«Druk», o dell’ascesi alcolica come cura

Druk, titolo del nuovo film di Thomas Vinterberg, è una parola danese che non ha un corrispettivo in nessun altro idioma occidentale. Come l’ha tradotta il regista in una intervista, vuol dire, “ubriacarsi con classe”.  Il che significa, pressapoco, ubriacarsi con criterio, razionalmente. 

Secondo la volontà del regista, Druk è un esperimento mentale: quanto l’alcol può aiutare psicologicamente e spiritualmente le persone in un contesto sociale come quello attuale? Come dichiara lo stesso Vinterberg :  «il film parla della vita…della vita di quattro persone che hanno perso l’ispirazione e lottano per avere una vita ricca ed emozionante» 

Ubriacarsi razionalmente

In effetti, la parola druk vuol dire bere in una accezione di benessere e armonia che consente il miglioramento delle attività professionali e delle interazioni sociali. Forse, il bere, così inteso, può corrispondere ad una tecnica di auto-miglioramento? Sì, se effettuata con parsimonia. Per i protagonisti del film, professori di mezza età, annoiati ed affetti da apatia depressiva, appare una grande scoperta il ruolo disinibente dell’alcol, impiegato come strumento di apertura sociale ed efficacia nell’attività professionale della docenza. 

L’alcol ha aspetti positivi, oltre a generare l’alcolismo legato a violenze domestiche e a degenerazione morale? Ci appare un ossimoro, usare l’alcol razionalmente, come strumento propedeutico, che sappia migliorare tanto le performance didattiche quanto l’umore dei professori, e, per esteso, di chiunque. Vinterberg riesce – stavolta pienamente – negli intenti socio-politici del solco tracciato con Kollektivet e Kursk: compiere un’opera di traduzione del particolare (uno spaccato della società danese) in universale (la situazione sociale della modernità capitalistica) che svolge una funzione culturale polemica e rivoluzionaria. E lo fa attraverso la più famosa e utilizzata droga legale: l’alcol.

Un film sulla vita

In questo senso Druk irrompe nel mercato culturale come opera unica di realismo anti-capitalistico. Il film ha, infatti, un chiaro intento di denuncia dello stile di vita contemporaneo, e delle irreggimentate istituzioni capitalistiche. Ne propone una dissacrante, ma efficace, rivoluzione interna. La rivoluzione etica, come modalità di intervento migliorativo dei paradigmi sociologici vigenti del profitto e della competenza, attraversa tutto il film. È questo lo scopo di cui l’alcol è il mezzo. Non sostituire la vita alcolica alla competenza, ma trovare un nuovo modo di insegnare  agli studenti come diventare competenti, attraverso una professionalità sui generis

Su questo, è da notare come la citazione di Kierkegaard, che apre il film, indichi il fatto che quella rappresentata sia una storia utopistica. Ma non nel senso di impossibile e illusoria, bensì di visione a cui ambire, di condizione da realizzare. L’utopia, la visione, la si può realizzare entrando nell’altra “stanza” della vita moderna, dove appare visibile. Ovvero, la stanza in cui si prescinde un po’ dal paradigma pervasivo del controllo. L’accesso a questa stanza è l’alcol, al quale Vinterberg restituisce un ruolo positivo. 

«Druk», l’alcol come pharmakos

Druk gioca sulla natura di pharmakos dell’alcol. Inizialmente l’alcol come antidepressivo, cura della noia esistenziale che affligge i protagonisti, rimedio-medicina. E poi l’alcol come veleno. E infine di nuovo l’alcol come medicina. Dall’entusiasmo di essere “migliorati” nella professione e nei rapporti umani, al rischio di alcolismo, fino al benessere generalizzato. In questo passaggio a tre fasi, l’alcol diventa vettore del cambiamento, non accresce i problemi, ma galvanizza quelli già presenti che fiaccano la vita dei professori e ne inaugura la risoluzione. La sperimentazione professionale e la “ricerca privata” sugli effetti auto-testati dell’alcol, diventa sballo. L’impiego migliorativo, con la decisione razionale di aumentare le dosi, diventa abuso distruttivo. E infine l’alcol, usato con parsimonia, spinge alla risoluzione dei problemi, alla serenità psicologica che consente di agire con disinvoltura e piacere. 

Il film è costruito, quindi, sull’esperimento auto-indotto degli effetti dell’alcol, muovendo dalla applicazione concreta della tesi dello psichiatra norvegese Finn Skårderud, secondo la quale all’essere umano mancherebbe 0,5 g di alcol per ogni litro di sangue – non a caso, il limite consentito per mettersi alla guida dopo aver bevuto – per avere un proficuo benessere psico-fisico.  

Solo superficialmente il film sembra essere una sperimentazione di questa tesi, per poi scoprire i suoi veri intenti concettuali. Non descrivere gli effetti di un esperimento mentale o psicofisico con l’alcool, ma indurre lo spettatore a compiere un esperimento mentale sul “vivere bene la vita” a partire dalla fenomenologia dell’alcol che il film costruisce. L’elemento del limite e del contegno, nel film, resta condizione necessaria per l’uso benefico dell’alcol. L’abuso è deleterio, e in questo senso, i quattro professori corrono il rischio di diventare, peccando di hybris, alcolisti. 

Una soluzione alla perdizione della modernità

Vinteberg propone immagini di leader politici europei che bevono (con eccezione dell’Italia…) e che parlano pubblicamente da ubriachi. Sia chiaro il fatto che il messaggio del film non è un incentivo o una esortazione ad ubriacarsi per operare e agire, ma di trovare il modo per stare bene e rompere con gli schemi capitalistici tradizionali dell’operare. L’indebolimento dell’agire, in un contesto di insoddisfazione generale, per lo più già depressivo, va oltre il realismo. Reclama una soluzione alla perdizione della modernità. E la indica nella ricerca di una soluzione alla miseria esistenziale che, a tutte le età, ci costringe ad abitare l’assenza di serenità mentale, nonché di motivi che ci spronino all’azione che vadano oltre gli sforzi per l’autoconservazione. 

In definitiva, i professori, si rendono conto che eccedere con l’alcol «non serve a niente» e che il punto è «accettarsi come soggetti fallibili. Amare gli altri e la vita» come viene suggerito dalla spiegazione di Kiergaard fatta da un loro studente durante l’orale della maturità. Nondimeno l’uso – e non l’abuso – di alcol viene, però, segretamente, inserito nel processo didattico. 

«Druk», il gioco alcolico

Druk

Nel film c’è un passaggio essenziale tra ciò che è bene per l’istruzione canonizzata dall’istituzione, e ciò che è efficace per l’apprendimento dei ragazzi. I professori, sotto l’effetto dell’alcol, sperimentano nuove metodologie didattiche basate sulle loro intuizioni e su un rimescolamento jazz del loro sapere disciplinare. Oltre il manuale, oltre la didattica convenzionale. Si istruisce in modo davvero propedeutico, insegnando ai ragazzi guadagnando in modo sano la loro attenzione. 

Druk è un film antifascista, contrario alla violenza nelle limitazioni, ma non all’educazione. Opposto all’imposizione della ferrea, snervante, e ansiogena disciplina, ma non alla razionalità. L’entusiasmo sollecitato dall’ebbrezza, fa riscoprire il gioco come prassi educativa. Ci sono regole da rispettare, attenzione da esercitare, obiettivo da raggiungere, ma anche fascinazione e divertimento. L’alcol è solo il suggestivo necessario per giocare.

L’ascesi alcolica

Druk

Druk lavora su vecchi stereotipi, per trovarne nuova linfa. Così l’alcol viene concepito come il nuovo strumento di cura sociale. Da viatico per uscire dall’istituzione, a strumento per ri-istituzionalizzare i giovani sotto pressione e i docenti apatici. La dialettica tra la rottura degli schemi e la seriosa attività professionale ed educativa, viene riconciliata dall’alcool inteso come “scintilla” del miglioramento e del benessere necessario per esprimere a pieno sé stessi. Il film vuole far emergere il fatto che il benessere è talmente assente nelle nostre malaticce società contemporanee della competenza, al punto che lo si riscopre in un depressivo disinibente quale è l’alcol, il quale, però, si rivela, in effetti, efficace tanto per chi lo usa, quanto per chi entra in contatto con chi ne fa questo tipo di utilizzo.

Ciò che Vinterberg ci invita a capire è che l’alcol non è da demonizzare e da allontanare dalla vita sociale. Il suggerimento è di impiegare ciò che abbiamo a disposizione per stare meglio e migliorarci. Non per autolesionismo, ma, semmai, per auto-miglioramento. Non per alimentare sentimenti e pulsioni negative, ma per far fiorire quelle positive. Questo è il messaggio che permea tutto il film, e che si raccoglie in modo schietto ed entusiastico dalla sequenza conclusiva. 

Druk

L’impiego psico-tecnico dell’alcol e la sua demistificazione, vengono lavorati da Vinterberg come temi cardine per arrangiare una puntuale invettiva – come è tipico della sua poetica – contro l’insofferenza, e l’indifferenza patologica, proprie del sistema sociale odierno. Mostrando un alternativa – politicamente scorretta quanto si vuole – ad un sistema che deve andare avanti da sé, sul quale si deve intervenire solo quando c’è un problema da risolvere, e che altrimenti deve essere supportato unicamente dalla passiva, ubbidiente, e anestetica attività di preservazione che lo perpetua. Sistema in cui si sviluppa la condizione umana depressiva, senza la quale l’alcol non potrebbe mai svolgere la funzione descritta. 


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Lorenzo Pampanini