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Red Shoes: la denuncia del massacro femminile in Messico

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8 minuti di lettura

Messico. Almeno dieci femminicidi al giorno e di questi pochi (uno su cinque) quelli riconosciuti. Per il codice penale messicano, considerare l’omicidio di una donna come femminicidio è necessario che questo corrisponda a delle specifiche considerazioni: che esista o che sia esistito un rapporto intimo in convivenza, fiducia, corteggiamento, parentela, matrimonio, concubinato. E ancora, che ci siano state minacce, molestie, lesioni o violenza nel lavoro, nella famiglia o in qualsiasi altro posto dove il corpo femminile sia in pubblico, eppure, per essere considerato un femminicidio come tale, a quanto pare tutto questo non è ancora abbastanza. Con il sentimento di rivolta generato dal femminicidio di sua sorella, l’artista messicana Elina Chauvet dal 2009 ha dato vita alla sua installazione artistica Zapatos Rojos, una sfilza di scarpe rosse, come il sangue versato delle donne, posizionate su piazze, cortili e centri urbani. Ed è così che le scarpette rosse della Chauvet sono sbarcate anche sul Lido della più celebre mostra del Cinema. Red Shoes arriva a Venezia79, in sala di proiezione, in concorso nella sezione di Orizzonti Extra e sul red carpet di Sala Giardino.

Chiamalo col suo nome: FEMMINICIDIO

Ci ritroviamo sempre a parlare di sensibilizzazione e spesso, però, ci dimentichiamo degli spazi lontani dove la demolizione dei corpi femminili è all’ordine del giorno, dove il senso di dominio degli uomini su mogli e figlie è ancora troppo impiantato. Ed è così che con il suo primo lungometraggio Carlos Eichelmann Kaiser decide di presentarsi al Festival Internazionale del Cinema di Venezia. In questo suo primo lungometraggio il regista palesa la necessità di lanciare un gancio di consapevolezza all’Europa con un grido acuto ma filmicamente sordo sulla drammaticità della continua uccisione di donne in Messico.

Siamo nel Nord del Messico, e Tacho è un umile contadino che vive sulla fragile linea di confine tra il deserto e gli ultimi lembi di terra civilizzata. In questa vita fatta di tanta solitudine e silenzi lunghissimi giunge la lettera soffocata che colpisce allo stomaco: la figlia dell’umile uomo è stata assassinata. Ad attendere il vecchio, un lungo viaggio nella grande città per identificare e riportare a casa il corpo di sua figlia.

Nessuna lacrima versata, perché in Messico ammazzare una donna è consuetudine, una normalità anestetizzante a cui alla fine ti ci abitui, anche se sei padre, anche se tu sei stato il primo ad abusare di tua figlia. Il viaggio intrapreso dall’uomo sarà un lungo percorso nei labirinti di una memoria colpevole da cui è impossibile redimersi.

La realtà ce l’hai davanti agli occhi

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E se i padri del Neorealismo ci insegnavano a dare spazio alla realtà di un corpo sociale annientato e distrutto dalle atrocità della seconda guerra mondiale, il Red Shoes di Eichelmann Kaiser ci sbatte in faccia quella struggente consapevolezza di un mondo contemporaneo che di evoluto non ha proprio nulla.

Così, come omaggio a un movimento antico, ma dai principi ancora sostenibili, l’autore di Red Shoes porta sullo schermo anche lo schema partecipativo del movimento italiano. Cesare Zavattini ci mostrava che la vita e il costrutto umano lo si poteva trovare nel piccolo paese siciliano conservato nel tempo, oppure in una delle tante strade di periferia romana. E così anche Eichelmann Kaiser attinge all’organicità profonda e arcaica della sua stessa terra per dare volto alla sofferenza di un padre annientato dalla perdita di una figlia e dal rimorso per averla persa.

Nel ruolo di padre la cui anima è ridotta a brandelli dal rammarico di aver sfregiato il volto di sua figlia, Eustacio Ascacio nei panni dell’umile coltivatore Tacho. Prelevato dal piccolo paese nel deserto in cui vive, l’uomo che non ha mai fatto l’attore nella sua vita, è stato portato direttamente sullo schermo per dare corpo ad un personaggio scalfito dal rammarico di aver perso per sempre sua figlia. Il volto consumato dal pentimento, dall’incapacità di riuscire ad elaborare quella violenza applicata sul corpo della sua stessa figlia, sono reali e concreti. Il sentimento amaro che circonda l’aura di quest’uomo non è il frutto di anni di accademie di recitazione, bensì il risultato della sua semplice esistenza.

Red Shoes: Alla violenza di genere non c’è perdono

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La realtà della città sarà per il protagonista una lenta e agonizzante punizione, infatti, ai tanti impedimenti burocratici di una società frenetica che riesce a farsi capire solo da chi parla il linguaggio digitale, l’uomo non reagisce e accoglie consapevole il suo castigo.

Conscio di vivere il suo inferno terreno, Tacho osserva svigorito, da dietro una recinzione, il corpo senza vita di sua figlia che viene numerato e seppellito nella fossa comune insieme, probabilmente, alle tante altre vittime di femminicidio. E forse, il corpo di questa donna, almeno dopo la morte, può finalmente essere suo.

Ciò che più preme a Carlos Eichelmann Kaiser è mettere in luce la struggente continuità di violenza che lega il mondo contemporaneo, ipoteticamente più evoluto, a quello tradizionale e arcaico. Ma se quel mondo evoluto non lo fosse abbastanza? L’idea di Red Shoes è quella di mettere a confronto due mondi diversi che continuano a condividere la stessa violenza e la stessa idea di dominazione del femminile: donne come oggetti di proprietà esclusiva assoggettati al padrone di turno. A tingere di rosso sangue la coscienza di quest’uomo, la visione, la certezza visiva della sessualità della figlia, colta in flagrante durante un atto sessuale.

In Red Shoes la denuncia allo scempio del femminicidio viene trattato con mano leggera, così come viene vengono presi anche i provvedimenti giudiziari nei confronti della distruzione dei corpi di donne in Messico, con leggerezza e scarsa considerazione. Per ora.

Il machismo che ancora affligge la partitura socioculturale di buona parte del Messico, è troppo ben radicata nella trama di un paese che ancora con troppa difficoltà riesce a concepire la verità assoluta, ma poco diffusa, del corpo femminile come autonomo e sganciato dal dominio maschile, dei padri, dei mariti e dei fratelli.


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