“Baciare non uccide: avarizia e indifferenza sì“, recitava una delle più ingegnose campagne di sensibilizzazione/opere d’arte degli anni ’80, concepita dal collettivo americano Gran Fury. I cartelloni “pubblicitari” ritraevano coppie di etnie e sessualità mescolate fra loro nell’atto di baciarsi passionatamente: il valore artistico e politico dell’opera? Essere stata diffusa nel periodo della crisi dell’AIDS. Innumerevoli sono le testimonianze dirette o artisticamente mediate, di personalità di spicco che assistettero alla decimazione del mondo underground a cui appartenevano: il morbo silente di cui non si sapeva nulla colpiva chiunque e disinformazione e paura fecero il resto dei danni. L’emarginazione e la stigmatizzazione degli omosessuali in particolare fu la feroce conseguenza dell’ignoranza della scienza davanti alla morte.
Sarebbe facile, comodo liquidare Alpha, nuovo film della regista di Titane (2021) da settembre nelle sale italiane, come una metaforica parabola sull’AIDS. Mettiamo le cose in chiaro, il film certamente parla anche di HIV, ma non si esaurisce a questa sola lettura. Per citare le parole della stessa Julia Ducournau durante l’introduzione alla proiezione: “è un film di fantasmi, quindi è un film triste e intimo“. Vediamo di capire come.
Alpha, le vent nous portera

Subito dopo aver parlato di fantasmi, Ducournau ha specificato che “Alpha non è Titane 2“, forse per via delle più che polarizzate reazioni che il film ha ottenuto qualche mese fa a Cannes. Nonostante questo, è doveroso fare confronti fra i due – tre, comprendendo anche Raw – Una cruda verità – testi come parte di una ipotetica trilogia.
Innanzitutto Alpha si muove sullo stesso territorio dei due precedenti film in fatto di genere cinematografico: horror e film di formazione. Il sentiero tracciato in questo spazio è e sempre rimarrà quello di Carrie (1976), ancora l’indiscusso punto di riferimento dell’intero filone. Eppure Alpha si smarca rapidamente e con disinvoltura da quel modello, aggiungendo al mix una serie di caratteristiche proprie del cinema autoriale europeo tendente al realismo magico: più che spaventoso, Alpha è emotivamente impattante.
La storia è quella della titolare Alpha, tredicenne figlia di una dottoressa alle prese con una terribile malattia dai disastrosi sintomi; la madre innescherà una spirale di timori e ossessioni circa la salute della ragazzina e la sua possibile contaminazione dopo averle scoperto un tatuaggio amatoriale sul braccio, fatto possibilmente con un ago sporco. Come si scriveva prima, chiaramente il rimando è all’AIDS, riconfermato anche dalla presenza di un personaggio gay costretto ad accompagnare il suo compagno colpito dal morbo in ospedale; da nessuna parte viene menzionata la possibilità che la loro sessualità abbia a che fare con la malattia, ma gli altri personaggi non esitano a fare il collegamento.
Al centro di tutto il film sta però il triplice legame fra Alpha, sua madre e lo zio Amin, ospitato dalla sorella nel tentativo di stroncare la sua dipendenza da droga. La tremenda malattia prende il nome mitologico di Vento Rosso, capace di infestare l’interno di un corpo e lentamente trasformarlo in marmo: il film inizia proprio con una bufera di sabbia, attraverso cui la camera si districa fino ad emergere da uno dei buchi sul braccio martoriato di Amin; in questo senso, Ducournau mette in scena una sorta di Velluto Blu al contrario: invece di lentamente addentrarci attraverso un orecchio nel sottobosco pieno di viscidi insetti della suburbia americana, usciamo dall’incubo infuriante nel corpo di uno dei protagonisti.

Proprio il vento continua a tornare ciclicamente in Alpha: tutte le sequenze più oniriche sono accompagnate dagli ululati di una perenne tempesta, capace di sgretolare i corpi marmorei dei morti e portarsi via la loro polvere. Questo è indubbiamente il vento di Fellini, reale protagonista ricorrente della sua filmografia: si tratta del vento che infuria quando Marcello e Claudia Cardinale si allontanano da Roma in 8 e 1/2 (1963), della bufera che strazia la laguna di Venezia ne Il Casanova di Federico Fellini (1976), del soffio che si abbatte sui passeggeri de E la nave va (1983). È insomma il vento del sogno, nel caso di Alpha più esplicitamente il vento dell’incubo.
Il film gioca proprio con una narrazione frammentata e continui salti temporali, classici delle logiche del sonno più profondo: a riconfermarlo, la simbolica inclusione della poesia di Edgar Allan Poe A Dream within a Dream, recitata da uno dei personaggi. Ma ancor più di questo, è il punto di vista soggettivo ad attraversare l’intero film: tutto quello che vediamo, ci arriva attraverso gli occhi di Alpha stessa, apparendo quindi grottescamente infantile, gigantesco e soverchiante, fuori dal nostro controllo come lo è da quello della protagonista. A tratti arriva però la dolcezza di certe inquadrature, certe angolazioni che catturano appieno l’intima fisicità che Ducournau riesce sempre a restituire.
Carne fluida, carne solida
Come già accennato, si potrebbe parlare di una teorica trilogia di film imperniati sul rapporto che l’umanità ha con il proprio corpo: in Raw il desiderio di carne sfociava nell’antropofagia, in Titane si provava ad immaginare una nuova forma di umanità e qui in Alpha si constata “l’assenza di battito” della nostra specie. Ci stiamo indurendo, trasformando in vera e propria roccia.

Titane innestava la carne col metallo, che per sua natura può essere fluido se allo stato liquido, mentre Alpha ci fossilizza, trasforma i morti in meravigliose statue degne di decorare le più stupefacenti cattedrali ma irrimediabilmente spente. Oltre all’evidente lettura queer a cui è possibile sottoporre i due film – Titane parlava della rivoluzione transgender come transumanesimo metallico, mentre Alpha condanna il calcificato e morente binarismo – la questione riguarda anche il dovere morale del saper abbandonare quei corpi che non ci appartengono più.
Il nocciolo più straziante ed intimo di Alpha riguarda il diritto al fine vita. Chi soffre in maniera inconcepibile e desidererebbe solo di non svegliarsi più, deve poter scegliere di morire con dignità. Ben lontano dall’imbalsamatura del recentissimo La stanza accanto (2024), che tratta lo stesso tema, Alpha colpisce dove fa più male: perdere la carne, e peggio ancora, essere testimoni della scarnificazione di qualcuno che amiamo.
Quello che ci insegna è che una materia morta come il marmo non potrà mai tornare viva: anche se tenuto in vita dalla memoria, anche se ancorato al desiderio umano di calore fisico, il marmo resta muto come una lapide. L’unica possibilità per andare avanti senza trasformarci noi stessi in vuoti involucri e senza infliggere un’esistenza straziante a chi amiamo, è lasciare che il vento si porti via i resti di quelle statue, che le sbricioli fino a disintegrarle. Salvaguardare il loro plastico ricordo nel privato della mente, e contemporaneamente favorirne il fisico decollo.
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera
La caresse et la mitraille
Et cette plaie qui nous tiraille
Le palais des autres jours
D’hier et demain
Le vent les portera
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