Hanna Heckt è Alma ne Il Suono di una Caduta (Sound of Falling), una bambina della Germania degli anni '10 che si intreccia ad altre generazioni di donne successive sempre nella stessa casa

TFF 43 – Il Suono di una Caduta, autopsia di una memoria familiare

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8 minuti di lettura

Sopra un antico cassettone di legno si stagliano incorniciate vecchie fotografie di famiglia, ma non rappresentano semplici santini commemorativi, sono piuttosto il riflesso dei propri fantasmi in cui trovarsi già morti fin dal principio. Il Suono di una Caduta (Sound of Falling) di Mascha Schilinski, vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2025 e presentato Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, è un’epopea tragica e gotica sulla memoria, di storie e destini genealogici intrecciati nelle pareti di una casa prima ancora che siano abitate.

Il Suono di una Caduta uscirà nelle sale italiane dal 26 febbraio 2026 distribuito da I Wonder Pictures.

Il Suono di una Caduta, psicoanalizzare lo spazio

Una scena del film Il Suono di una Caduta (Sound of Falling) di Mascha Schilinski, che intreccia la storia di quattro generazioni di donne attraverso i traumi della storia e del tempo

In una fattoria dell’Altmark, nella Germania del Nord, si intersecano quattro diverse generazioni di donne: Alma (Hanna Heckt), Erika (Lea Drinda), Angelika (Lena Urzendowsky) e poi Lenka (Laeni Geiseler). Traumi e ricordi che scorrono dall’inizio del Novecento fino ai giorni nostri, alla Heimat di Edgar Reitz, con fastidi, malesseri, presagi di morte da viversi sulla pelle, tra gambe amputate da fingere in segreto, sessualità disvelate di fronte a uno zio, ma anche domestiche sterilizzate perché possano concedersi (forzatamente) senza conseguenze. Sono gli spazi liminali di Auschwitz de La zona d’interesse, con la Storia che accade accanto alla fine degli altri, all’apice massimo della disintegrazione umana. «Ciò che è malvagio magari è anche buono».

Come in Here di Robert Zemeckis, è il tempo ad arredare lo spazio, mettendoci dentro le sue impercettibili scosse, le ombre che la Storia porta a compimento, deformandole dall’interno con il nastro rotto e riavvolto contro ogni linearità. Così l’arredamento ne Il Suono di una Caduta cambia all’improvviso, in uno stacco di montaggio dagli anni ’10 arriva agli ’80, i corpi decomposti in un battito di ciglia, dalle prime gite al fiume in cui rotolare fino a scomparire, i thermos in cui specchiarsi per provarsi un nuovo paio di occhiali alla moda, la fattoria con il fienile ora ristrutturata in residenza estiva per le vacanze.

Proprio come in Here l’inquadratura contiene già tutti quei tempi, multipli e moltiplicati in sogghignanti sguardi complici tra i personaggi, che il cinema rimaneggia e confonde in suggestioni e parallelismi che tendono i fili invisibili comunque già presenti in partenza. Per questo la regia di Mascha Schilinski, ne Il Suono di una Caduta all’opera seconda dopo l’esordio Dark Blue Girl, predilige l’assoluto rigore formale con una predisposizione estetica ed estetizzante al di sopra della classica narrazione consequenziale, intercettando impressioni che via via sfumano dal tentativo riduzionistico di riassemblarsi ordinatamente (soprattutto nella seconda parte ancora più disorganica e frantumata), come di fatto sarebbe inutile farlo per ogni ricordo ormai contaminato da altro.

Una scena del film Il Suono di una Caduta (Sound of Falling) in cui Hanna Heckt interpreta Alma, una bambina curiosa che si ritrova immersa nelle memorie del suo futuro e delle generazioni che seguiranno

Il Suono di una Caduta è piuttosto cinema di sguardi e di dettagli, di memorie percettive che si avvelenano in traumi, di immagini che si ereditano attraverso le pareti, a imprigionare per sempre presentimenti superstiziosi e fatali. Quella casa contadina si allarga con tutte le presenze femminili attorno ai suoi confini, in stanze proibite che rigurgitano sulla lingua un sapore acido anche se la soglia non è mai stata varcata. In ognuno di quegli anfratti tutti i personaggi, chi prima chi dopo, insinueranno infatti il loro sguardo, oltre le fenditure e le fratture del tempo da cui spiare sempre un altro e un altrove.

Mascha Schilinski struttura così un processo psicoanalitico di carattere prettamente spaziale, destinato alla casa, alle sue rimembranze geografiche post mortem. Dove in A Ghost Story di David Lowery un singolo e solo fantasma infestava la sua casa per amore disperato, per un corpo cancellato, ne Il Suono di una Caduta sono gli occhi a essere assediati dai multipli e troppi spettri del tempo, i traumi ereditati dallo sguardo che brulicano sempre tra pareti oltre cui sgattaiolare lesti.

Il Suono di una Caduta, insinuarsi attraverso la soggettiva

Nel raccontare le diverse storie delle sue protagoniste – i giochi apparentemente innocenti, le domande inopportune, le cadute dall’alto, da titolo, fatte passare per incidenti – Il Suono di una Caduta accavalla anche diverse genealogie di immagini, dal banco ottico alle prime polaroid, la limpidezza nitidissima e abbagliante del digitale che regredisce a una pasta grezza e materica che sporca il vetro dell’obiettivo a sfumare e sfocare tutto fin oltre i suoi contorni. Ma anche quando anguste serrature mascherano e circoscrivono i bordi dell’inquadratura, si riesce comunque ogni volta a passare attraverso, come per i perimetri evaporati e trasparenti del piccolo villaggio su plancia piatta di Dogville di Lars von Trier.

Una scena del film Il Suono di una Caduta (Sound of Falling), in cui la regista Mascha Schilinski ribalta la concezione classica della soggettiva con inquadrature mascherate da serrature di porte

L’aspetto più affascinante de Il Suono di una Caduta, che lo rende così spiccatamente adatto ad essere vissuto più che raccontato, riguarda soprattutto l’utilizzo anticonvenzionale della soggettiva, che si sottrae qui alla solita grammatica filmica che la vorrebbe mera imposizione di un unico punto di vista. Ne Il Suono di una Caduta la macchina da presa si posiziona infatti sempre al centro di un’interazione simbiotica e perversa, mentre nel campo opposto uno sguardo minaccioso e cosciente si rivolge diretto allo spettatore: qualcosa ci attraversa ancora una volta, nella consapevolezza di essere guardati non sappiamo più a chi appartiene quel punto di vista. «Ero io a guardarli di nascosto mentre loro guardavano me» dice Angelika in riva al fiume.

Così allo stesso modo, quando voci fuori campo di diverse figure femminili invadono con insistenza l’inquadratura, non risolvono mai la linea narrativa di quell’aggrovigliato enigma, ma sigillano soltanto quello sguardo, sono voci che hanno già visto tutto, un segreto visivo che è ormai stato svelato, il meccanismo idiosincratico che ha trovato irreversibilmente posto infettandoci nelle nostre immagini più traumatiche. Come il toro agonizzante di Pomeriggi di solitudine, gli occhi conoscono più della realtà, sappiamo sempre di essere guardati, inquadrati da una macchina da presa che ci sta immortalando contenendo già la nostra fine. A quello sguardo traumatico, ci dice Il Suono di una Caduta, non troveremo mai scampo.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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