In copertina: Artwork by Alessandro Cavaggioni
© Riproduzione riservata

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Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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