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Pistol, Danny Boyle racconta i Sex Pistols

Danny Boyle ci racconta i Sex Pistols nella nuova serie Hulu. Disponibile in Italia su Disney+ dal 7 settembre

19 minuti di lettura

Londra, 1975. L’Inghilterra intera verte in uno stato d’equilibrio sociale precario: l’aumento dell’inflazione unito alla disoccupazione sono causa diretta di rivolte sociali, scioperi e malcontento crescente. All’interno della società si forma una divisione sempre più netta e si arriva al delineamento della “working class”, la classe operaia, la parte di società maggiormente vittima della crisi sociale, politica ed economica inglese.

Lo scontento era sempre maggiore e a farsene portavoce erano soprattutto i figli della working class, una generazione di giovani incazzati e senza speranza nel futuro, che rifiutavano il governo centrale, la classe più ricca così come anche i loro stessi genitori che non si opponevano a una mentalità stantia e opprimente. La loro rabbia diventa ribellione e assume varie forme, dalle rivolte sociali violente alle occupazioni sempre più frequenti e dalla loro nuova concezione di nichilismo contemporaneo nasce uno dei più incredibili movimenti contro-culturali: il punk.

Il punk e i Sex Pistols

Il punk in pochissimo tempo si costituisce come un movimento con ideali ben definiti, una musica riconoscibile e un look alquanto espressivo. I ragazzi si opponevano alla cultura borghese e a ogni sua espressione, rifiutavano qualsiasi forma di autorità e proclamavano la distruzione del vecchio non più a favore del nuovo perchè nessuna buona proposta sarebbe stata valida. La situazione sociale era un fallimento e loro ne erano i rappresentanti.

Il punk come movimento musicale nasce intorno alla metà degli anni ‘70 in America e in Inghilterra, si contraddistingue per una sonorità violenta ma estremamente semplice e per i testi aggressivi e rabbiosi. I gruppi si opponevano alla musica del passato, ai Beatles e agli hippies degli anni ‘60 e portavano sul palco spettacoli sempre più estremi.

Chi erano i Sex Pistols

I Sex Pistols si formano a Londra nel 1975 grazie al manager Malcolm McLaren che aveva il preciso scopo di dare vita alla prima e più grande punk band inglese. McLaren era stato in America e aveva visto il fermento musicale della scena newyorkese con Ramones, Patti Smith, Television, New York Dolls e proprio di questi ultimi era stato il manager nel loro ultimo anno di vita per poi portare la sua esperienza e ciò a cui aveva assistito in Inghilterra.

Steve Jones, Paul Cook, Glen Matlock e John Lydon sono i componenti del gruppo da lui messo insieme, sono quattro ragazzi che frequentano abitualmente Sex il negozio che McLaren aveva insieme alla moglie Vivienne Westwood, punto di ritrovo per molti giovani di Londra che saranno i principali anticipatori del movimento punk: Jordan o Pamela Rooke, commessa di Sex insieme a Chrissie Hynde, futura cantante dei The Pretenders, oltre ad altri che formeranno il Bromley Contingent il gruppo di seguaci dei Sex Pistols tra cui Siouxsie Sioux, Steven Severin, Billy Idol, Soo Catwoman.

I Sex Pistols avranno vita breve sciogliendosi già nel 1978 durante il loro tour americano a seguito dell’abbandono di John Lydon; prima di lui però un altro componente era già uscito dal gruppo, o meglio era stato cacciato: Glen Matlock sostituito da quel Sid Vicious divenuto tristemente famoso per i suoi eccessi e la relazione distruttiva con Nancy Spungen. In due anni i Sex Pistols rivoluzioneranno il panorama musicale non solo inglese ma internazionale influenzando numerose altre band e aprendo loro la strada: Clash, Siouxsie and the Banshees, Damned, Buzzcocks e altri.

I Sex Pistols sono famosi soprattutto per le numerose trovate di marketing organizzate da McLaren a cui però il gruppo rispose sempre con un’imprevedibile follia che li ha portati a essere protagonisti di episodi celebri e dissacranti: l’intervista al programma televisivo di Bill Grundy, i concerti dell’Anarchy in the U.K. tour cancellati o boicottati, il concerto sul battello sul Tamigi con God Save the Queen dedicata alla regina Elisabetta II, la firma del contratto con la AeM con una cerimonia stampa davanti a Buckingham Palace, i vari contratti rescissi in breve tempo, l’ostruzionismo operato per evitare che il singolo God save the queen arrivasse al primo posto delle classifiche.

I Sex Pistols non sono stati certo la punk band più competente della storia del movimento, ma sono stati la più chiassosa ed equivoca, sempre sul filo tra dissacrazione punk e svendita mainstream e di certo hanno contribuito a creare l’immagine del movimento punk come oggi la conosciamo e a ispirare la rivolta in migliaia di ragazzini incazzati.

Pistol: la nuova serie sui Sex Pistols

La serie prodotta da FX e distribuita da Hulu (in Italia nella sezione Star di Disney+) racconta in sei episodi l’intera storia dei Sex Pistols, dalla formazione della band fino al suo scioglimento. Scritta da Craig Pearce, già fidato collaboratore di Baz Luhrmann, adattando il libro autobiografico di Steve Jones Lonely Boy: Tales from a Sex Pistol. La serie diretta da Danny Boyle si configura subito come un prodotto interessante per la sua estetica visiva e per il lavoro di nostalgia che, in maniera più o meno intenzionale, opera sul pubblico.

Se la storia raccontata è nota alla maggior parte delle persone che la guarderanno, gli altri che non ne sono a conoscenza saranno affascinati più dai costumi, dalle ricostruzioni scenografiche, dai filmati d’epoca e sicuramente dalla bravura degli interpreti, che dallo sviluppo narrativo. Infatti il racconto si articola sugli stessi passi che ritornano costantemente in ogni film biografico di rock band, inventate o reali che siano: la nascita nei bassifondi, la scalata al successo, il raggiungimento della fama, la droga, le liti e lo scioglimento.

Pistol in questo non si discosta dalla consuetudine portando in scena i fatti più significativi vissuti dalla band non avendo il tempo, purtroppo, per approfondire personaggi, situazioni, sviluppi che sono stati e rimangono fondamentali per la nascita del movimento punk e della band inglese.

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I Sex Pistols secondo Danny Boile e Craig Pierce

La storia è raccontata dal punto di vista di Steve Jones (Toby Wallace), giovane disadattato, senza niente da perdere e senza nessuna prospettiva per il futuro, il classico figlio della working class inglese. A lui è dedicato il primo episodio, mentre è solo nel secondo che fa la comparsa John Lydon (Anson Boon). Sulla rivalità tra i due personaggi è basato gran parte del racconto delle vicissitudini interne alla band: due personalità agli opposti ma appartenenti allo stesso sostrato sociale, con le stesse passioni e la stessa voglia di distruggere qualsiasi cosa e rivendicare un ruolo di primo piano.

La serie riesce perfettamente a dirci quanto i componenti della band in fondo siano stati semplicemente dei ragazzini incazzati senza nessuna idea di ciò che stavano facendo, guidati in uno spericolato gioco al massacro da Malcolm McLaren (Thomas Brodie-Sangster), che al di là di tutto, non è mai stato il cuore dei Sex Pistols (se mai il cervello): a far vivere il gruppo erano la rabbia di Johns e il genio pazzo e sregolato di Lydon. I continui litigi dei due porteranno inevitabilmente alla separazione della band, entrambi volevano che i Sex Pistols fossero la più grande band d’Inghilterra, ma se Lydon pensava fosse possibile solo liberandosi di McLaren, Jones decise di rimanere fedele al suo manager credendo fosse l’unica strada possibile per continuare a esistere.

Se Jones, Lydon e McLaren sono descritti dalla serie come le tre anime della storia, i loro interpreti fanno un lavoro straordinario e le loro performance possono sicuramente essere considerate uno degli elementi maggiormente positivi dell’intera serie. Al contrario la resa del personaggio di Sid Vicious (Louis Partridge) risulta più macchiettistica riducendo il bassista allo stereotipo di se stesso: ingenuo ma anche un po’ tonto, facilmente manipolabile così da venire circuito tanto da McLaren quanto da Nancy Spungen e finire travolto nel baratro della tossicodipendenza.

I creatori decidono di concentrarsi soprattutto sulla sua fragilità e sul suo desiderio di essere ricordato come l’icona dei Sex Pistols, scelto per far parte della band perché perfetto come personaggio pubblico, ma decisamente scarso come musicista e compositore. “No one cares what you sound like. It’s what you look like that matters.” dirà nel quinto episodio.

Tutte le donne di Pistol

Una menzione a parte merita il trattamento dei personaggi femminili: in generale è apprezzabile l’intento di raccontare anche la storia delle donne che appartengono al movimento e gravitano intorno alla band, ma bisogna ammettere che lo spazio dedicato loro è esiguo e il trattamento che si è deciso di adottare è essenzialmente riduttivo e strumentale. Questi personaggi sono concepiti solo come supporto per il loro corrispettivo maschile, semplici elementi utili alla narrazione allo scopo esclusivo di far avanzare ed evolvere gli uomini protagonisti.

Di Vivienne Westwood (Talulah Riley) viene raccontato il lavoro nella boutique Sex e la relazione tormentata con McLaren, ma il suo ruolo è ridotto a spalla del compagno e parte più ragionevole, intelligente e genuina della coppia: McLaren è descritto per il genio inaffidabile che era, la Westwood appare più sincera nelle affermazioni sociali e politiche e il suo impegno trova espressione nella moda.

Chrissie Hynde (Sydney Chandler) è presentata come interesse amoroso di Steve Jones; la loro storia occupa largo spazio nel racconto, ma il personaggio è utile per testimoniare quanto il maschilismo sia stato presente e diffuso anche in un movimento come il punk e quanto una donna con talento facesse comunque fatica a farsi strada nell’ambiente musicale al contrario di quattro stupidi ragazzi, con meno talento, costantemente ubriachi o fatti.

Jordan, al tempo Pamela Rooke (Maisie Williams) per il suo stile eccentrico e provocatorio viene ricordata come icona punk per eccellenza. Commessa di Sex e sempre presente ai concerti dei Sex Pistols, le è dedicato il secondo episodio della serie e il suo segmento risulta essere uno dei più divertenti e significativi, in grado di dimostrare le possibilità espressive che il punk aveva rivelato.

Nancy Spungen (Emma Appleton) è il personaggio più odiato e fastidioso dell’intera serie grazie soprattutto al lavoro dell’attrice che ha mostrato grande bravura nel riuscire a rimane sempre sul limite dell’eccesso senza mai risultare parodistica. La serie porta attenzione ad altre caratteristiche di Spungen, come la diagnosi di schizofrenia, ma il suo personaggio è relegato alla storia con Sid Vicious a cui in generale non è riservato un trattamento positivo.

Le scelte narrative di Pistol

Il lavoro di ricerca e di messa in scena di Pearce e Boyle è stato eseguito in maniera eccellente al punto che la serie infonde un sincero desiderio di poter vedere altri episodi, magari dedicati ai personaggi “secondari” che gravitano intorno alla band e hanno contribuito a renderla tale: le già citate Vivienne Westwood e Jordan, Malcolm McLaren con la sua avventura in America con i New York Dolls, ma anche Jamie Reid, Julien Temple o Helen Wallington-Lloyd.

Da riconoscere ai due creatori è il desiderio di realizzare una narrazione che fosse più completa possibile cercando di rendere l’intera vicenda nel suo complesso, senza focalizzandosi solo su alcuni aspetti o momenti, come invece è stato fatto con altri prodotti dedicati ai Sex Pistols realizzati in passato. Ma sei puntate sono effettivamente troppo poche per riuscire a parlare in maniera esauriente e completa di ogni aspetto del movimento e della band.

In generale ciò che non convince della narrazione adottata da Pearce e Boyle è la scelta di dedicare tanto tempo a episodi che risultano essere non così fondamentali nell’economia generale della storia, per poi invece, correre su altre vicende e glissarne altre in maniera totale. Dubbiosa rimane la decisione di dedicare quasi l’intera terza puntata alla vicenda di Pauline (Bianca Stephens) che ha ispirato il testo della canzone Bodies per poi proporre episodi celebri dei Sex Pistols in maniera troppo veloce e superficiale, come se i due dovessero semplicemente spuntare le caselle delle cose da dire. È un peccato perché, come già detto, la resa estetica e l’intera messa in scena sono eccellenti e la bravura di Danny Boyle con la materia cinematografica si conferma di alto livello.

We’re not into music, We’re into chaos

Che Danny Boyle sia innamorato della materia trattata è evidente, si respira ad ogni immagine e si coglie in ogni scelta registica operata. La decisione di adottare un formato 4:3 dona alla serie un aspetto vintage e richiama subito alla mente l’estetica del passato. Boyle cerca di ricreare, all’interno di un formato cosi rigido e limitante, la medesima carica di adrenalina e distruzione che i Sex Pistols hanno operato in campo musicale, ricorrendo però ai mezzi cinematografici che gli sono propri.

L’estetica di Pistol richiama immediatamente quella delle grafiche tipiche del punk dell’epoca che ricorrono al collage di elementi eterogenei per dare vita a un caos di stimoli e impulsi. È un approccio che ha già adottato Julien Temple per la realizzazione di The great rock n roll swindle e The filth and the fury, i due grandi documentari dedicati ai Sex Pistols, in maniera però più radicale ed esagerata. Boyle sceglie un ritmo frenetico per montare insieme filmati d’epoca, fermo immagini, split screen, inquadrature non convenzionali, il tutto confezionato cercando di ricreare quello stile grezzo che aveva caratterizzato Trainspotting. Ma il film del 1996 risulta oggi più cattivo e graffiante rispetto a Pistol che propone un aspetto più elegante e patinato di una favola romanticizzata a posteriori.

Se in generale la serie si guadagna un giudizio positivo perché è affascinante, non annoia ed è composta da diversi elementi positivi, rimane però una certa amarezza per quello che avrebbe potuto essere ma non è. Danny Boyle era il regista perfetto per trasporre questa storia e avrebbe potuto essere davvero un’occasione per creare qualcosa di dirompente, anarchico e cattivo come erano i protagonisti, ma purtroppo questo avviene solo a metà, solo in superficie.


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Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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