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Tutti i vestiti da La signora Harris va a Parigi e il loro significato

25 minuti di lettura

Vitino da vespa, volumi allungati, bustini strutturati: in poche parole, il “New Look”. È così che la caporedattrice di Harper’s Bazaar Carmel Snow definiva nel 1947 lo stile di Christian Dior, tornato sui grandi schermi lo scorzo autunno grazie al lancio del film La signora Harris va a Parigi (in lingua originale, Mrs. Harris Goes to Paris), diretto da Anthony Fabian e liberamente ispirato all’omonimo libro scritto nel 1958 da Paul Gallico.

Di cosa parla La signora Harris va a Parigi?

Ambientato nel 1957, La signora Harris va a Parigi racconta la storia di Ada Harris (Lesley Manville), una donna delle pulizie vedova di guerra di Londra che si innamora follemente di un abito di Alta Moda di Christian Dior. Decisa ad averne uno uguale, Ada raccoglie i suoi risparmi per partire alla volta di Parigi. Questo viaggio porterà un profondo cambiamento interiore per la Signora Harris, e anche per il futuro della casa di moda Dior. Al di là di una trama piacevole ma per certi versi prevedibile, il film colpisce per l’efficace ricostruzione dello spirito dell’Europa post-bellica, incarnato qui nel desiderio di rinascita per chi ormai si sentiva smarrito nel grigiore della guerra.

L’atelier di Alta Moda

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Una menzione speciale va alla perfetta e accurata ricostruzione delle sfilate di moda del tempo, ovvero presentazioni delle collezioni che si svolgevano presso l’atelier della maison de couture aperte solo a poche e privilegiate clienti. Non un ammasso di celebrità e influencer che fanno a gara per il frontrow, ma una schiera di sedie – in questo caso le iconiche Dior Medaillon Chair – da cui le clienti potevano osservare da vicino gli abiti e, di conseguenza, scrivere su un foglio il numero o il nome del modello preferito.

Come ben illustra La signora Harris va a Parigi, l’atelier di Alta Moda nasce per essere uno spazio intimo ed elegante, lussuoso e allo stesso tempo discreto, dove il rapporto tra il personale e le clienti diventa un valore fondamentale, un legame che permette alla maison di contare su una selezione di fedelissime che contribuiscono a costruire e impreziosire l’allure intorno a un marchio o a un nome.

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Grazie alla collaborazione della stessa maison, il regista ha ricreato con estrema accuratezza il salone Dior, dal design dei mobili e dei laboratori fino all’utilizzo di una combinazione dei toni del bianco e del celebre “grigio Dior”, tinta ispirata al colore dei cieli parigini. Il tutto situato nella celebre di Avenue Montagne, nell’ottavo arrondissement di Parigi. Sebbene La signora Harris va a Parigi sia dotato di uno spirito estremamente naïve in una Parigi da cartolina tempestata di cliché, a metà strada tra Emily in Paris e l’indimenticato Montecarlo (2011) con Selena Gomez, ha comunque il merito di parlare di un tema non comune al grande pubblico delle sale cinematografiche e delle piattaforme streaming: l’Alta Moda.

Cos’è l’Alta Moda?

Evening Gown, Christian Dior, October 1951 – Photo: Louise Dahl-Wolfe for US Harper’s Bazaar.
Model: Mary Jane Russell © Ph. Laura Loveday, https://live.staticflickr.com/2431/4009336470_956038394c_b.jpg Via Flickr

Per i non addetti ai lavori, l’Alta Moda, detta in francese Haute Couture, è una settore della moda di lusso e di altissimo livello, a cui oggi solo una ristretta cerchia di case di moda si dedica. A differenza del prêt-à-porter – che corrisponde invece alla produzione in massa di capi di abbigliamento secondo le diverse taglie – l’Alta Moda deve essere per regola realizzata su misura per una determinata cliente.

Il modello “nasce” su chi lo porterà, e deve essere impeccabile, come una seconda pelle. Esiste quindi un solo esemplare di un abito, un oggetto di per sé unico e ancora più prezioso. Inoltre, l’Alta Moda fa uso dei materiali e delle lavorazioni più pregiate, senza mai far ricorso ai macchinari. Ciò significa che tutto viene realizzato rigorosamente a mano, richiedendo fino a una media di circa 800 ore di lavoro per abito.

Sono questi alcuni dei criteri, secondo la Fédération de la Haute Couture et de la Mode, affinché un abito possa considerarsi un prototipo di Alta Moda. Tra le altre condizioni necessarie, per ogni cliente devono essere organizzate almeno tre prove per abito presso l’atelier. Quest’ultimo deve essere ubicato a Parigi e avere almeno 20 dipendenti. Ogni anno devono essere presentate almeno due collezioni, in occasione della settimana della Couture che si svolge a gennaio e a luglio a Parigi. 

Il mito dell’Alta Moda oggi

Sede della Maison Dior, 30 Avenue Montaigne, Parigi © Frédéric BISSON from Rouen, France, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons

Inizialmente fondata nel 1858 dallo stilista britannico Charles Frederich Worth, ad oggi sono solo tre le maison nate come atelier di Alta Moda e che hanno continuato fino ad oggi a realizzarla: Valentino, Chanel e Dior. In compenso, sono numerosi i marchi di prêt-à-porter nati tra gli anni 70 e 80 che solo in seguito hanno sviluppato un atelier di Alta Moda. Tra gli esempi più importanti Armani, con la linea Armani Privé, Gianfranco Ferré e Gianni Versace con Atelier Versace.

Nonostante i radicali cambiamenti che hanno accompagnato il settore negli ultimi decenni, l’Alta Moda resta ancora oggi un elemento fondamentale, segno di una bellezza senza tempo che non solo contribuisce a costruire l’identità di un brand ma diventa oggetto di culto, un desiderio di bellezza e vanità fine a sé stesso, privo di qualsiasi utilità materiale e per questo così speciale e pregno di magia.

L’esagerato e sempre più inavvicinabile prezzo di un capo esclusivo non dipende solo dalla sua qualità (indiscutibile), ma anche dal significato che questo incarna. L’Alta Moda è infatti per sua natura un sogno irraggiungibile, è l’amore per ciò che è rarità, perfezione, armonia, un simbolo di benessere e status. Per questo, l’Alta Moda e, in generale, il mondo del lusso sono legati alle barriere sociali, ma spesso sono anche capaci di abbatterle e di crearne di nuove, permettendo a chi lo volesse di esercitare il proprio fascino e la propria attrattiva, per gli altri o semplicemente per sé stessi.

Con questa premessa, non è difficile quindi immedesimarsi della signora Harris che attraverso l’acquisto di un abito da sera di Haute Coutureche dopo la musica e l’arte è tra le forme più alte di perfezione e bellezza – coltiva il sogno di essere altro, ovvero di evadere da un sistema che la considera poco di più di una “donna invisibile”.

Gli abiti Dior in La signora Harris va a Parigi

Fra una baguette spezzata e una citazione di Jean-Paul Sartre, la signora Harris conduce il pubblico nei corridoi dell’atelier Dior, dove la creazione di un vestito di Alta Moda richiede diverse settimane, turni di prova, duro lavoro e grande precisione da parte delle sarte, professioniste specializzate nella creazione di lavorazioni preziose ed estremante complesse, dirette come una squadra dalla loro première, punto di riferimento dell’intero atelier.

La première d’atelier è nodo centrale della creazione degli abiti, è il punto di contatto e di trasmissione tra la visione di un abito e la sua realizzazione. Deve certamente essere in totale sintonia con il designer, deve capire, sposare lo spirito stesso della collezione.

Per la realizzazione degli eleganti costumi de La signora Harris va a Parigi la costumista britannica Jenny Beavan – vincitrice di tre premi Oscar ai migliori costumi nel 1987 per Camera con vista, nel 2016 per Mad Max: Fury Road e nel 2022 per Crudelia – ha intrapreso un lungo percorso di studio e collaborazione con l’archivio storico della maison parigina.

Tra questi, sono cinque i capi d’archivio che compaiono in La signora Harris va a Parigi, mentre dodici sono stati ricreati dallo staff della produzione appositamente per le riprese. I restanti abiti provengono anche loro dall’archivio Dior ma sono in realtà repliche realizzate negli anni ’90 dalla maison proprio per dare nuova vita a dei modelli storici considerati ormai “immortali”.

Ravissante, Primavera/Estate 1949

Il primo abito a comparire in La signora Harris va a Parigi è Ravissante, una colorata ed elegante luce parigina che spicca fra i toni bruni della cosidetta Swinging London. Sarà questo modello – trovato nella camera da letto di Lady Dant, una delle sue clienti più ricche – a far innamorare la signora Harris della Maison Dior e dell’alta moda francese. Si tratta di un elegante abito da cocktail tempestato di fiori applicati a mano con vita stretta e gonna ad “A”, realizzato per il film e ispirato al modello Miss Dior, appartenente alla collezione Primavera/Estate 1949. Miss Dior nasceva come omaggio all’omonimo e fortunato profumo lanciato appena due anni prima, nel 1947. Trasfigurazione di un bouquet di petali di mughetto, rosa, lillà e nontiscordardime cuciti a mano, l’abito celebra inoltre la linea Corolle con ampia gonna sostenuta da strati di tulle, corpetto rigido e taglio scollatura netto. 

Questa creazione può essere considerata uno dei simboli della maison che celebra l’amore che Dior aveva per il mondo dei fiori e delle fragranze, come lui stesso dichiara: “Dopo le donne, i fiori sono le creazioni più divine: adoro vestire ogni donna con una scia di bellezza, come se dal suo flacone di profumo sorgessero tutti i miei abiti”. L’abito è diventato noto anche per essere stato indossato da Natalie Portman nello spot del 2013, diretto da Sofia Coppola e girato da Tim Walker. L’abito rappresentava un sogno di un alchimista “le cui fragranze diventano abiti e i cui abiti potevano uscire dai flaconi”.

Bar Suit, Primavera/Estate 1947

Dior ha prestato per La signora Harris va a Parigi cinque abiti della sua collezione Heritage, tra cui il famoso Bar Suit, completo iconico dell’identità Dior e parte della prima collezione del couturier francese. Presentato nella prima collezione del 1947, l’ensemble è stato poi in seguito riproposto e reinterpretato dai successori del fondatore, da Yves Saint Laurent a Raf Simons, fino all’attuale Direttore Creativo Maria Grazia Chiuri.

Il Bar Suit si compone di una giacca in bianco shantung di seta abbinato a una gonna linea “Corolle” nera a pieghe lunga fino al polpaccio realizzata con ben 20 metri di tessuto. Mentre la giacca avvitata esalta la linea affusolata e aggraziata della donna, la gonna valorizza i volumi e la forma a clessidra del corpo femminile, abbandonando per sempre lo stile austero e maschile diffuso durante e dopo la Guerra, come dichiara lo stesso Dior “Uscivamo da un periodo di guerra, di uniformi, di donne soldato dalla corporatura massiccia. Ho disegnato donne-fiore, spalle delicate, busti ampi, vite strette come liane e gonne larghe come corolle”.

Vaudeville, Primavera/Estate 1957

Realizzato in organza bianca con finiture in velluto nero, Vaudeville è stato ricreato per il film a immagine e somiglianza dello storico modello della collezione Primavera/Estate del 1957.

L’abito rende omaggio alla femminilità della silhouette, scoprendo le spalle, sottolineando il seno, e accentuando il punto vita. Per dare grazia alla figura l’orlo viene allungato sotto il ginocchio. Il modello Vaudeville appartiene all’ultima collezione di Monsieur Dior. Il couturier morirà il 24 ottobre dello stesso anno a Montecatini Terme (Pistoia), al Grand Hotel & La Pace. Il 1957 è anche l’anno in cui è ambientato La signora Harris va a Parigi, ovvero il decimo anniversario di attività della maison. Per questo, la scelta di questo abito, che rappresenta appieno la gioia e l’eleganza dello stile Dior, segna l’epilogo e il testamento artistico del magistrale lavoro del couturier originario di Granville per aprire le porte a una nuova generazione di designer che sapranno valorizzare il patrimonio del brand e lo spirito del suo fondatore, declinandolo nel tempo presente e proiettandolo nell’età contemporanea. L’abito infatti resta un’icona della maison tanto da essere stato riproposto e reinterpretato da John Galliano, direttore creativo della maison dal 1997 al 2012, per la collezione di Alta Moda nel 2009.

Caracas, Primavera/Estate 1957

Anche Caracas è un modello della collezione Primavera/Estate 1957. Realizzato in faille di seta color acquamarina, l’abito è caratterizzato da un’ampia e delicata scollatura che incornicia le spalle, adornata sul davanti da tre bottoni rotondi rivestiti in tessuto che scendono lungo il lato sinistro dell’abito in stile New Look.

L’interno dell’abito è sostenuto da un rigido corsetto e la silhouette arricchita da taffetà di seta arricciato per dare maggior volume alla gonna midi. L’utilizzo di un tessuto pesante, spesso doppiato, arricchito da ampi volumi, eleganti dettagli e colori brillanti e soprattutto la valorizzazione della silhouette femminile grazie al supporto di un corsetto sono alla base della costruzione di un abito Dior che segna l’uscita da un periodo particolarmente buio della storia e della società. Il modello Caracas è passato alla storia anche per essere stato indossato nella versione in nero da Sophia Loren nel 1958.

Cachottier, Primavera/Estate 1951

Cachottier è uno dei pezzi principali simbolo della celebre Oval Line, ideata da Dior per la collezione Primavera/Estate 1951. Questo modello si compone di una giacca in shantung color avorio e di abito di lana alpaca nei toni del grigio. Il principio alla base di questo look è la sovrapposizione di tre forme ovali: la testa, il busto e i fianchi. In questo caso, i volumi delle gonne si assottigliano per mettere in risalto le curve del corpo femminile che grazie a un interessante gioco di pieghe valorizza le proporzioni, rendendo la figura ancora più elegante.

Porto Rico, Autunno/Inverno 1954-1955

Il modello Porto Rico della collezione Autunno/Inverno del 1954-1955, in seta nera con decorazione di pois bianchi è un classico esempio del taglio soprannominato Linea H, introdotto da Dior nel 1954, ispirandosi ai corsetti Tudor che spingevano il seno verso l’alto. Come suggerisce la lettera “H”, si tratta di una linea dritta con un leggero accento sulla vita (la barra della “H”) che uniforma il seno alla linea del corpo.

È diventata di grande successo perché enfatizza la lunghezza della gamba, rendendola femminile e slanciata. Tale effetto è dovuto alla scelta di una linea-princesse poco avvitata, che si sviluppa in altezza, sottolineata da una cintura o da una fusciacca. Lo stesso abito è stato reinterpretato da Gianfranco Ferré, direttore creativo della Maison Dior dal 1989 al 1996, per la collezione Primavera/Estate 1992. Come per Caracas, la scelta di un nome esotico come “Porto Rico” era un modo per Monsieur Dior di proiettare la sua couture in contesti lontani e sognanti, fino a quel momento difficilmente raggiungibili, che donavano agli abiti una personalità e une allure di mistero evocando mondi, culture e lingue diverse che permettevano di evadere dalla propria quotidianità.

Venus

Venus è uno degli abiti più significativi de La signora Harris va a Parigi in quanto lo vediamo in diversi stati della sua lavorazione, dalla sfilata alla consegna alla sua cliente, fino alla sua triste fine. Frutto dell’immaginazione del costumista, l’abito segue la metamorfosi della signora Harris che dal tulle rinasce come donna e riscopre la sua femminilità, proprio come una moderna Venere.

Dello stesso colore della speranza, l’abito di seta verde smeraldo si distingue per gli ampi volumi e per l’elaborata applicazione argentea che riprende il disegno di un pavone. Abbondantemente scollato sul davanti, l’abito in questione è un simbolo di rivendicazione e di riscatto, l’occasione per la signora Harris di tornare a mostrarsi, come la ruota di un bellissimo pavone.

Temptation (Diablotine, Autunno/Inverno 1957-1958)

Temptation – ovvero l’abito che conquisterà il cuore di Ada Harris – rappresenta una delle (ri)creazione più pregiate elaborate da Beavan. Punta di diamante della collezione presentata nel film, Temptation è ispirato allo storico modello Diablotine, della collezione Autunno/Inverno 1957.

Per La signora Harris va a Parigi, Beavan ha scelto un rosso più scuro ed elegante rispetto all’originale. Inoltre, è stato creato anche un piccolo bolero rimovibile per donare alla protagonista “due look in uno”, ovvero due versioni che simboleggiano la molteplicità della personalità della nostra protagonista, che nel finale torna finalmente a sentirsi donna, separandosi del suo bolero e di un’etichetta sociale ormai troppo stretta e poco rappresentativa.

Come scriveva il designer Gianfranco Ferré, “la donna Dior è donna attiva, decisa, che emana anche fantasia e dolcezza. […] è un essere pieno di vita, reale, è una donna d’oggi, con una forte presenza, ma che si esprime con discrezione”.

Un abito può fare la felicità?

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Come in altri film, dalle scarpette rosse de Il Mago di Oz al mantello dell’invisibilità di Harry Potter, l’abito qui diventa un importante elemento che stravolge le regole del gioco: è un oggetto materiale che simboleggia una presa di coscienza e un cambiamento interiore e personale. La signora Harris va a Parigi, a differenza di Cenerentola che aveva solo bisogno di un vestito in prestito per mascherare la sua condizione sociale, gioca con ambiguità sul carattere capitalistico della moda. Possedere un vestito molto costoso può renderci persone più felici?

Provenendo da un periodo di povertà e grandi privazioni, la signora Harris non sembra resistere al richiamo del possesso e dell’acquisto, tipici del consumismo moderno. In contemporanea, l’apertura della maison Dior alla produzione industriale di una serie di accessori a prezzi più accessibili– dai profumi, ai collanti, alle borse – ha permesso al mondo della moda di espandere il bacino delle proprie clienti per adattarsi a un mondo sempre più globalizzato e desideroso di comprare per soddisfare il proprio piacere, per lasciarsi alle spalle le difficoltà e gli orrori della guerra.  


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Nata a Verona 23 anni fa, vive a Parigi per specializzarsi in Museologia all’Ecole du Louvre. Legge in metro i Cahiers du cinéma, va al cinema durante la settimana, anche da sola. Questa estate ha coronato uno dei sogni più grandi partecipando alla Mostra del Cinema di Venezia. Scrive delle ultime uscite in sala, di premiazioni, festival e di tutto il folle mondo che ci ruota attorno.

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