Basta uno sguardo per trasmettere la peste. È questa la credenza popolare. Due uomini che si innamorano o che si sono già innamorati, guardandosi soltanto nella profondità dei loro occhi. La Misteriosa Mirada del Flamenco (titolo internazionale The Mysterious Gaze of the Flamingo) di Diego Céspedes, vincitore del Premio Miglior Film Un Certain Regard a Cannes 2025 e presentato ora Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, racconta di un Cile polveroso e minerario, di una teoria irrazionale che si spande come macchia aberrante e di come invece invertirla con l’amore, attraverso i codici del western più magico.
La Misteriosa Mirada del Flamenco, lo stigma dietro l’AIDS

Anni ’80, Cile settentrionale. Lidia (Tamara Cortes) è un undicenne che cresce in un’adottiva e allargata famiglia queer che le dona tutto l’amore possibile. Ma la comunità è minacciata dall’arrivo di una misteriosa malattia che si dice si trasmetta con un solo sguardo tra uomini innamorati, e che in quel luogo di affetto sereno e stabile trova il destinatario di tutti i suoi pregiudizi più pericolosi.
Come in Alpha di Julia Ducournau, anche ne La Misteriosa Mirada del Flamenco l’enigmatica malattia non viene mai chiamata per nome, definita più dalla nomea e dallo stereotipo della sua trasmissione. Ma in entrambi i casi è evidente il richiamo al virus dell’HIV, che nello stigma che la vuole rendere malattia culturale più che infettiva cresce sottopelle ancor prima che compaiano i sintomi, che inizi a nutrirsi del nostro sistema immunitario fino a deprimerlo del tutto. Così accade a Flamenco (Matías Catalán), in quella famiglia espansa la figura materna per Lidia, malaticcia e febbrile, con i linfonodi ingrossati e una stanchezza che stenta ad andare via.
Ma ne La Misteriosa Mirada del Flamenco non sono i sintomi a creare la patologia, ma lo sguardo torbido di due amanti notturni, solo per il fatto di esserlo, di averli visti farlo in segreto davanti agli occhi inorriditi dei presenti. Sono malati perché il passaggio logico non è di preoccuparsi per la loro salute, per una malattia che in quegli anni non ha ancora una cura «nemmeno nei paesi più grandi», ma per una visione discriminatoria che patologizza il desiderio, di travestite o donne (come tutta la famiglia al completo di Lidia) che senza paura lo rivendicano con fierezza di fronte alla transfobia dilagante.
La vera premura subliminale e latente anche ne La Misteriosa Mirada del Flamenco è infatti di un progetto epurativo di salute pubblica, che deve escludere dalla società chi considera immorale e depravato, scriverlo cubitale con la vernice rossa sulla rispettiva casa, in modo che quella malattia invisibile vi rimanga confinata, in un’operazione di restrizione e coercizione totale.
La Misteriosa Mirada del Flamenco, sguardi che passano dalle immagini

Così l’immunologo Fernando Aiuti nel 1991 viene immortalato mentre bacia una sua paziente venticinquenne sieropositiva: l’arte fotografica ne dimostra scientificamente l’assenza di contagio. Così Oliviero Toscani, controverso fotografo contro ogni morale, inquadra corpi nudi e fondoschiena segnati dal marchio “HIV Positive” per una campagna pubblicitaria (tra le tante sul tema) di United Colors of Benetton1. L’immagine non si nasconde, non ha paura di mostrarsi.
Allo stesso modo La Misteriosa Mirada del Flamenco non si concentra sul corpo infermo di una malattia senza nome, ma privilegia invece la mutazione allegorica di uno sguardo, la metamorfosi di uno spazio intimo e passionale giudicato sotto le storture degli occhi altrui, fermi sempre un attimo più del dovuto sull’amore di altri, con un ghigno pieno di disgusto. «Perché ci innamoriamo se è così pericoloso?» chiede Lidia innocente. «Perché cacciare o essere cacciati è inevitabile».
In quel villaggio del Cile minerario, di pozze fangose e colline che svettano tra colate di lava che le tagliano perfettamente a metà, sono ancora una volta gli uomini ad approfittarsi dei corpi, prima ancora di guardarli. Così ne La Misteriosa Mirada del Flamenco il destino della malattia per tutta la famiglia queer di Lidia sembra un doloroso ma efficace effetto collaterale. Perché ogni volta che una «bestia del deserto» si addentra nel corpo di una di loro in un rapporto sessuale forzato, lo sguardo li punisce, qualcosa si sviluppa in chi ha osato profanarle. La vendetta è compiuta, anche se il costo di esserne malati rimane per entrambi, con l’amore che arriva talvolta a smorzarne le ferite.
Diego Céspedes, con La Misteriosa Mirada del Flamenco all’opera prima, lavora anche stilisticamente su tutte le infinite possibilità dello sguardo (il gaze in senso teorico e filosofico): di quelle donne impavide e orgogliose che guardano ovunque imponenti dalla loro prospettiva sempre ospitale, di minatori che invece guardano altrove, coprendosi gli occhi con le stesse mani che poi avanzano feroci sul corpo delle altre (a parte dolcissime e confinate eccezioni), e di Lidia che progressivamente inizia un viaggio personale per scoprire di più di quella famiglia, della malattia che la sta decimando, delle radici di ogni sguardo correlato.
La Misteriosa Mirada del Flamenco, la forza della comunità

La Misteriosa Mirada del Flamenco soffre forse di una sceneggiatura non sempre così brillante, che si perde a tratti alcune linee narrative, sospese all’improvviso e poi recuperate troppo tardi. La vendetta di Lidia, per esempio, che dopo l’uccisione brutale della sua adorata Flamenco diventa motore d’azione iniziale, si annacqua tra le altre riflessioni già illustrate per poi riscattarsi solo dopo, in una cornice western dai colori accesi però davvero impressionante: il deserto solcato dai fischi, i revolver che sparano saldi al centro perfetto dell’inquadratura, e dietro, in secondo piano, il sangue che si imprime per sempre sull’immagine.
Ma la forza prorompente di La Misteriosa Mirada del Flamenco risiede soprattutto in quella comunità che a Lidia funziona da famiglia, ad accompagnarla assieme a un amore personale di carattere più adolescenziale. Un gruppo di donne dalle più disparate identità e qualità, che per iniziativa della sua fondatrice prendono i nomi dall’animale guida che più le rappresenta: Flamenco è quel bambino paffuto dalle gambe esili e lunghe come un fenicottero (flamenco in spagnolo appunto), ma così anche Boa, Aquila, Leonessa, Piranha. È un nucleo di comunità solido e affiatato, che rappresenta ciò che sappiamo ancora oggi possa fare la differenza a livello politico, riuscendo a trasformare in lotta ogni stigma. «Posso essere una puttana, una bugiarda, ma mai una disertrice».
Le comunità sono infatti lo strumento più potente perché ingestibile e incontrollabile agli occhi di chi vorrebbe invece silenziarle. La famiglia di Lidia sembra ne La Misteriosa Mirada del Flamenco la traslazione perfetta e magmatica della comunità LGBTQ+ come la conosciamo oggi: persone diverse, non solo transgender, ma fluide in senso lato, identificate in se stesse, non in etichette, tantomeno biologiche, di sguardi e categorie altrui. In quel Cile isolato e desolato ai margini del desiderio, un saloon accogliente e aggregativo trova ancora posto, perché sia l’amore e non l’HIV a essere contagioso senza mai diventare infetto.
La biologia non basta, non basta a spiegare l’ondata di odio per una malattia che mieteva vittime anche tra i sieronegativi, non basta per ridurre un individuo al mero corredo cromosomico (come qualcuno vorrebbe ancora fare oggi) e non basta nemmeno per limitare il concetto di famiglia a qualcosa che riguarda solo la nascita e la natura. Il cinema ancora una volta è quello strumento di rivolta che nell’immaginazione e nel mito (inventato, reinventato e decostruito) è capace di andare oltre. Non siamo soltanto corpi che pulsano, siamo corpi che vogliono vivere. E prima o poi anche la biologia se ne dovrà rendere conto.
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- per approfondire: Oliviero Toscani, Ne ho fatte di tutti i colori. Vita e fortuna di un situazionista, La nave di Teseo, 2022 ↩︎
