The End (Joshua Oppenheimer, 2024)

The End, l’inconsistente musical di Joshua Oppenheimer

10 minuti di lettura

A undici anni di distanza dal suo ultimo lungometraggio, il regista statunitense Joshua Oppenheimer torna al cinema con il suo terzo lungometraggio, nonché il suo primo di finzione: The End. Dopo la dilogia che ha affrontato il genocidio comunista in Indonesia avvenuto durante la dittatura del generale Suharto – The Act of Killing del 2012, recentemente rientrato nella lista dei 100 migliori film del XXI secolo stilata dal New York Times, e The Look of Silence del 2016 -, l’autore torna con un progetto che, su carta, si presenta ben diverso dai precendenti: un musical ambientato in un bunker a seguito dell’apocalisse climatica.

Distribuito in Italia da I Wonder Pictures e co-prodotto dal suo fondatore e direttore editoriale Andrea Romeo, il progetto si presenta sicuramente curioso e ambizioso già su carta; purtroppo però esso cade vittima della sua stessa ambizione, rivelandosi un pasticcio a livello narrativo ed estetico, marcando dunque un passo falso nella carriera dell’abile documentarista e regista.

The End, una famiglia alla fine del mondo

The End racconta la storia di una ricca famiglia – composta da un Padre (Michael Shannon) ex-direttore di un centro petrolifero, da una Madre (Tilda Swinton) ex-ballerina e da un Figlio (George MacKay). Quest’ultimo è nato dopo il collasso climatico in un bunker lussuoso e immenso, e dunque non ha mai conosciuto il mondo esterno. La loro vita scorre tranquilla in un microcosmo forzato e rimasto fissato nel tempo, fatto di una casa attorniata di capolavori pittorici e piscine, in cui si passa il tempo facendo improbabili esercitazioni antincendio, costruendo modellini di passati recenti e scrivendo un libro di memorie e di revisioni storiche che nessuno probabilmente leggerà.

L’equilibrio della vita della famiglia e dei loro domestici verrà tuttavia sconvolto dall’arrivo di una Ragazza (Moses Ingram) arrivata direttamente dal mondo esterno. Porta scompiglio, paura e risentimenti nei membri della famiglia e dei sopravvissuti. Se da un lato, l’incontro con questa Ragazza porta il Figlio a ripensare criticamente ciò che gli viene detto, la Madre verrà toccata dalle scelte etiche imposte dalla giovane mentre il Padre ripenserà al proprio passato (essendo stato una delle cause dell’apocalisse che ha colpito l’intero pianeta).

Sin dalla sinossi è chiaro quanto The End rifletta su tematiche di carattere sociale e ambientale: temi quali la responsabilità e la morale di fronte alla tragedia, il potere economico e le disuguaglianze che causa, il revisionismo storico – quest’ultimo, molto presente nel film, segna una continuità con le precedenti opere di Oppenheimer, interamente incentrate sulla capacità dei “vincitori” della Storia di riscriverla a proprio piacimento, evitando anche i lati più oscuri delle proprie azioni – fanno continuamente capolino nella pellicola.

The End (Joshua Oppenheimer, 2024)

Il tutto viene calato in un contesto apocalittico decisamente anomalo, in cui lo stile di vita borghese – lo stesso che ha permesso a questa famiglia di ultra-ricchi di mantenere il proprio potere prima dell’avvento della catastrofe – persiste anche di fronte all’assenza di una società civile che lo giustifichi. I quadri di Cézanne (“bello ma pacchiano”), le feste comandate, i libri e le leccornie prelibate hanno ancora lo stesso peso nell’universo “alla fine” di The End, senza un vero futuro e incastrato in un non-tempo continuo, rispetto alla nostra vita borghese e ancora (per fortuna) non propriamente apocalittica.

Questo contesto anomalo, tuttavia, ben tradisce il vero interesse dell’autore: oltre le tematiche sociali finora evidenziate – di fatto una sorta di sottofondo continuo di tutta la pellicola -, Oppenheimer si focalizza principalmente sulla psicologia dei suoi personaggi, per restituire le naturali dinamiche di una famiglia. L’apocalisse, in The End, diviene dunque pretesto per isolare un microcosmo familiare e analizzarlo nelle sue dinamiche singole e ristrette, attraverso un lavoro di sceneggiatura che enfatizza, con l’arrivo della Ragazza, l’insorgenza di dinamiche sempre più torbide all’interno della famiglia.

In questa prospettiva, The End passa dall’essere un film post-apocalittico a un dramma da camera, intimo e introspettivo in cui è il personaggio il focus, più che il contesto e il messaggio sociale. Questo elemento rende ancora più ambiziosa la pellicola; peccato che questo sia solo un altro elemento tra gli altri di debolezza di un film che prende scelte narrative ed estetiche inconsistenti per tono, narrazione e genere. Questo elemento risulta ben più evidente al modo in cui Oppenheimer approccia la tradizione e i canoni del genere musical.

Un musical incapace di definirsi

Nella cartella stampa di The End si legge che il film è “un omaggio travolgente all’epoca d’oro di
Hollywood
1; eppure, il film sembra molto incerto sul taglio che decide di dare rispetto al genere cui la pellicola si iscrive. All’interno di questo musical, infatti, è possibile trovare canzoni che ricordano i grandi numeri coreografati tipici dell’era d’oro, appunto, del genere, altre che richiamano invece un approccio più decostruito e autoriale al genere come nel cinema di Jacques Demy – citato peraltro come ispirazione diretta da Oppenheimer per il film -, altre ancora che si piazzano nel mezzo di questi due estremi.

Ciò che accomuna tutti i pezzi musicali di The End, tuttavia, è la scelta registica (coerente col resto del film, ma profondamente discutibile nell’ottica di un cinema vivace come quello musical) di riprendere questi momenti con campi larghi, inquadrature spesso fisse – o comunque poco dinamiche – e di lunga durata. Scelte estetiche, queste, che sfidano apertamente i codici del musical, ma che risultano incoerenti rispetto alle altre scelte che il film prende in merito agli stessi – al punto da lasciare spesso l’impressione che che più di un’opera cinematografica si stia guardando del teatro filmato.

The End (Joshua Oppenheimer, 2024)

Questo approccio confuso e incoerente ritorna in molti aspetti di The End, ed è ciò che di fatto penalizza la pellicola. La stessa caratterizzazione dei personaggi, che si pone come il focus principale di The End, alla fine non scava mai veramente a fondo, rimanendo ancorata in vari dilemmi morali che non trovano conclusione se non in una scena finale, potente nelle sue implicazioni politiche ma molto furba da un punto di vista di storytelling, che di fatto evita di tirare le fila rispetto alle questioni e ai drammi che i personaggi stanno vivendo.

Non aiutano di certo in questo contesto le scelte estetiche poco ispirate – i già citati long take in campi medi, una palette cromatica tendente al grigio e al blu che di fatto appiattisce le inquadrature, un montaggio molto grezzo e duro – e, colpa grave per un musical, delle canzoni poco memorabili e monocorde, che ripetono didascalicamente i sentimenti dei personaggi già messi in chiaro dai dialoghi del film. Ciò che rimane a fine visione di The End è l’impressione di aver visto, per due ore e mezza, scene di slice of life simil-postapocalittico scollegate tra loro, in un approccio che tradisce incoerenza tra gli intenti che il suo autore si era prefissato durante la produzione e l’effettiva resa della pellicola.

Da un regista che, come aveva ben dimostrato con il finale di The Act of Killing, ha una grande sensibilità rispetto al peso dell’immagine e dello storytelling nel cinema, un’opera come The End pare un vero e proprio passo falso, forse per l’eccessiva ambizione del progetto, o forse per un’incapacità del regista di riuscire a integrare e far interagire tutti gli elementi per lui necessari all’interno di questa bizzarra storia.


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  1. Si può trovare la cartella stampa di The End al seguente link: https://drive.google.com/file/d/1fcJPNdU0izi4z1MSzl214GcT2sJvYEnm/view
    ↩︎

Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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