About a Hero di Piotr Winiewicz su un deepfake di Werner Herzog che indaga sulla scomparsa misteriosa di un operaio in una fittizia fabbrica tedesca

TFF 43 – About a hero, errare humanum est

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8 minuti di lettura

L’errore è la forma mentis che ci unisce a un’immagine generativa. Nato tra le infinite copie somiglianti di un algoritmo emulativo, l’imprevisto, confuso e travestito in un mare di accuratezza, è ciò che rende così falsamente reale quell’immagine. Non la rivolta della macchina sull’uomo, ma la macchina stessa che ci ricorda quanto potenziale creativo abbia ancora un errore nel poter generare qualcosa di nuovo.

Parte da una di queste tante storie generate più che inventate, About a hero di Piotr Winiewicz, nel Concorso Documentari al 43° Torino Film Festival, su un Werner Herzog inesistente, parallelo, come uno dei tanti deepfake del contemporaneo, che indaga in voce sulla misteriosa morte di un operaio, ma intanto con ironia e sarcasmo rompe, tra incongruenze e inesattezze,il nostro sguardo.

About a hero, una storia addestrata su Herzog

A Getunkirchenburg, fittizia metropoli dalle tinte lynchiane, muore misteriosamente Dorem Clery, un operaio di un’antica fabbrica di elettrodomestici ora riconvertita alle ultime frontiere della tecnologia. Werner Herzog decide di indagare su quell’arcano enigma. Solo che la sua immagine, inquadrata da dietro in sfumate fisionomie poco aderenti alla realtà, è un deepfake, una figura emulativa, così anche la sua ricerca ai confini dell’umanità risulta soltanto una sceneggiatura scritta da un’intelligenza artificiale, dal nome paradigmatico Kaspar, addestrata sulla sua intera produzione filmica.

Vicky Krieps in una scena del film About a Hero di Piotr Winiewicz che utilizza immagini reali e generate artificialmente per indagare il ruolo della tecnologia nelle nostre vite

Parte da una semplice provocazione About a hero, dalle dichiarazioni di Werner Herzog (in esergo al film) in cui affermava che «un computer non sarà in grado di creare un film bello quanto i miei per almeno altri 4.500 anni»1. Piotr Winiewicz discute sarcasticamente su quella certezza, confutando una certa tecnofobia che da sempre demonizza i nuovi mezzi, il progresso che arriva e apre nuove porte alla creatività, con quell’ostinazione con cui si è rifiutato fin dal principio il cinema stesso, l’avvento del sonoro, l’animazione digitale (a riguardo Emanuele Rauco ha dedicato di recente una delle ultime sue newsletter).

About a hero decide deliberatamente di essere di parte, dall’altra parte, di tralasciare con fierezza il controcampo biologico (in fondo è già tale l’intera nostra storia dell’arte), per concentrarsi proprio su quell’imputato artificiale che abbiamo sempre posto a processo dalla sua stessa nascita, giudicandolo diverso soltanto per difetti e mancanze. Herzog indaga così un mistero incoerente e inattendibile che riflette in parallelo i temi del film stesso: il progetto di costruzione (e funzionamento) di un’Infinite Machine, una macchina assoluta e futuribile capace di emulare perfettamente l’uomo, assisterlo 24 ore su 24, persino in una dimensione adattativa erotica e passionale. Ma qual è il limite comprensibile di quella crescita tecnologica? Può esistere ancora un’etica nel suo sviluppo?

About a hero, il falso è reale

Al giorno d’oggi non si può ragionare di AI senza ragionare di uomo, ma non si può (ormai) neanche ragionare di uomo senza ragionare di AI, perché siamo già immersi nelle stesse contaminazioni, in un tempo che richiede unitariamente di interfacciare l’uno all’altro. In About a hero Herzog appare principalmente come una voce rauca e vagamente metallica, priva di dinamica, ma che sembra comunque preservare ancora il suo timbro originale. Cos’è reale allora in quella somiglianza? Cosa rende nel concreto qualcuno un impostore, una copia sintetica di tante altre?

Piotr Winiewicz sfrutta una sceneggiatura generativa (ottenuta con modelli linguistici sviluppati specificatamente per l’occasione) facendola prendere forma sotto i nostri occhi, in cartelli con le scene verbalizzate in Courier rosso fuoco ad anticipare su schermo il segreto drammaturgico di quello che vedremo poco dopo. Interviste, deepfake, materiale girato dal vero, con location e attori (tra gli altri anche Vicky Krieps e Imme Beccard), e poi lasciato talvolta trasformare dall’AI per aggiungere un tocco macabro, fuori posto, vagamente orrorifico persino nella sua estrema ironia. Così si alternano glitch nervosi, interferenze anatomiche che mettono in moto muscoli inesistenti, ripetizioni violente di tremori oculari battenti. «Ti fidi di quello che vedi?» ci chiede un Herzog simulato in voce.

La Cina lo chiama Shanzai, il falso valido quanto il vero, il telefono contraffatto vendibile da un piccolo magazzino come fosse di marca, dai creativi e similari nomi parodistici (Samsing, Hi-Phone), e proprio per questo, per un continuo e flessibile processo di decreazione, assimilabile comunque a un’opera d’arte trasformativa2. È in fondo lo stesso principio della replica, dell’apografo letterario traslato in About a hero sul visivo documentario, il manoscritto ricalcato dall’originale, senza che assuma mai il risultato del plagio o della profanazione. Perché quel pastiche artistico rappresenta l’incoronazione postmoderna e intertestuale della contaminazione, dell’incontro miscellaneo e imitativo tra le parti, i mezzi, le intersecate ispirazioni, sempre soggette a un’inarrestabile metamorfosi.

About a hero, in difesa dell’errore

Una scena del film About a Hero di Piotr Winiewicz, provocatorio documentario con protagonista una versione di Werner Herzog generata con l'intelligenza artificiale

In un’epoca travolta dalla perfezione e dalla performance, ci viene così richiesto di piegare il corpo a un impeccabile controllo algoritmico, che considera cadere e sbagliare come sintomi di un fallimento umano più grande. About a hero riafferma invece il valore di quell’errore, di un abbaglio statistico che ci unisce e ci perfeziona ancora di più, più vicini alla macchina e per questo costretti a riscoprirci più vulnerabili in sua presenza, come eroi, da titolo, che «sognano cose insolitamente comuni», in costante divenire in ognuna di quelle immagini e immaginazioni.

In About a hero è Herzog stesso, rompendo la quarta parete del suo meccanismo generativo, a rassicurarci che in quella «folle creazione senza senso» è normale non capire nulla, che è perdonabile il nostro fastidio e la nostra noia, per la prevedibilità e la ripetizione del mostrato. Occorre insomma recuperare non tanto la paternità delle nostre opere, con la presunzione di una qualche superiorità aprioristica, ma tornando a essere quell’uomo che sbaglia, che crea arte generando errori, ancora più efficacemente di una macchina.


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  1. Herzog Tells NFS: ‘A Computer Will Not Create a Film as Good as Mine in 4,500 Years!’ | No Film School ↩︎
  2. per approfondire: Byung-Chul Han, Shanzhai. Pensiero cinese e decreazione, Nottetempo, 2025 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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