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David O. Russel, l’elefante nella stanza

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7 minuti di lettura

All’annuncio della lavorazione di Amsterdam e del cast che vi avrebbe preso parte sono seguite immediatamente critiche dirette sia al regista che agli attori, tornando ad alimentare una discussione che non è di certo nuova. Il fulcro della discussione è la reputazione tutt’altro che rispettabile di David O. Russel che per l’appunto è conosciuto per i suoi comportamenti aggressivi e abusanti.

David O. Russell NPC Magazine

In molti si chiedono come sia possibile che un regista con questa condotta abbia ancora la possibilità di lavorare e soprattutto come sia possibile ci siano attori che desiderino collaborare con lui anche a costo di ridurre il loro compenso, di fatto avallando la sua persona e le sue maniere.

È come se tutto il sistema hollywoodiano assecondi o per lo meno voglia ignorare gli abusi e gli affronti perpetuati da Russel; i suoi film vengono spesso candidati a grandi premi e sono largamente apprezzati da critica e pubblico ed è anche per questo che diversi attori hanno il desiderio di lavorare con lui e prendere parte a progetti che si sa già avranno grande successo e risonanza.

Le prime accuse contro Russel risalgono a più di vent’anni fa durante la produzione di Three kings del 2000 quando fu George Clooney a denunciare pubblicamente il comportamento aggressivo (sia fisico che verbale) del regista nei confronti suoi e di una comparsa; segue la testimonianza dal set del film del 2004 I Heart Huckabees – Le strane coincidenze della vita tramite un video che mostra David O. Russel inveire contro Lily Tomlin e lanciare oggetti in preda alla furia.

Sempre legato al film del 2004 è l’aggressione violenta intentata da Russel nei confronti di Christopher Nolan a una festa di Hollywood per intimarlo di lasciare libero Jude Law da una sua produzione per prendere parte a I Heart Huckabees. È del 2011 la denuncia per abusi sessuali da parte della nipote transgender di Russel. Noto è inoltre come il set di American Hustel sia stato non solo complicato ma anche tossico per diverse persone, tra cui Amy Adams che ha dichiarato di essere stata devastata mentalmente da Russel.

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Al di la di esprimere giudizi, ciò che questo caso può portare è una riflessione forse più utile e interessante di qualsiasi resoconto: è giusto che registi come Russel continuino a lavorare? E la domanda successiva è: in tal caso è possibile scindere l’opera dall’artista? Sono domande scomode, prima di tutto per noi spettatori che delle opere di queste persone, autori e artisti, fruiamo e godiamo perché ci mette di fronte alla possibilità di privarci di opere grandiose che amiamo e a cui siamo affezionati.

Il problema vero è che dando la possibilità di continuare a lavorare a personaggi di questo calibro vengono assecondati comportamenti che in qualsiasi altro ambito lavorativo non sarebbero accettati, in un certo senso sminuendo la gravità del fatto e favorendone così la diffusione anche in altri ambiti. Passi avanti sono stati fatti dal 2017 in avanti, a seguito del caso Weinstein e grazie al movimento del Me Too, ma ci sono ancora situazioni e casi specifici che continuano a essere intoccati e intoccabili.

I grandi nomi sono noti e gli esempi più famosi sono forse quelli di Roman Polansky e Woody Allen, due registi che non hanno più potere produttivo negli Stati Uniti ma che continuano a lavorare dall’Europa, attaccati certo ma contemporaneamente altrettanto amati e difesi.

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Al di la delle loro persone saremmo disposti a privarci delle loro opere? Film che hanno segnato la storia del cinema, considerati capolavori avrebbero potuto non vedere mai la luce. Quindi, siamo disposti ad accettare comportamenti altrimenti considerati aberranti se a perpetuarli è un artista? In nome dell’arte possiamo ignorare la morale?

L’intera questione in fondo ruota intorno alla tematica del potere, a chi lo detiene, lo esercita e chi invece ne è privo. Assecondare determinati personaggi vuol dire anche favorirli economicamente fornendo loro i fondi per produrre i loro film e andando ad alimentare gli incassi degli stessi.

Più un film ha successo di pubblico, più un regista viene premiato, più possibilità ha di continuare a lavorare, di trovare fondi e aiuto per la produzione successiva. In questo caso non solo il suddetto non viene mai veramente punito per gli abusi commessi, ma allo stesso tempo viene favorito a discapito di molte altre persone, autori, artisti che al contrario non hanno alcuna possibilità di ricevere sostentamento e visibilità.

Merita essere sottolineato come queste persone siano solitamente uomini bianchi cisgender che possono non preoccuparsi di comportarsi in maniera moralmente giusta perché protetti da un sistema che è stato costruito da loro e per loro. Sicuramente la fuori ci sono altri maschi bianchi cisgender che non hanno la possibilità di lavorare, ma la domanda è quante sono le donne e in generale le persone queer che sono vittime due volte di questi comportamenti, come persona che le subisce e come artista oscurata da qualcun altro?


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Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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