Poco dopo essere aggiunto al catalogo Netflix, KPop Demon Hunters è diventato uno dei contenuti più popolari, non solo grazie alle visualizzazioni degli abbonati. Sembra infatti che le stesse star del KPop stiano manifestando un fervente interesse, tanto da reinterpretare le canzoni del film e condividere il loro entusiasmo sui social network.
Diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans e prodotto dalla Sony Animations Pictures, KPop Demon Hunters mette insieme elementi fantasy, un’animazione brillante e gli elementi più emblematici dell’industria musicale sudcoreana. Il risultato è assurdamente verosimile, ricco di riferimenti mirati a far sussultare i seguaci del KPop: ciononostante, la pellicola si lascia amare anche dai non fan, se non altro per la sfilza di hit in colonna sonora.
KPop Demon Hunters, di cosa parliamo?

Rumi, Mira e Zoey sono i membri di uno dei gruppi K-Pop più famosi della Corea (le Huntr/x), con un’importante missione da compiere: le loro voci, supportate dall’energia del fandom, assicurano infatti l’integrità e il rafforzamento dell’Honmoon, lo scudo che impedisce ai demoni di infiltrarsi sulla Terra e rubare anime per il loro sovrano, Gui-Ma. Un gruppo di demoni mascherati da KPop band, i Saja Boys, potrebbe riuscire a distruggere dall’interno quella barriera, ponendosi come rivale musicale delle Huntr/x e impadronendosi del fandom, ergo, la fonte del loro potere.
KPop Demon Hunters mescola tecnica ed emozione
Per prima cosa, KPop Demon Hunters è realizzato a regola d’arte: la tecnica d’animazione sa il fatto suo, e un insieme di features (grafiche e sonore) lo rende un film da riguardare e ammirare ogni volta.
I colori che ne arricchiscono la palette sono gli stessi di cui il mondo del KPop si è sempre servito; pervadono scenari e personaggi del film, che si tratti di demoni, cacciatrici o gente comune. Elementi sovrannaturali e non convivono senza il minimo sforzo nella pellicola, accomunati da brillantezza, fluorescenza e vibranti bagliori. Ma è la musica, in ogni stante, a lasciare l’impronta più duratura.
In KPop Demon Hunters cantano voci a dir poco maestose, come quelle di Ejae, Andrew Choi, Audrey Nuna e Rei Ami: talenti spesso posti al servizio di artisti meno dotati ma baciati dalla fama mondiale, e i cui volti in pochissimi distinguerebbero in mezzo alla folla. Una scelta encomiabile da parte della produzione che avrebbe potuto ingaggiare star sudcoreane affermate, e ha invece optato per la valorizzazione di nuove star.
Il soundtrack di KPop Demon Hunters è, di fatto, composto solo da hit, che del KPop rappresentano appieno le sfumature. Alla canzonetta dal testo scarno ma tanto orecchiabile da lasciarsi ballare, si affianca il beat travolgente di tracce manifesto delle band e del loro appeal. Eppure a prevalere sono pezzi di grande spessore in cui chiunque, leggendo i testi, riuscirebbe a identificarsi: la prova che il KPop non è solo Blackpink e balletti da trend, ma musica con un’identità complessa e dai mille colori.
KPop Demon Hunters, specchio di controversie

Non è chiaro se sia lo scopo di KPop Demon Hunters o un’astuta, conveniente scelta narrativa; in ogni caso, il film parla di KPop e lo fa per bene, seppure senza dilungarsi in spiegoni o contestualizzare. Forse è proprio questa una delle sue poche limitazioni: senza un minimo di familiarità con certe dinamiche, KPop Demon Hunters è solo intrattenimento di qualità, se invece si sguazza nell’industria del KPop il film regala ogni dieci minuti sorrisi d’intesa.
Per i già fan in particolare, KPop Demon Hunters è il ritratto dettagliato di dinamiche che si ripetono ogni giorno nel mondo reale, dietro ma soprattutto davanti le telecamere: la denuncia implicita dell’industria musicale sudcoreana, che si serve spietatamente della malleabilità dei fandom e celebra un’irragiungibile perfezione.
I Saja Boys rappresentano l’apice di tutto questo, insieme all’aridità musicale che invade il KPop: la canzone povera di sostanza, orecchiabile, ballabile, di cui ci si scorda all’arrivo in TV della prossima hit. Di contro le Huntr/x rappresentano il meglio di questa industria, per lo meno quello che i fan consapevoli sperano possa essere meglio valorizzato: melodie più che orecchiabili accompagnate da buoni testi, in cui è possibile ad ogni ascolto ritrovare un pezzetto di sé. Il fandom è il punto di intersezione di questi due mondi; del fandom, infatti, KPop Demon Hunters enfatizza il ruolo, nel bene e nel male (si pensi al senso di devozione per gli artisti, che spesso degenera in tossicità).
Perché guardare KPop Demon Hunters (anche più di una volta)

KPop Demon Hunters è un elogio alle differenze, un incitamento ad accettare il bagaglio che portiamo dietro. Il film ribadisce in diverse occasioni che tutti noi nascondiamo al mondo delle cicatrici, che proprio quelle nel tempo ci rendono ciò che siamo, e che senza di loro buona parte della nostra essenza scomparirebbe.
Il film si presta a farsi guardare almeno due volte: la prima per restare sorpresi e la seconda per goderselo ancora di più; forse meglio in compagnia di qualcuno che apprezza il KPop, o che almeno ne conosca le controverse sfaccettature. In caso contrario, si rischia di non apprezzare la pellicola pienamente, nello specifico la capacità di raccontare una realtà viva sfruttandone gli aspetti a beneficio di una trama fantasy. KPop Demon Hunters sarebbe comunque un film piacevole da guardare, soprattutto grazie a una colonna sonora adatta a chiunque, che si fa cantare a ripetizione.
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