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Michele Riondino fa il suo debutto alla regia con il film Palazzina Laf

Palazzina Laf, ripensare un nuovo cinema sociale

12 minuti di lettura

Arrivando a Taranto in treno, lo sguardo è inevitabilmente portato a seguire il digradare del paesaggio verso il litorale. I campi coltivati a grano, a ulivo, a vite cedono lentamente il passo alla macchia mediterranea che accompagna le coste basse e sabbiose fino alla città: gli ultimi chilometri di ferrovia si dividono fra la monotonia irregolare degli arbusti bassi e verdi e la comparsa del mare, generalmente calmo.

Poi, tutto a un tratto, ecco spuntare i primi segni della fabbrica: quell’impressionante ammasso di acciaio, cemento e fumo che devasta la terra su cui si erge. Ciminiera dopo ciminiera, cumulo di ghisa dopo cumulo di ghisa, deposito dopo deposito, la distesa sconfinata dell’Italsider occupa un territorio di quasi duemila ettari, una superficie, cioè, persino più estesa di quella occupata dall’intera città! La fabbrica è un mondo a sé, una città al di là della città: un universo chiuso.

In nome di questo è stato sacrificato tutto: l’ambiente, l’assetto urbanistico, le condizioni di vivibilità. Tutto è stato posposto in nome dell’industrialismo, in nome di un’ipotesi di sviluppo elevata a dio infallibile e permaloso.

Alessandro Leogrande, Fumo sulla città

Palazzina Laf è il film scritto, diretto e interpretato da Michele Riondino: candidato ai David come Miglior esordio alla regia, Palazzina Laf trae spunto da Fumo sulla città di Alessandro Leogrande per raccontare una storia di sfruttamento e di violazione totale dei diritti dei lavoratori attraverso immagini che si pongono a metà tra il realismo del cinema sociale e i semi di un nuovo immaginario visivo.

Palazzina Laf, il racconto di un reparto-confino

Michele Riondino nei panni di Caterino Lamanna in una scena di Palazzina Laf

Siamo all’Ilva di Taranto durante gli anni Novanta: Caterino Lamanna lavora come operaio addetto alla bonifica delle vasche: un giorno viene avvicinato da Giancarlo Basile (Elio Germano), uno dei manager dell’impianto siderurgico. Basile gli propone di spiare i suoi colleghi di lavoro e di riferire alla dirigenza ogni movimento sospetto: ogni segno di dissenso deve essere riportato ai piani alti che provvederanno a disciplinare, reprimere e punire.

É un’occasione unica: lo hanno scelto per questa missione delicata perchè è il più degno di tutti, perchè è un lavoratore che si spacca la schiena giorno e notte senza lamentarsi, mica come gli altri che passano il tempo a lamentarsi e a chiedere più diritti e più tutele. «Sempre che si lamentano, sempre che piangono» sono le prime parole che sentiamo pronunciare a Caterino, mentre alla radio del bar passa la notizia di un operaio morto schiacciato da un carro-ponte dopo aver fatto 32 ore di lavoro in due giorni.

E adesso per questa sua cieca abnegazione viene finalmente premiato, gli viene offerta la possibilità di avanzare di carriera, di stabilire un rapporto privilegiato con il potere, di essere riconosciuto: così Lamanna accetta e da quel momento seguirà le manifestazioni, le riunioni di sindacato, le proteste, con il solo scopo di tenere d’occhio i movimenti degli altri operai e riferirli al padrone.

Ma nello schema di un posto come l’acciaieria più grande d’Europa non esistono vincitori: così Lamanna si ritrova nella Palazzina Laf (acronimo di «laminatoio a freddo», reparto-confino dove venivano rilegati gli impiegati e operai considerati scomodi). Costretti a non fare niente per l’intera giornata lavorativa, frustrati e avviliti dall’impossibilità di mettere a frutto le proprie competenze nell’ambito lavorativo, spinti sull’orlo della follia dall’ossessivo ripetersi di giornate tutte uguali: la Palazzina Laf, al contrario di ciò che crede Caterino che si fa spedire lì convinto di trovare un paradiso, è un luogo di alienazione, controllo e repressione.

Un purgatorio senza peccatori

Michele Riondino ed Elio Germano nei panni di Caterino Lamanna e Giancarlo Basile in Palazzina Laf

Appena Lamanna mette piede nella Palazzina Laf, capiamo subito che c’è qualcosa che non va: al contrario dello sguardo del protagonista, quello della macchina da presa va oltre, mettendo in scena un palazzo dove regna una calma disturbante, innaturale. Le persone incontrate dall’operaio, i lavoratori confinati nella palazzina, sono governate da un’assenza che si fa corpo attraverso i gesti, i movimenti, gli sguardi. Sguardi persi nel vuoto, corpi che si muovono meccanicamente, per inerzia; ma anche corpi impegnati nella preghiera, nella ginnastica, corpi che giocano a mosca cieca per i corridoi, che si tengono impegnati pur di non impazzire.

«C’era chi guardava il muro e pregava, chi guardava il muro e piangeva, chi tirava i calci al muro… in quel momento io mi sono convinto che veramente lì si impazzisce. Sono ricordi brutti», come racconta la voce di un operaio alla fine.

E Palazzina Laf trova i suoi momenti più alti quando riesce a rappresentare e a restituire la lenta discesa nella follia della vita nel reparto-confino, l’ossessivo ripetersi di giornate tutte uguali che nella loro ossessiva reificazione si deformano, diventano mostri, incubi a occhi aperti. C’è un tono grottesco e cupo che ricama l’intero racconto che emana dalla sua stessa materia: la macchina da presa accentua solo quello che già esiste, la nevrosi intrinseca al sistema inumano di cui la Palazzina Laf è la perfetta sintesi.

Lavoratori costretti a esistere in un crepuscolo dove non esistono leggi, in uno spazio liminale dove le otto ore di lavoro diventano macigni inamovibili e le esistenze si consumano lentamente, lontano dallo sguardo del resto della città. Una città di cui la palazzina fa parte, e che nel suo essere corpo estraneo, spazio di confinamento, luogo dove concentrare gli espulsi, i reietti, coloro che i vertici ritengono scomodi, si fa specchio di ciò che si intravede dalle finestre, parte integrante di un tessuto marcescente, segnato da colate di cemento e dal fumo delle ciminiere.

Una Taranto che fa capolino dalle finestre e dai balconi delle case, che porta tutti i segni inflitti dall’acciaieria integrandoli in un’artificiosa parvenza di normalità: «Ma ti sembra normale allenarsi in mezzo agli altiforni, in mezzo ai parchi minerali?» commenta il padre di Caterino osservando i ragazzini giocare a calcetto tra il fumo e la polvere. In un triste gioco di specchi, la Palazzina rispecchia Taranto, e Taranto a sua volta diventa l’emblema di un intero Paese, «delle sue trasformazioni, dei suoi nodi irrisolti, dei suoi fallimenti, delle sue cadute, delle sue ansie di riscatto», sempre per usare le parole di Leogrande.

Riondino restituisce l’atmosfera sospesa e asfissiante della palazzina calando il personaggio di Lamanna nei corridoi fatiscenti della struttura, che assume l’aspetto di una sorta di anticamera dell’inferno, di un purgatorio decaduto dove non ci sono peccati da espiare in attesa del paradiso ma solo un castigo perenne, incessante, senza prospettive di redenzione o di rivalsa.

E l’immaginario religioso si rivela adatto a descrivere Palazzina Laf: all’interno del film stesso sono numerosi i richiami visivi alla religione cattolica, con un parallelismo ricorrente tra la figura di Cristo e quella dei lavoratori sfruttati e umiliati. A partire dalla sequenza di apertura dove alle immagini del mosaico che raffigura Gesù che benedice i lavoratori si alternano i primi piani delle persone presenti al funerale dell’operaio morto sul lavoro, fino alla scena della processione onirica, dove Lamanna vede le sue colpe prendere corpo, trasformandolo in un Giuda di cera a fianco della statua del Cristo in processione, colto nell’esatto attimo del tradimento.

Palazzina Laf, tra storie vecchie e immagini nuove

Michele Riondino e Vanessa Scalera in una scena del film Palazzina Laf

«Necessario» e «urgente» sono di certo due categorie ormai abusate nel descrivere un film: ma nel caso di Palazzina Laf è innegabile riconoscere il sentimento di urgenza da cui nasce il progetto di Riondino. Per l’attore era necessario raccontare la storia dei lavoratori confinati nella Palazzina, dissotterrare quelle vicende e metterle sullo schermo per mostrare la loro attualità: è un senso percettibile di necessità che pervade Palazzina Laf, necessità intesa come mancanza a cui rimediare, come vuoto a cui colmare.

E questo dovrebbe fare il cinema: spostare lo sguardo dove nessuno guarda, aggiungere tasselli al mosaico, colmare vuoti della memoria, trasformare in immagini storie rimaste nascoste. Seppure non privo di difetti, Palazzina Laf pone delle domande, offre delle ipotesi e delle chiavi di lettura, cerca di riportare in vita quel tipo di cinema capace di scavare nella realtà, di mostrare ciò che riteneva importante, di credere in una storia fino in fondo.

Alessandro Leogrande, che avrebbe dovuto partecipare alla realizzazione della sceneggiatura e a cui il film è dedicato, in Fumo sulla città fa una premessa sull’importanza di conoscere il passato e i diversi strati che hanno creato la città, per poter cogliere al meglio l’attualità, soprattutto in un’epoca dove gli eventi sono «collocati in un eterno presente» e in cui «quanto esplode all’improvviso sembra piovere dal cielo come i botti di Capodanno, senza avere rapporto alcuno con tutto ciò che lo ha generato».

Riondino con Palazzina Laf fa propria questa lezione, facendo irrompere il passato in questo eterno presente, e ricordandoci che i reparti-confino, «benchè se ne parli poco, continuano ad esistere». E in questo loro continuare ad esistere nel silenzio, Palazzina Laf risponde a una precisa urgenza: quella di raccontare, di mostrare, di denunciare quel passato che, in sordina, struttura il presente.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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