Pur avendo 82 anni di età, Werner Herzog è inarrestabile. Fresco vincitore del Leone d’Oro alla Carriera, il regista bavarese di Aguirre, Flagello di Dio, Nosferatu: il principe delle tenebre e Fitzcarraldo, arriva all’82. Mostra del Cinema di Venezia anche per presentare, Fuori Concorso, Ghost Elephants, il suo ultimo progetto prodotto da National Geographic e Sobey Road Entertainment in cui segue un gruppo di ricercatori nella loro spedizione alla ricerca di una specie mai avvistata prima di elefanti, i cosiddetti “elefanti fantasma”.
Credits: Stephanie Cornfield
Un progetto sentito – come tutti quelli di Herzog, d’altronde – che più che raccontare di una creatura mistica e inafferrabile finisce per diventare un’esplorazione accorata di un’umanità sognatrice, ancora speranzosa e pronta a sfidare la natura e i propri limiti per raggiungere i propri obiettivi.
Un modo umanista e naturalista di fare spedizioni

In Ghost Elephants, Werner Herzog segue una spedizione, capitanata dall’ornitologo Steve Boyes, che ha come obiettivo quello di avvistare un branco di “elefanti fantasma”, una sottospecie fino ad allora non avvistata né riconosciuta dalla comunità scientifica e caratterizzata da una stazza particolarmente importante. Nel seguire tale spedizione – realizzata da una squadra composta dai migliori cercatori di elefanti, la maggior parte dei quali discende da antichissime popolazioni autoctone dell’Africa centro-meridionale – il regista tedesco inquadra e si avvicina ai diversi membri del team, alla loro cultura, ai loro usi e ai loro sogni.
Fin dalla prima inquadratura, è chiaro che per Herzog gli elefanti sono solo un pretesto per raccontare qualcos’altro; Ghost Elephants, infatti, si apre con un’inquadratura in cui uno dei membri della spedizione, Xui, sta prendendo le sembianze e le movenze di un elefante, quasi fosse posseduto dal suo spirito. L’uomo agita la proboscide, barrisce, si muove in modo cadenzato occupando lo spazio proprio come farebbe l’animale che sta cercando. Questa dimensione di vicinanza, di identità con questi animali tradisce una nuova sensibilità che questo tipo di operazioni sta prendendo – lo stesso Herzog sottolinea queste differenze grazie al paragone con un vecchio film italiano, Africa Addio, in cui più che una spedizione si può parlare di vera e propria caccia violenta.
Il gruppo del dott. Steve Boyes, al contrario, non parte armato, se non di oggetti propiziatori e di videocamere e telefonini – questi ultimi si riveleranno decisivi per lo sviluppo della ricerca. Lo scontro tra l’idealismo dell’uomo e la potenza della natura – quello che è sempre stato al centro delle storie raccontate da Herzog – in Ghost Elephants si aggiorna ad un rispetto verso quest’ultima, assodato come segno di civiltà da parte della spedizione.
Una sensibilizzazione, quella dimostrata dal team, che travalica il semplice rispetto per la natura finendo per interrogare la morale e la sopravvivenza stessa degli esseri umani: il mito della donna dalla pelle di elefante raccontato dal Re del villaggio e il voice over di Herzog stesso pongono questioni di etica e morale che espandono il discorso da semplice racconto di spedizione a interrogazione filosofica sul nostro rapporto col creato e con il mondo che ci circonda.
Ghost Elephants, dell’idealismo dell’uomo

Se c’è un elemento della poetica herzoghiana che in Ghost Elephants rimane intatto è quello dei suoi protagonisti, artefici (o quantomeno tentatori) di imprese considerate folli, ascrivibili all’antico peccato greco della hybris. I membri della spedizione – tra i quali rientra lo stesso Herzog, operatore di macchina – condividono il sogno quasi impossibile di avvistare questa specie misteriosa; su tutti questo sogno pare incarnato dallo stesso dottor Boyes.
Il paragone tra l’impresa degli avventurieri e Moby Dick viene quasi naturale: la ricerca di un’animale quasi mitologico che parla, piuttosto, di ossessione, di idealismo, di sogni impossibili e forse irrealizzabili sembra accomunare i due lavori. Degli stessi sentimenti sono animati i personaggi al centro di Ghost Elephants: idealisti e sognatori che vivono inseguendo una missione potenzialmente destinata al fallimento, molto pericolosa e faticosa. Ma come tutti i protagonisti di Herzog, i membri del team sono mossi da ideali più alti, che li porteranno a compiere imprese ai limiti della follia.
Proprio questa fascinazione per l’ideale, per la follia spinge e traina la narrazione di Ghost Elephants: l’ormai iconica voice of God che accompagna i documentari di Herzog guida la narrazione attraverso le informazioni scientifiche della spedizione, la vita all’interno dei villaggi dell’Angola – ritratta con grande naturalezza, nelle sue bellezze e contraddizioni e sfidando lo sguardo tipicamente eurocentrico verso la vita nel Vecchio Continente – e le vite degli uomini che compiono la spedizioni; informazioni che forniscono un contesto alla missione che devono compiere, ma che tradiscono anche la smodata curiosità che Herzog ha verso il genere umano tutto.
Ed è proprio tale curiosità che spinge Herzog a indagare, in Ghost Elephants, quello che è l’istinto primordiale dell’uomo verso l’ignoto e l’oscuro, verso qualcosa che viene sì idealizzato, ma che al tempo stesso diventa la ragione stessa del nostro agire, se non della nostra vita. Le parole del dottor Boyes – il suo preferire l’idea di non scoprire questa specie perché così la sua idea degli elefanti fantasma possa sopravvivere per sempre – diventano programmatiche in questo senso: la sua vita è l’ideale, senza il quale il dottor Boyes non ha motivo di vivere.
Per quanto affascinato da questa idea, Herzog al tempo stesso non può non rimetterla in discussione: la curiosità e la fascinazione dell’uomo – che oltre ai protagonisti muove anche lo stesso regista bavarese – finisce per scontrarsi con i dilemmi etici e morali in merito alla caccia e alla ricerca di questi animali che potrebbero essere turbati dalla presenza umana.
Ghost Elephants, a questo problema, non trova pienamente una soluzione; più che rispondere a tali questioni, il film di Herzog si pone delle domande e le esplora in un flusso di immagini – tra cui quella, indimenticabile, dell’elefante che nuota nel fiume – che si fanno testimoni e baluardi possibili di speranza per il genere umano: la chiusura di Ghost Elephants – in cui la voce di Herzog sottolinea che la scomparsa degli elefanti porterebbe alla scomparsa anche degli esseri umani – tira le fila di un’opera che è al contempo riflessione sull’idealismo umano e un’urgente riflessione sulla presenza stessa degli uomini nel mondo.
Un’opera che attesta – qualora ce ne fosse ancora bisogno – la grandezza di un autore come Werner Herzog.
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La critica a questo docufilm incuriosisce il lettore e lo spinge a diventare spettatore di quest’opera. Decisamente dettagliata e coinvolgente .