In Dedalo Francesco, Luca e Raffaele sono tre ragazzi che vivono e lavorano a Genova: spesso s’incontrano la sera davanti a una birra nei locali dei vicoli o a un microfono di uno studio di registrazione per parlare di qualsiasi argomento. Durante le loro discussioni e scambi d’opinione con parenti e amici emergono sentimenti inquieti e bagagli di timori verso i loro coetanei e la loro vita. Il disagio e la stanchezza che emergono dai loro discorsi sono un grido esasperato di una gioventù immobile e piena di malesseri che, per sopravvivere alla vita di ogni giorno, si concede ogni tanto di ritrovarsi per una bevuta notturna, per andare allo stadio o per registrare una canzone.

Dedalo, opera prima della regista milanese Chiara Capo, prodotto dalla scuola di documentario ZELIG, è un racconto di tre individui giovani che appartengono a una generazione disillusa e sofferente che è nata e vive tutt’ora in piccole province o in grigi conglomerati urbani. Ogni giorno i giovani della loro generazione s’aggrappano a qualsiasi tipo d’esperienza artistica e sociale per non sentire il peso dell’immobilità e il malessere diffuso, soffocato dall’alcool e incompreso dalle generazioni passate e da chi ignora totalmente le difficoltà economiche e sociali di un sistema che svilisce e aliena le persone.
Dedalo, la fotografia e la regia al servizio della storia

La macchina da presa entra nelle loro vite e ha un tocco intimo e delicato verso i protagonisti che vengono seguiti nelle loro attività e incontri: c’è una forte attenzione narrativa della luce che vuole esaltare i loro lineamenti, non c’è un intento di spersonalizzare ma al contrario arricchisce di pathòs, i volti e le ombre dei protagonisti e li rende più presenti in scena. Una scena che a volte li ingabbia ma anche si muove con loro e si adatta ai loro stati d’animo: le inquadrature statiche, dal taglio prettamente documentaristico, diventano più dinamiche quasi a ricreare un tentativo di fuga dal labirinto dei vicoli e dallo stato mentale negativo che tormenta i ragazzi.
La regia di Dedalo è misurata e rispettosa nei confronti del set urbano della vicenda: Genova rimane la cornice della vicenda e i suoi luoghi sono solo gli sfondi delle battute e delle risate dei protagonisti, vero motore del documentario. La ricchezza degli interpreti sta nella loro spontaneità e anche nella profondità di alcuni ragionamenti e domande con cui si confrontano tra loro che è unica, genuina e mai scontata.
Chiara e la troupe hanno osservato, seguito e annotato i pensieri dei protagonisti che sono il traino della storia e il soggetto di studio di un campione di gioventù di quest’epoca. La virtù di questo documentario è di riassumere un caos di parole ed esperienze in un particolare ritratto antropologico e sociologico, caratterizzato da uno stile ben delineato e un tono preciso.
Dedalo, le spietate metafore di una generazione

Il documentario, già dal titolo, si serve di un’iconografia precisa per fotografare gli umori e veicolare un messaggio o uno specifico tono: il dedalo dei vicoli, oltre a essere un ritrovo specifico per i giovani, è una proiezione di un luogo mentale difficile da superare e preoccupante a ogni sentiero che s’intraprende perché è sempre incerto di dove si vada a finire. Può essere una metafora della tensione interiore o un pantano in cui spesso ci si ritrova per lamentarsi e parlare delle proprie paure verso un futuro incerto.
In Dedalo la figura del pescatore ricorre spesso ed è una figura brutale e cinica: un uomo che spesso non vediamo completamente in volto ma che dalla mattina alla sera aziona una rete nel mare che trascina sull’imbarcazione qualunque pesce, che successivamente viene sventrato e sistemato nelle cassette del mercato. Una figura innominata quasi dal tono orrorifico e feroce, una similitudine di un sistema che non dà scampo e via di fuga a nessuno e che si limita ad inquadrare gli individui ed eliminare gli scarti.
Il corto ha partecipato a molti concorsi nazionali e internazionali tra i quali Visioni Dal Mondo di Milano, il DOK.Fest di Monaco e il Fipadoc di Biarritz e ancora adesso sta girando vari concorsi di cinema documentario in Europa. Seppur il tono sia feroce e fatalista nei confronti dei protagonisti, il documentario è un ottimo spaccato dello zeigeist attuale e una lente sui disagi e drammi interiori dei giovani d’oggi, non solo afflitti dal precariato nel mondo del lavoro. Riesce ad avere anche una visione precisa che dà una dimensione tridimensionale della confusione e del senso di perdita di un’intera generazione che tenta ogni giorno di rimanere a galla.
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Credo di non avere una preparazione specifica per dare un giudizio tecnico Credo però che quando un film un lavoro un documentario una canzone riescono a catturare la tua attenzione il tuo interesse e in qualche a toccare un tuo sentimento un interesse magari anche un sentimento si possa parlare di un “buon lavoro” Mi piace l argomento il mondo così difficile di giovani e come viene trattato Sicuramente molto interessante Hai parlato di luce sui visi per dare risalto all argomento, al momento, molto interessante Molto ben descritto Complimenti