«Judy» il biopic con una Zellweger da Oscar

Presentato ad agosto 2019 al Telluride Film Festival e in Italia ad ottobre, in occasione della Festa del cinema di Roma, dal 30 gennaio è nelle sale Judy. Diretta da Rupert Goold, la pellicola è tratta dal dramma teatrale End of the Rainbow dell’inglese Peter Quilter, incentrato sulla diva Judy Garland. Il film ha già fatto parlare di sé grazie alla sua interprete Renée Zellweger, che sta vivendo la stagione degli awards più prestigiosi da indiscussa protagonista.

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Judy

«Judy» la trama

Il film si apre con un primissimo piano di una giovane Judy Garland, sul set del film che ne consacrerà la fama e ne garantirà il ricordo: Il mago di Oz (1939). Poi il set cinematografico sparisce e, con esso, la sua magia. Con un salto temporale di trent’anni, viene mostrata una Judy deperita, affaticata e sommersa dai debiti e per questo costretta ad accontentarsi di comparsate e apparizioni in piccoli e squallidi teatri. Spaventata dall’eventualità di poter perdere la custodia dei figli, a causa della sua instabilità economica, la cantante decide di accettare una vantaggiosa offerta di lavoro che la porterà ad esibirsi Londra. Lì trascorrerà gli ultimi tribolati mesi della sua vita.

Il prezzo del successo

Per una narrazione completa della carriera di Judy Garland, un film probabilmente non sarebbe bastato. L’artista, infatti, ha calcato le scene fin dai primissimi anni di vita e non ha mai abbandonato il palcoscenico, fino alla sua morte.

Tale rapporto simbiotico della donna con lo spettacolo è uno degli aspetti fondamentali del film di Rupert Goold, che, concentrandosi sul periodo più problematico e infelice della vita della Garland, ne ritrova le cause negli albori della sua carriera. Così, frequenti flashback portano lo spettatore nella Golden Age hollywoodiana, rivelandone gli aspetti più oscuri e mostrando una giovane Judy vessata dagli impegni incessanti e dai ritmi logoranti di un’industria – quella cinematografica – che non faceva sconti a nessuno, tanto meno a una delle sue star più adorate e promettenti. È quindi sui set dei film che il pubblico ha amato – e ama tuttora – dove Judy interpretava ragazze innocenti, genuine e spensierate, che hanno inizio le insicurezze, l’instabilità e le dipendenze di cui l’attrice non si libererà mai.

Judy

There’s no business like show business

Nonostante le difficoltà, quella di Judy con lo spettacolo è, in fondo, una storia d’amore. Il mondo che l’ha spezzata è anche quello di cui lei non può fare a meno. Le luci, gli applausi e i complimenti sono il nutrimento di una donna che sul palco si trasforma e ogni volta rinasce, per poi però irrimediabilmente tornare vittima, dietro le quinte, della propria fragilità.
L’ammirazione dei fan, così indispensabile, si dimostra, tuttavia, irrimediabilmente insufficiente. Allora, quando i riflettori si spengono, Judy avverte l’incapacità, da parte di un amore in forma di mera adorazione, di colmare i vuoti e curare le ferite più profonde.

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Una Londra claustrofobica e un’infanzia di cartone

Gli spettacoli londinesi furono per Judy Garland un compromesso: una possibilità di guadagno, per poi poter tornare dai suoi figli e garantir loro una stabilità. Tale senso di costrizione è reso nel film dalla riproposizione delle stesse ambientazioni. La protagonista si muove tra stanza d’albergo, teatro e camerino come in una gabbia, sempre più gracile ed esitante sera dopo sera.

Un altro aspetto eloquente in rapporto alle ambientazioni riguarda i flashback: l’infanzia di Judy viene mostrata e raccontata esclusivamente all’interno di set cinematografici e teatri, evidenziando come ogni altro aspetto della sua vita e della sua persona fosse stato cancellato, sacrificato alla ricerca del successo, per poi non essere mai più ritrovato. L’identificazione vita-spettacolo, infatti, sarà per Judy drammaticamente irreversibile.

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«Judy», un’incantevole Zellweger

Quella di Rupert Goold non è una celebrazione, ma un ritratto, che non nasconde, ma anzi sottolinea, la schiena ingobbita e le rughe – tanto esteriori quanto interiori – della sua protagonista. Renée Zellweger si è preparata a lungo per questo ruolo – particolarmente impegnativo dal punto di vista sia recitativo che canoro – e il risultato è un’interpretazione che convince e conquista. Il mimetismo non è totale: Garland e Zellweger convivono nel corpo dell’attrice de Il diario di Bridget Jones, senza però che la credibilità del personaggio venga minata e portando sullo schermo un’interpretazione che vale la visione del film e anche, con ogni probabilità, il premio Oscar.

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Cristina Sivieri