«Pride», una lotta per i diritti di tutti

Pride, diretto da Matthew Warchus e sceneggiato dall’attore Stephen Beresford, è un film del 2014 presentato al Festival di Cannes nello stesso anno e vincitore della Queer Palm. Siamo nel 1984 e i minatori gallesi scioperano per la decisione di Margaret Thatcher di chiudere venti siti, un episodio spesso ripreso nel cinema britannico e di grande portata storica. I lavoratori trovano un alleato del tutto imprevedibile: un gruppo di gay e lesbiche londinesi pronti a dar loro una mano raccogliendo fondi per strada in alcuni secchielli.

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Pride

L’idea è di Mark, un ragazzo omosessuale che, commosso dalla notizia dello sciopero, decide di dare vita a questa insolita iniziativa. Il gruppo, denominato LGSM (Lesbiche e Gay Supportano i Minatori), è composto da cinque ragazzi e una ragazza: Mark, Steph, Joe, Mike, Gethin e il suo compagno Jonathan. Sebbene il gruppo sia inizialmente scettico, i ragazzi si rendono presto conto di quanto sia fondamentale aiutare una minoranza, seppur diversa dalla loro, a superare un brutto periodo.

I sindacati dei minatori sono spiacevolmente sorpresi dall’iniziativa promossa da una categoria ancora molto stigmatizzata e decidono quindi di non accettare il loro aiuto. Così i ragazzi si rimboccano le maniche e, soli nel loro van, portano i fondi raccolti direttamente ai lavoratori. I minatori sono inizialmente molto scettici e pieni di pregiudizi: considerano gli omosessuali una categoria troppo lontana dalla loro e non mancano quindi gli episodi di violenza fisica e psicologica. «Una cozzaglia di gay e lesbiche», vengono definiti i ragazzi dai giornali, eppure, come Mark intuisce immediatamente «faremo qualcosa di spettacolare».

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Pride

Ciò che i minatori – ma anche gli spettatori – si chiedono è: perché mai un gruppo di una ragazza e quattro ragazzi omosessuali vogliono sostenere uno sciopero in Galles? «Thatcher, polizia e stampa di destra, abbiamo gli stessi nemici» e «battersi per i diritti dei gay non serve a niente se non ci si batte per i diritti di tutti», spiega Mark, mosso dalla voglia di combattere tutti insieme contro il partito conservatore. «Quando stai combattendo contro un nemico molto più forte di te, scoprire di avere un amico di cui neanche conoscevi l’esistenza è la più bella sensazione del mondo» – e infatti, collaborando, i due gruppi diventano più forti e imparano grandi lezioni uno dall’altro, creando pian piano un clima di inaspettata armonia.

Pride è eccezionale proprio per il suo unire due mondi non solo lontani, ma per certi versi opposti. L’incontro avviene un passo alla volta, smontando uno dopo l’altro i pregiudizi dati dalla società, tanto che per esempio strappa un sorriso la curiosità quasi infantile delle vecchiette sul mondo omosessuale. Il risultato di questo incontro/scontro è un film divertente e commovente insieme, che sa affrontare grandi temi come l’AIDS, l’omosessualità e i diritti dei lavoratori in modo leggero ma profondo.

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Il finale è positivo e al tempo stesso commovente. Se la pellicola comincia con un Gay Pride (quello del 1984 a Londra) pieno di dubbi e insicurezze, la scena finale mostra, un anno dopo, un evento di armonia, generosità, sicurezza di sé. Tutti i personaggi, pur prendendo strade diverse, sono cresciuti e hanno imparato qualcosa, così come impara qualcosa lo spettatore: l’unione fa la forza, la tolleranza unisce, e Pride lo dimostra senza mezzi termini.

Il film colpisce soprattutto perché è la trasposizione cinematografica di un fatto storico: l’associazione LGSM è realmente esistita e ha realmente organizzato a Camden un concerto chiamato “Pits and Perverts” (“miniere e pervertiti”). Nel 1985, il Gay Pride di Londra vide davvero arrivare pullman pieni di minatori che marciarono in testa al corteo a difesa dei diritti dei loro nuovi amici.

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Pride

Pride non è quindi solo l’orgoglio omosessuale, è prima di tutto l’orgoglio dell’umanità, del rispetto per il prossimo, della tolleranza che si trasforma in solidarietà tra persone diverse, al di là delle etichette, uniti per un unico obiettivo.

Di Dalila Forni


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