«Il conformista», la normalità del male

Ad un anno dalla scomparsa di Bernardo Bertolucci (Parma, 16 marzo 1941 – Roma, 26 novembre 2018), per ricordarne il grande talento, la grande passione, la grande visione, si presenta il film che ha segnato la svolta nella sua carriera cinematografica, oltre che essere una delle massime vette artistiche del cinema italiano. Per una strana coincidenza avviene in questi giorni il compleanno di Alberto Moravia ( 28 novembre 1907), romanziere gigante, amico del regista, colui che ha fornito la materia grezza per la sceneggiatura del film, avendo scritto nel 1951 il romanzo Il conformista. Anni dopo, nel 1970, subito dopo aver firmato un piccolo gioiello targato RAI, La strategia del ragno, il regista entra in contatto con il romanzo, lo adopera, lo riscrive, traducendolo nella propria lingua cinematografica, tagliando e modificando alcune sequenze, per poi traslarle sullo schermo sfruttando tutte le potenzialità che la macchina da presa gli permette.

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Il Conformista

Trama – «Il conformista»

Il giovane funzionario fascista Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant ) viene incaricato dall’OVRA (la polizia politica fascista)  di uccidere il professor Quadri (Enzo Tarascio) , suo vecchio maestro, da tempo auto esiliatosi a Parigi nelle schiere antifasciste. Sfruttando la luna di miele con la moglie Giulia (Stefania Sandrelli), ragazza mediocre, lo raggiunge nella capitale francese per imbastirne la morte. Arrivato e preso contatto con il vecchio maestro, organizza una cena a quattro fatale. S’invaghisce infatti di Anna (Dominique Sanda), sua consorte. E questo sembra far vacillare i suoi piani. Intanto i ricordi del passato di Marcello affiorano lentamente per turbare le sue scelte…

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Marcello, la visione distorta dell’ambiguità

La grande differenza che si ravvisa rispetto al romanzo è la totale focalizzazione sulla psicologia del protagonista, per la ripresa e approfondimento della sua complessità psicoanalitica. Figlio di un padre pazzo (a causa della sifilide), e di una madre drogata che intrattiene rapporti occasionali con amanti diversi, le sue radici malate creano rami distorti. Questo complesso di Edipo insalubre viene sublimato nel rapporto con il professor Quadri, suo padre intellettuale, il quale per altro considera Marcello uno dei suoi migliori allievi.

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Marcello sfugge al mondo, ed allo stesso tempo vuol rimanere al centro. Questo desiderio viene reso magnificamente dalle sue inquadrature attraverso i vetri o nel riflesso degli specchi negli appartamenti. Personaggio doppio, che anela alla normalità, al conforme, Marcello nasconde e reprime la propria omosessualità. Se ne viene a conoscenza, durante uno dei tanti flash back presenti nel film, mediante il ricordo dell’episodio di molestia sessuale (sebbene nel film non si nasconda il suo iniziale piacere) subito da ragazzino da parte di Lino (un autista) che però uccide inavvertitamente. Il presunto omicidio di Lino è simbolo del rifiuto della sua omosessualità e la ricerca di una normalità borghese: il matrimonio con Giulia e, in seguito, l’invaghimento per Anna. La moglie del professore diventa iconica: da un lato rappresenta la donna ideale, l’amante perfetta; dall’altro anch’ella è omosessuale, attratta da Giulia, in uno scambio di desideri e ambiguità che ben rappresentano la labirintica psicologia di Marcello, mai nudo anche nelle scene di passione con la propria consorte, in una sorta di paura immanente delle proprie radici maschili

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Borghesia, il vero male

Alberto Moravia, nella sua lunga produzione scritta, ha sempre sostenuto di voler mantenere e tradurre in storie la filosofia di Freud e Marx, suoi padri spirituali. Appurata poco sopra la presenza psicoanalitica, l’altra grande protagonista del film è la borghesia italiana. In particolar modo, la cecità diventa il carattere più tipico di questa classe sociale; il più caro amico di Marcello è Italo Montanari, un cieco che legge i proclami propagandistici del regime alla radio. Alla festa per il matrimonio di Marcello e Giulia sono tutti ciechi, e anche il protagonista è costretto ad adattarsi a questa difficoltà visiva culturale, incapace di comprendere la portata degli eventi storici. Marcello vuol sentirsi come tutti, per questo aderisce al Fascismo. Ma si potrebbe dir meglio: la borghesia è sempre e sostanzialmente conformista, e per questo motivo diventa fascista. Non il contrario. Un punto importante, una lezione imperitura su questa classe spersonalizzante, vuota e piena di stereotipi. Così come, nella scena finale di caduta del fascismo nel ’43, tutti saranno pronti a salire sul carro della nuova nascente Italia.

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Da non dimenticare, nella grande rappresentazione del periodo di regime, la scenografia di interni creata da Ferdinando Scarfiotti (il ministero, la radio, l’ospedale psichiatrico, il bordello di Ventimiglia) che da un lato calca la mano sul razionalismo architettonico, alienante per il singolo, dall’altro riprende la pittura metafisica di Giorgio De Chirico, dove la presenza di umanità viene a scomparire. Menzione speciale per il lavoro enorme del fotografo Vittorio Storaro, capace mediante le scelte cromatiche più sofisticate ed elaborate, di far esplodere le contraddizioni latenti di un sistema conforme, ma malato.

Stefano Sogne

Amo le storie. Che siano una partita di calcio, un romanzo, un film o la biografia di qualcuno. Mi piace seguire il lento dispiegarsi di una trama, che sia imprevedibile; le memorie di una vita, o di un giorno. Preferisco il passato al presente, il bianco e nero al colore, ma non disdegno il Technicolor. Bulimico di generi cinematografici, purché pongano domande e dubbi nello spettatore.
Stefano Sogne