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Intervista a Michele Pastrello: la poetica dello sguardo in «Origine»

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13 minuti di lettura

Fermiamoci un attimo e pensiamo all’ultima volta in cui abbiamo veramente guardato qualcuno negli occhi. Non è facile in un periodo dove la paura velata dietro le mascherine ci allontana dall’altro. Così il regista e musicista veneto Michele Pastrello ci regala l’opportunità di ricongiungerci allo sguardo con il suo progetto video-musicale Origine. Disponibile su Youtube dal 20 novembre, il brano introduce l’album d’esordio di Michele, L’anima fa rumore, mixato da Piero Lorenzetto e in uscita il 7 dicembre.

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Così la qualità filmica si accompagna alla sensibilità musicale in una canzone dalle sonorità synth pop composta, scritta e cantata da Michele. Questa accompagna l’evoluzione di un viaggio emotivo tra volti sconosciuti, ma intimamente familiari, che raccontano le cicatrici di una fragilità condivisa e radicata nel tempo. E non c’è occasione migliore che lascarcelo raccontare da Michele, intervistato da NPC Magazine per l’occasione.

Com’è nata l’idea di Origine e soprattutto come influisce l’ispirazione astrale, di cui tu parli ne L’anima fa rumore, per raccontare la condizione umana?

Origine

Mi è sempre venuto abbastanza spontaneo raccontare determinate tematiche della condizione umana, esistenziali, introspettive, e ho sempre cercato di farlo in maniera non solamente edificante. Non ho mai concepito un video senza avere la musica come ispirazione e quella che mi ispira è sempre stata tra l’elettronica e la space music, con sonorità che potessero essere – perdonami il termine – astrali, che potessero portare a viaggiare su altre dimensioni. Poi io sono anche sempre stato uno che riesce a incantarsi… davanti a un cielo stellato, mi incanto anche di fronte alla nebbia.

Per quanto riguarda le costellazioni, che poi sono delle forme prospettiche, perché per l’astronomia non esistono se non a livello concettuale, avevo letto una volta un aforisma. Diceva che quando contempliamo le stelle stiamo cercando la nostra dimensione dispersa nell’universo. E mi ha sempre colpito questo momento intimo in cui guardiamo la sfera celeste e ci interroghiamo. Magari non solamente su una domanda ragionata, ma anche emozionale.

Il video è stato girato tra metà luglio e metà settembre, quindi in quel frangente libero dopo il lockdown. Com’è stato interagire con i soggetti dopo un’esperienza così forte?

Origine

Tutto è partito da un annuncio su Facebook alla ricerca di persone, che non è stato un casting, ma quasi un de-casting. Perché mi son detto “io non metto paletti, chi arriva arriva e quando ce li ho tutti chiudo”. Alcune persone le conoscevo e quindi era più facile coinvolgerle, molte altre no. E ho deciso di fare un video così “umano” in quella che è la canzone più problematica dell’album, che richiede un pochino di impegno. Tutti noi cresciamo e abbiamo delle difficoltà che molto spesso si generano nel nostro ambiente familiare, e creiamo dei meccanismi difensivi per sopravvivere.

Però questi crescono insieme a noi e poi ci ripropongono paure, timori, ansie, difficoltà che magari erano legate solamente a quel tempo, però noi continuiamo a riverberarle in qualche modo. A un certo punto questa cosa diventa ingombrante, nell’età adulta. Quindi la canzone fondamentalmente è uno specchio: io che parlo con l’altro me. Ho chiesto così a tutte le persone di evitare le pose. Semplicemente sii te stesso e cerca, quando ti filmo, di guardare in macchina e comunicarmi quello che senti di essere ora. Non ho chiesto altro.

All’inizio, mentre andavo a filmare queste persone, poteva essere percepito anche come qualcosa di invadente. Poi però ho notato che con tutti è come se avessimo rotto uno schema e ci fossimo mostrati un pochino di più per quello che siamo e questa cosa mi è piaciuta. Pensando al periodo pandemico che stiamo vivendo posso dire che il video
ha in qualche modo ancor più impatto adesso che i volti li vediamo per lo più bardati. C’è un proverbio arabo che dice: se non sai capire uno sguardo, non sai capire un animo umano.

E tra maschere fisiche ed emotive, quale ruolo gioca la scelta di fare un video in bianco e nero?

In principio il bianco e nero era una scelta solo tecnica: per essere meno invadente possibile e mettere a loro agio le persone. Non potevo andare nelle case con più della telecamera e del cavalletto, al massimo un rifrangente, avrei creato imbarazzo in chi filmavo. Quindi il bianco e nero in post produzione mi permetteva di omogeneizzare i salti di colore. Però poi, quando l’ho applicato, ho capito che non sarei tornato indietro.

Un’altra cosa sempre legata alla scelta registica. Come mai la decisione ritrarre prima tutte le donne e poi tutti gli uomini?

Origine

All’inizio non doveva essere in due blocchi, era tutto mescolato. Però poi ho pensato che rischiava di essere un po’ troppo ripetitivo. Quindi l’idea di dividere le due cose mi sembrava creasse un twist narrativo all’interno di un video che comunque è abbastanza lungo. Non è che c’è una mia intenzione di dividere la cosa, perché i dilemmi che noi abbiamo non cambiano in base alla sessualità, anche se la donna tende a essere più in contatto con la propria parte emotiva. Anche qui non tornerei indietro.

È come se avessi voluto dedicare un tempo ai due cosmi, che sono comunque legati. Perché il video sia iniziato con le donne, son sincero, è stato casuale. Forse perché le prime persone che ho filmato erano donne. E forse quando ho iniziato a montarlo, c’erano quelle persone lì all’inizio e mi ero affezionato al video così.

In questo progetto hai citato riferimenti artistici e culturali, penso per esempio al musicista Ólafur Arnalds, o ai Sigur Ròs. C’è qualche artista in particolare che ti ha ispirato?

Per quest’opera nello specifico no, anzi è stato un video in cui mi sono anche un po’ costretto, in termini stilistici, a un certo controllo. Perché io sono uno che tende a un’estetica impattante e a un uso della macchina da presa abbastanza vivo, qui invece ho cercato di trattenermi il più possibile. Ma è vero che autori come Arnalds o i Sigur Ròs sovente realizzano video, per accompagnare la loro musica, che sono delle vere e proprie opere d’arte. Opere non al servizio egoico/commerciale del musicista o della band, ma parallele alla bellezza della loro musica.

E a proposito di quello che non possiamo avere, cioè il contatto, ho notato che nel tuo progetto c’è anche un forte richiamo alle mani.

Origine

Ti racconto questo. Mi ricordo una scena di Black Hawk Dawn, un film di guerra di Ridley Scott ambientato a Mogadiscio, in cui un militare si trova isolato con tutti i somali attorno che lo aggrediscono. Ecco, lì Ridley Scott ha deciso a un certo punto di inquadrare il dettaglio della mano di questo soldato che si aggrappava alla terra per cercare di fuggire alla cosa. Mi ha sempre colpito e non sono più riuscito a togliermelo.

Ci sono state anche persone che mi hanno detto “mi piace l’attenzione che metti nei dettagli, nelle piccole cose”. Forse è qualcosa di inconscio, perché quando comunico con le persone sto in effetti abbastanza attento ai dettagli, alle piccole movenze. All’inizio del video, per esempio, c’è Pamela, una delle donne inquadrate, con la mano un po’ sospesa e un po’ no sul pavimento. Non capivo perché e le ho detto: “Visto che la stai tenendo così, tienila là che la filmo un attimo”. Non so perché la tenesse così, non lo saprò mai.

Da qui volevo chiederti una piccola riflessione sullo sguardo ai giorni nostri. È difficile fermarsi e guardare veramente qualcuno. Che ne pensi?

Guardare qualcuno negli occhi, accogliendolo, credo sia una delle cose più
difficili da fare, ai giorni nostri. All’inizio magari lo prendi anche come gioco, ti schernisci, ma poi guardare per minuti una persona, sapendo che lei scruta te e tu scruti lei, ti fa partire un trip interiore per cui ti viene voglia di scostare lo sguardo. Molti di noi tendono a non guardare negli occhi, a sfuggire dallo sguardo per timore. Lo sguardo è molto potente, quando guardi negli occhi qualcuno per molto tempo c’è la possibilità che ti entri dentro. Può essere che il video mi abbia permesso di fare quello che umanamente anche io, in effetti, non so fare. E restituirlo in chiave artistica.

Ma tornando alla musica. Tu costruisci i tuoi video con un legame imprescindibile dalla base musicale. Come avviene la fase compositiva?

Origine

In genere i miei video sono creati da un’idea concettuale e poi cerco la musica. In questo caso mi sono messo più al servizio della musica e poi ho scelto cosa girare. Origine è sicuramente il video più impegnativo, anche per realizzarlo perché ci ho messo moltissimo. I prossimi video dell’album sono sempre dei microfilm, magari più tradizionali o più bizzarri. Ce n’è uno che uscirà a Natale in cui ho voluto sviluppare un “non concetto”. Lasciarmi andare totalmente a un viaggio onirico, natalizio, apparentemente senza senso. Ma anche nel non senso, se è sincero, del senso c’è.

Origine

Ringraziamo quindi Michele per la sua preziosa intervista e vi invitiamo a guardare Origine per intraprendere un viaggio emotivo e sensoriale alla riscoperta dello sguardo. Ne vale veramente la pena.


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.