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Disclosure – quando il cinema riflette sulla rappresentatività

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6 minuti di lettura

Disclosure è un documentario dall’impianto molto semplice: una serie di interviste a camera fissa su sfondo neutro accompagnate da immagini di repertorio legate alla storia del cinema.

È chiaro fin dalle prime sequenze di Disclosure – prodotto nel 2020 dalla piattaforma streaming Netflix per la regia di Sam Feder – che la linearità e l’immediatezza stilistica fanno da contraltare al suo ritmo denso e serrato e alla complessità del tema trattato. Anzi, forse servono proprio ad agevolarne la comprensione.

Attraverso le voci di rappresentanti e attivisti della comunità transgender, infatti, Disclosure intreccia discorsi che orbitano intorno al tema della rappresentatività nel cinema hollywoodiano, ponendo la figura della persona transessuale al centro di un discorso sapientemente stratificato.

Laverne Cox, Bianca Leigh, Jen Richards, Brian Michael Smith, Jazzmun, Candis Cayne sono solo alcuni dei nomi delle e dei testimoni protagonisti del documentario che ripercorrono la storia del cinema statunitense – e quindi della sua società – cercando e fornendo risposte alla discriminazione di cui sono vittime. Le cause sono presto trovate.

La rappresentazione dei personaggi transgender nella storia del cinema

Disclosure

Già il cinema delle origini è costellato di personaggi crossdesser e proprio la presenza di uno di questi personaggi è strumentale all’introduzione di una tecnica chiave nel cinema: il taglio per far progredire la narrazione nel montaggio.  Nella Giuditta di Betulia (1914) di D.W. Griffith, infatti, alle scene in cui si muove la figura femminea dell’eunuco corrisponde frequentemente un taglio, di cui non è difficile immaginare il valore simbolico.

A partire da quegli anni si dipana il tortuoso e problematico percorso della rappresentazione dei soggetti transessuali su schermo, ritratti come personaggi non reali, malati, oppure utili espedienti per scene improntate alla comicità e all’umorismo, quando non provocano paura o disgusto (per chi guarda Discolsure è dolorosa la carrellata di sequenze di film più o meno recenti in cui la reazione davanti alla scoperta della transessualità di un personaggio da parte dei suoi co-protagonisti è il vomito).

Il cinema come motore di un cambiamento sociale

Disclosure

Disclosure va però oltre l’aspetto storico, e posa con delicatezza ulteriori strati sull’identità transessuale, rapportandola secondo i criteri dell’intersezionalità all’esperienza di una molteplicità di minoranze marginalizzate o trascurate dai media. Ecco dunque che la donna transessuale afroamericana è discriminata su più livelli: a causa dell’appartenenza a un’etnia minoritaria, a causa della disforia di genere e del suo essere transessuale e quindi associata a determinati stereotipi e condotte – la prostituzione tra gli altri – e a causa del suo essere donna, la cui immagine è spesso più sfruttata e mercificata rispetto a quella dell’uomo.

Le voci dei protagonisti del documentario sono unanimi nel riconoscere il ruolo chiave del tema della rappresentazione che influisce sul proprio modo di percepirsi e definirsi. Allo stesso tempo, tuttavia, riconoscono l’ambivalenza della rappresentazione dei soggetti transessuali proposta dai media: se da una parte la tendenza è quella di interiorizzare inconsapevolmente la transfobia e il disgusto nei confronti dei personaggi transessuali, dall’altra si ha una rappresentazione di riferimento per riconoscere e potersi identificare, dare un nome; e non lasciare spazio all’assenza di linguaggio, contribuendo così a dare corpo a un lessico comune e specifico.

Una nuova rappresentatività: verso tempi migliori?

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È infatti indubbio che i passaggi problematici nella storia del cinema e della televisione siano molteplici e accuratamente analizzati nel corso di Disclosure: il travestimento da donna dei comici afroamericani come tappa obbligata della loro carriera che richiama l’annullamento della ‘minaccia’ dell’uomo violento, antica e ben radicata nella società statunitense.

Ancora, l’assegnazione di ruoli di donne transessuali ad attori uomini cisgender, pratica che rafforza lo stereotipo secondo cui la donna trans è l’estensione effeminata di un uomo cis, alimentando un meccanismo di discriminazione e pregiudizio.

È però altrettanto vero che la visione verso cui Disclosure tende è positiva. La volontà dei protagonisti è di portare luce su una nuova rappresentatività nel dibattito pubblico, cambiare la rappresentazione come mezzo per ottenere uno scopo, portare al pubblico raffigurazioni inclusive, multiformi e numerose.

Solo così quelle più stereotipiche e pregiudicanti saranno sviste occasionali e si perderanno finalmente sullo sfondo fino a restare un imbarazzante lascito del passato.


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Chiara Passoni

Nata e cresciuta a Milano, laureata in lettere ed editoria, appassionata e lavoratrice del cinema. Trovo nel documentario in tutte le sue forme e modalità il mezzo ideale per rappresentare, conoscere e riflettere sulla realtà.

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